[Salone del Mobile 2010] Bagni Misteriosi strikes again

Proseguiamo l’esplorazione fumettologica nel/del Salone del Mobile 2010. E oggi parliamo di bagni e di monumenti. Anzi: di un bagno-monumento.

Premessa. Un anno fa circa, per la collana di guide urbane ZeroGuide 2009, il fumettista Paolo Bacilieri aveva scelto di ritrarre Milano seguendo le disavventure immaginarie di un noto protagonista dell’arte italiana del Novecento: Giorgio De Chirico, alfiere della pittura metafisica.

Reimmaginato in chiave contemporanea, il De Chirico di Bacilieri era presentato anche con una seconda “identità segreta” di supereroe, l’improbabile Capitan Biscotto. Un alter ego pop di De Chirico, innamorato di una giovane milanese della quale seguiva – affiancato dai cameo del ‘vero’ De Chirico – gli spostamenti attraverso alcuni luoghi significativi della città :

Tra questi luoghi, Bacilieri aveva scelto di inserire uno dei monumenti più bizzarri di Milano. Un’opera davvero semisconosciuta, e da diversi anni abbandonata in uno spiacevole stato di degrado. Si trattava dei “Bagni Misteriosi“, una scultura progettata proprio da De Chirico nei suoi ultimi anni (1973) in occasione della mostra “Contatto Arte/Città”, organizzata per la 15a edizione della “Triennale di Architettura di Milano”. Una immagine di repertorio è questa:

Come sa chi ha avuto occasione di visitare la sede della Fondazione Triennale, la scultura – una sorta di “fontana metafisica” – è sempre rimasta visibile, all’interno del parco Sempione, in quello che nel frattempo è diventato (recintato) il giardino di Triennale. L’immagine di Bacilieri era questa:

Ebbene, dopo anni di attesa, i Bagni Misteriosi sono finalmente restaurati. Una presentazione del lavoro di restauro è avvenuta già a Gennaio, ma con l’opera ancora coperta da una tensostruttura volta a proteggere gli ultimi pezzi non restaurati, i due “nuotatori” realizzati personalmente dall’artista (gli originali andranno al nascituro Museo del Novecento, e in loco verranno poste due copie). Qui un’immagine del restauro ‘coperto’:

foto: courtesy of Triennale Milano

foto: courtesy of Triennale Milano

Proprio in occasione del Salone del Mobile, la scultura è stata finalmente del tutto restituita alla città, togliendo la copertura e lasciando così in bella vista il complesso, pur privo – al momento – dei due nuotatori. Un piccolo, splendido esempio di grande arte pubblica – e uno strano oggetto/monumento – che torna a “parlare” a Milano (“pre-annunciato” da una guida illustrata/fumettata?). Piccole soddisfazioni provocate dai grandi eventi urbani. Qui di seguito, qualche immagine scattata tra ieri e oggi:

(grazie AndreaC., ValentinaB., MarcoM. & Triennale)

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Wall drawing animation

Una settimana fa vi avevo parlato di una particolare pratica di animazione: la “tipografia dinamica”, o kinetic typography. Oggi vi invito a guardare esempi di un’altra forma espressiva che mescola disegno e animazione: il “disegno murale animato”, o wall painted animation.

Si tratta di una particolare pratica che mescola disegno – realizzato su muri/pareti, come nella tradizione della street art – e audiovisivo. L’artista disegna sul muro e fotografa o videoriprende l’immagine, poi cancella il disegno e ne realizza un altro, che rappresenta un movimento / istante successivo. E così via, sempre fotografando o filmando ogni singolo disegno. Infine unisce al montaggio i singoli frame, come in un lavoro di animazione in stop motion. Il risultato sono segni e forme che “si animano” sulla superficie di un muro.

Mescolando street art, disegno e animazione, questi lavori sembrano una ri-mediazione di pratiche già proprie dell’arte contemporanea, come lo speed painting (esempio: Nico di Mattia). Videoarte, frammenti di racconto, e un’idea di disegno come performance. Il migliore rappresentante di questa pratica è senza dubbio l’italiano Blu, che innesta in questo contesto la sua poetica del mostruoso e della mutazione. Qui potete vedere alcuni suoi lavori, insieme a quelli di altri (giovani) video-disegnatori.

