Balloons bollicine

Con una campagna pubblicitaria di qualche tempo fa (un annetto), Perrier – che quest’anno festeggia i 150 anni – ha modificato il nome di uno dei suoi prodotti. D’ora in poi, quella che era “Eau de Perrier” si chiamerà Perrier, fines bulles.

Quel che interessa qui, è la scelta dell’agenzia creativa Ogilvy, fumettologicamente interessante sotto due aspetti. Il primo è quello estetico: si tratta di illustrazioni in stile fumettistico, mediato dalla Pop art à la Roy Lichtenstein. Il secondo è grafico: l’uso – *frizzante* – degli speech balloons, che come sempre si rivelano un device grafico di notevole duttilità.

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via The Ephemerist

Architettura del balloon

Signore e signori, ecco a voi una delle affiches più fumettologiche mai viste:

via ONpoint; grazie a federicon.

Speech balloon is Information

Il dossier centrale del penultimo numero dell’Economist era dedicato al futuro dell’informazione. E la copertina si presentava così:

Una illustrazione antica (settecentesca: poi ci ritorniamo) e un messaggio rimarcato dai balloons.

Già, i balloons , un piccolo tema cui sono affezionato e di cui ho scritto un tot di volte in questo blog (c’è anche una categoria del menu, ‘balloonology’): per raccontare della sua pervasività nei nostri paesaggi mediali, per ragionare sulla sua evoluzione storica, o per indicarne alcuni usi aberranti e altri virtuosi.

Ritorno sul tema oggi per una semplice ragione: credo che la copertina dell’Economist sia un gioiello di chiarezza, per cogliere una delle funzioni più importanti del balloon: quella informativa.

La sua natura di device grafico dalla doppia valenza percettiva – “interna” alla rappresentazione, ed “esterna” legata alla bidimensionalità della pagina – lo ha infatti reso uno strumento particolarmente efficace nel comunicare messaggi. Non a caso è una risorsa frequente in pubblicità e nel design di interfacce grafiche: la sua condizione di elemento attention-catcher lo rende assai prezioso per indicare la presenza di una situazione conversazionale (vedi l’uso nelle grafiche dei social networks), o per suggerire una informazione prioritaria (in tante pubblicità, ma anche in ambienti software).

La copertina dell’Economist fa un uso particolarmente consapevole di questa funzione, perché la mette in scena sia sul piano della situazione rappresentata (persone che non solo si parlano, ma scambiano informazioni: la scena è ambientata in un luogo cruciale per la storia del giornalismo come un caffè), sia su quello percettivo (i balloons come segnaletiche nella pagina, al posto degli ‘strilli’, che contengono le parole-informazioni prioritarie) sia su quello della storicizzazione del tema: un’immagine settecentesca (metà 700) di un caffè, realizzata da un illustratore come Thomas Rowlandson.

E Rowlandson è non solo – con James Gillray – uno dei primi illustratori a fare un uso convinto e frequente dei filatteri (i balloons, in sostanza) nella narrazione illustrata moderna. Ma con i suoi lavori, tra cui le avventure dell’insopportabile Mr. Syntax, è anche una delle figure chiave della genealogia fumettistica che porterà a Hogarth e poi a Topffer. Ovvero un disegnatore nodale per capire la lunga vicenda storica del fumetto: il linguaggio che ha realizzato la più intensa e produttiva integrazione tra immagini, narrazione, e balloons.

Amnesty e il fumetto come sinèddoche

Pare proprio che Amnesty Italia, per fare un po’ di campagna di comunicazione intorno all’imminente manifestazione EuroPride a Roma, dedicata ai diritti dei “diversamente etero” (questa passatemela –  sennò vi mando Borghezio), si sia rivolta – nel progettare un’applicazione per Facebook – all’estetica del balloon.

Ambiguità incluse: l’ha chiamato “fumetto”. Che come riporta, chessò, il Sabatini Coletti, è: 1. la nuvoletta; oppure: la narrazione a disegni. [e non leggete il 2., che poi ci si arrabbia]

L’ambiguità semantica delle “parole per dirlo”: una questione che in italiano è ben più vasta – e complessa e antica – delle ricorrenti diatribe sul termine graphic novel.

La neo-lingua del balùn

Sì, è piuttosto Off Topic. Forse.

Un po’ perché un blog come Pazzoperrepubblica – su cui ho scoperto la ‘mia’ notizia – è una piccola, malsana, brillante idea (ovvero: sogno un mondo fatto di studenti in sc. com. che, nel tempo libero, si dedichino – oltre a cazzeggiare, beninteso – anche a questo genere di esercizi).

E un po’ perché Stefano Bartezzaghi coglie splendidamente nei dettagli lessicali, come spesso gli accade, piccoli slittamenti nelle trasformazioni della lingua.

E infine perché il tutto, parlando di calcio, è stato reso dai grafici di Repubblica nella forma di un balùn – pardon, balloon (grafici di Roma con ascendenze dialettali lombarde?):

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