Kirsten Dunst vs. Gwen Stefani: Japanization of (videomusic) culture

Uno dei più profondi – drammatici, entusiasmanti, contraddittori – fenomeni che hanno attraversato il fumetto contemporaneo è stato l’incontro/scontro con gli immaginari e i linguaggi della cultura orientale.

Quella che i giornalisti americani amano chiamare japanization del fumetto e, più ampiamente, degli immaginari giovanili, è ormai un dato di fatto. Ciò che sta accadendo oggi – mentre il mercato del manga in Asia è in crisi (e in Occidente ristagna) – è che intorno alla japanization sembrano prendere forma nuovi simboli. E nuovi stereotipi. In prima linea, la (video)musica pop continua a offrircene esempi.

Il primo esempio è noto. La cantante pop Gwen Stefani col suo primo album solista aveva realizzato, nel 2004, un progetto pienamente in linea con un’idea di japanization come risorsa di “stile”. Un visione così nitida e strategica da comprendere la costruzione di un vero brand di moda e accessori, Harajuku Lovers, nella cui definizione era visibile il peso di una estetizzazione del manga e del j-pop, filtrato dal gusto grafico e barocco dell’artista Takashi Murakami. Già, lo stilosissimo Mr. Murakami, il “Neo- Andy Warhol giapponese”: un riferimento di stile implicitamente evocato in diverse soluzioni visive, ipercromatiche, tondeggianti e flat della campagna promozionale (uno degli spot lo vedete nella videogallery di questo sito).

A qualche anno anno di distanza, oggi, l’attrice Kirsten Dunst è il nuovo arrivo in questo filone. Come cantante, compare in un recente video – prodotto proprio dal buon Murakami per la recente mostra alla Tate London “Pop Life” – in cui interpreta una majokko [magic girl] (confessate: preferite Creamy o Sailor Moon?) agghindata in perfetto stile da cosplayer. Ed ecco un nuovo simbolo: il cosplay. Una pratica espressiva pienamente appropriata dall’industria dei contenuti, mostrata qui come metafora di un modo di intendere l’Oriente che del Giappone prende solo alcuni tratti spettacolari. Un bel gioco sexy, in fin dei conti. La natura partecipativa del cosplay, ‘invenzione’ creativa di appassionati lettori hardcore, sparisce dall’orizzonte, e lascia spazio solo al racconto di una specie di guida turistica (la Dunst versione majokko) al pop giapponese, ammiccante e colorata.

Se un tempo erano il sesso, la violenza, il radicale technocentrismo, la pervasività dei consumi, oggi tocca all’alienazione (otaku e hikikomori), al fashion e alle forme di “consumo spettacolare” calcare la scena della nuova riproduzione sociale degli stereotipi sulla pop culture asiatica, e giapponese in particolare. Nient’altro che nuove forme di esotismo, mascherate (come sempre…) da ingredienti cool della società dello spettacolo.

In un Occidente affascinato e insieme spaventato dall’incontro con l’Oriente, il fumetto degli “altri” continua ad essere interpretato secondo lo sguardo stereotipico dell’esotismo. Niente di nuovo sotto il sol (levante).

[Angouleme 2010] La mostra 100 x 100

Ultimo (lungo) post di una (lunga) serie dedicata alla 37a edizione del festival di Angouleme. Last, but not least, qualche parola sulla mostra Cent pour Cent.

Una mostra collettiva piuttosto ambiziosa, che ha caratterizzato la proposta culturale del festival di quest’anno, al pari della (eccellente) personale dedicata a Blutch, Presidente del Jury 2010. L’idea: 100 tavole realizzate da 100 protagonisti del fumetto contemporaneo, chiamati a reinterpretare 100 opere custodite nella collezione permanente del Museo.

La mostra è stata pensata come una sorta di ‘manifesto’ del Museo del Fumetto di Angouleme, a sostegno delle iniziative per il recente lancio della sua nuova sede, fra cui una serata di pre-inaugurazione del festival che si è distinta per la proposta di uno spettacolo di danza contemporanea ispirato al fumetto.

La lista completa degli autori – una specie di who’s who del graphic novel (e non solo) internazionale, con qualche eccezione – la trovate qui.

Lorenzo Mattotti

Come curatore sono stato invitato dal Museo ad occuparmi della selezione di autori italiani (eccetto Mattotti, chiamato direttamente dal Museo per realizzare l’affiche che avete visto più sopra). Insieme ai curatori Jean-Philippe Martin e Pili Munoz, ho lavorato in un gruppo eterogeneo e cosmopolita costituito da critici provenienti da Spagna, Giappone, Portogallo, Cina, Gran Bretagna, Croazia, Corea. Il lavoro e lo scambio che ne sono nati credo abbia aiutato – nei pregi e nei limiti – quello che a oggi è il più articolato evento curatoriale internazionale mai realizzato nell’ambito dei comics, grazie al ruolo pivot della Cité de la BD. Un progetto interessante non solo per l’opportunità che mi ha dato di presentare al pubblico internazionale un certo gruppo di autori italiani di grande valore. Ma anche perché mi ha permesso di riflettere non tanto sui modelli (evidenti o impliciti, consapevoli o meno) quanto sulle logiche di ‘riscrittura’. Perché reinterpretare è anche autodefinirsi, inserirsi in una rete di riferimenti è anche svelarsi, e ‘omaggiare’ un modello è, in fondo, un modo potente per riflettere sulla propria pratica artistica.

Semplifico un tot. Ma credo di avere osservato quattro strategie differenti incrociarsi tra queste tavole. Una più filologica, in cui il modello è trattato secondo una logica di intervento ‘riproduttivo’: il ‘senso’ di quella tavola è tutto “lì”, quasi autoevidente, definitivo, cui l’autore offre se stesso come una sorta di cosciente reincarnazione (il caso di Ghermandi).

Francesca Ghermandi

Una seconda strategia mi è parsa genealogica, e qui il ‘rispetto’ è testimoniato su un piano meno evidente, diciamo più ampiamente “culturale”: il sentimento di appartenenza – pur nella differenza di stili – ad una medesima famiglia di percorsi artistici cui si riconosce una specifica primogenitura, e che passa attraverso dettagli o aspetti apparentemente secondari, illuminati dallo sguardo dell’autore che se ne è appropriato (guardate Bacilieri e Corona). Una terza strategia potremmo chiamarla plastica: il modello si fa risorsa operativa, e il suo senso diventa fornire una specie di cassetta degli attrezzi simbolici per l’espressione dei propri stilemi (Mattotti, Nanni, Barbucci).

Infine una strategia concettuale, in cui il modello è radicalmente trasformato per dare vita ad una riflessione di natura speculativa, sul proprio lavoro o sul linguaggio stesso. (Un esempio? Guardate cosa ha fatto Scott McCloud a partire da Ernie Bushmiller).

Igort e Leila Marzocchi

Mi pare che gli italiani – stando a questo pur discutibile schema – si siano rivelati attenti soprattutto al piano plastico. Non troppo archeologi, di moderata curiosità antropologica, ma molto attenti alla dimensione formale (pur senza premere per una speculazione formalista). Molto italiani, direi.

Davide Toffolo

E ora al sodo: le tavole. Qui trovate quelle dei soli artisti selezionati. Sul prossimo Animals, un ampio reportage – inclusi i “modelli”.

Non esistesse google, avremmo anche potuto giocare a “indovina il modello di partenza”. C’è comunque qualche caso non facilissimo… Ok, primo (e ultimo) blogquiz: chi indovina autore e opera (per le strips basta il titolo: non sono così perfido) del ‘modello’ di ciascuna di queste tavole vince… Intanto iniziate. Poi vediamo. Rien ne va plus.

Giorgio Cavazzano

Gabriella Giandelli

Alessandro Barbucci

Marco Corona

Giacomo Nanni

Sergio Toppi

Paolo Bacilieri

[Angouleme 2010] Studiare (e insegnare) fumetto in Angoulême

Non ci sono esperienze migliori, per un ________-ologo [fill in the gap at your choice] che le esperienze di classe ben riuscite. Un gruppo di persone entra in aula. Qualcuno come studente, qualcun altro da docente. All’uscita, tutti se ne vanno con la sensazione di avere vissuto un’esperienza – fatta di conoscenze, prospettive, suggestioni – sia utile che nutriente.

È il secondo anno che vado a insegnare, per qualche giorno, all’Ecole Européenne Supérieure de l’Image di Angoulême, nell’ambito del primo Master in Fumetto – una specie di Laurea triennale più complicata (ah, i francesi) – nato nella vecchia Europa. Un esperimento di didattica del fumetto nuovo e ambizioso. Che prosegue l’esperienze da accademia d’arte della scuola angoumoisina, ma in cui si respira l’aria frizzante di un piccolo esperimento culturale. Gli studenti sono felici – e sono loro a dirmelo – perché in aula trovano non solo pratica ma anche teoria, non solo disegno/colore/grafica ecc ma  anche “fumettologia pura”.

(Photo : Danielle Birck/ RFI)

Prendere parte a quest’avventura fin dal debutto – insieme al collega Fabio Gadducci, compagno di progetti “fumettologico-storiografici”, è stato un onore, una vera occasione di scambio e persino un divertimento, condiviso con un bel gruppo di colleghi preparati ed eclettici come Thierry Smolderen, Paul Gravett, Thierry Groensteen, Wang-Kyung Sung (il professore d’arte – sudcoreano – che dal 2003 incarna per me una specie di ideale : il prof/artista che avrei sempre voluto incontrare, sin da ragazzino).

Rispetto alle scuole di fumetto italiane, almeno per quel che ho conosciuto, un contesto assai diverso: un po’ indietro per le strutture decadenti, da accademia d’arte vecchio stile (con aggravante: il cibo francese nelle tavole calde intorno), ma anni luce avanti per lucidità e richezza formativa.

Fanny Grosshans

La volta scorsa, in particolare, ero rimasto colpito da due aspetti: la curiosità palpabile di studenti e docenti, e la qualità media dei lavori – a tratti fenomenale. Reincontrando nei giorni scorsi alcuni ‘vecchi’ studenti, ho avuto conferma delle vecchie impressioni scoprendo che, tra loro, qualcuno ha anche già firmato contratti di ‘debutto’ con editori importanti (per esempio con Delcourt per la collana ‘Shampooing’ firmata da Trondheim).

Quest’anno, in aula, ho incontrato una decina di ragazzi e ragazze. Naturalmente diversi tra loro, ma tutti autenticamente dotati in idee e in stile – chi più originale chi meno, chi più confuso e chi più focalizzato. Nell’ultima mezza giornata abbiamo discusso i lavori e progetti di 5 tra loro. Qui di seguito trovate un’immagine per ciascuno di loro (merci à vous tous, donc, chers élèves).

Morgane Parisi

Non sono progetti finiti, ma libri cui stanno cercando, con fatica e con passione, di dare una forma. Discutendo insieme ho provato, con Gadducci, a offrire loro la sponda di altri riferimenti, anche italiani (Fanny: Giaci Mondaini est ici) senza negarmi qualche schietta osservazione (un giorno scriverò di un problemaccio che affligge i giovani autori: il lettering ‘istintivo’), spaziando tra esempi ottocenteschi e arte contemporanea. Un mix che mi pare sempre funzionare, perché nella pochezza di esempi che arrivano dalla stampa specializzata e dai (pochi) saggi di storia o critica, la cultura del fumetto fa ancora una fatica assurda a mettere insieme il passato lontano e le sperimentazioni in settori limitrofi.

Robin Cousin

Nei loro progetti ho trovato di tutto. A differenza dell’Italia, in cui la tendenza delle scuole è ‘formattare’ i ragazzi con una specie di “ideologia dei generi” ingenua e passatista, qui si cerca di accogliere di tutto, mescolando progetti popolari e di ricerca, senza troppa preoccupazione. Un progetto avventuroso di ambientazione storica con echi di Blain e Magnus (Erik Driessen), un lavoro umoristico post-trondheimiano che ha un vago gusto costruzionista (Robin Cousin), la vicenda sentimental-avventurosa di “Ulrik e Léna gli extraterrestri” immaginata à la Saul Steinberg (Fanny Grosshans), un’indagine di stampo quasi etnografico stesa su lunghissimi rulli (Morgane Parisi), un viaggio onirico e inquietante nelle relazioni uomo-donna, tra Burns e Hornschemeier (Álvaro Nofuentes).

Erik Driessen

Idee avventurose accanto a diari in soggettiva, ricerca formale ed esplorazione interiore, tavole su griglia classica e illustrazioni galleggianti nello spazio bianco della pagina. Un insieme di stili che, ne sono certo, daranno vita a lavori e percorsi artistici anche molto distanti: qualcuno si dedicherà all’illustrazione, qualcuno al fumetto “indipendente”, qualcun altro finirà presto a produrre serie popolari.

Ma a prescindere dal destino che avranno, sono ragionevolmente certo che lavoreranno senza appiattirsi  ad essere (come si dice nel gergo della critica cinematografica) degli shooters: non meri esecutori, ma veri – piccoli o grandi – creatori.

Álvaro Nofuentes

Questa classe, inoltre, mi ha anche fatto ripensare al mio lavoro. O almeno a certe esperienze di insegnamento recenti. E al fatto che insegnare a giovani artisti, spesso, non è come insegnare a studenti di altre discipline. Nel bene e nel male, sia chiaro. Nel male, perché i giovani artisti non sono mai trasparenti fino in fondo, perché non hanno la stessa idea di cosa sia un “metodo”, e perché – pure a parità di ‘testa’ – sono di certo meno ‘performanti’ di un giovane aspirante ingegnere o manager (e sia detto con stima). Eppure è come se ci fosse qualcosa di segreto, in loro, che altri studenti non hanno. Qualcosa custodito nei dettagli dei loro modi di fare, nascosto in angoli strani del loro guardarsi intorno, ascoltare e reagire alle ‘lezioni’. Probabilmente la ricerca di un percorso – quello dell’espressione di sé – che in fin dei conti non ha sempre senso provare a comunicare a parole.

I giovani artisti hanno (sono) come una foresta di simboli, difficile da decifrare. E il loro sforzo di “tirare fuori” da quel calderone post-adolescenziale una strada espressiva ha qualcosa di emozionante. Tanto più quando accade in un contesto di interazione anche un po’ intimo, come in un’aula.

PS. Dopo otto giorni di Angouleme, finalmente verso casa (pastasciutta: arrivo), permettetemi di fare un po’ il sentimentale. Lunedì sera, dopo la chiusura del festival, sono stato alla festa di “fine festival” che Smolderen organizza ogni anno coi suoi ex ‘laureati’. Niente di più che un cous-cous, fiumi di vino e gran chiacchiere in una splendida ex fattoria un po’ sperduta e decadente. Nella stima e nell’affetto per Thierry di queste persone (noti o ignoti autori che siano), è facile riconoscere gli ‘indizi’ di una dinamica formativa che funziona davvero. Il segno di chi, tra CoconinoWorld e l’EESI, sa di avere vissuto un’esperienza intellettuale e artistica importante. Perché studiare&insegnare sono una gran fatica. Anche nel fumetto. Ma quando tutto funziona, a passare tra le persone è un’energia quasi emotiva: la versione bonsai di una vera amicizia. Ad Angouleme non c’è solo il tritatutto del Festival, ma anche lo spazio per un’esperienza di crescita più profonda, di cui Smolderen è il dimesso, simpatico attrattore. E i frutti arrivano. Piano piano.

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