Di fumetto e pianificazione urbana

Un architetto e fumettista, Giuseppe Lo Bocchiaro, ha aperto un blog dedicato a una questione annosa: il rapporto tra fumetto e città. Un anno fa era questo, poi questo, poi questo (per non dire questo): insomma un tema sempre vivo, un refrain inaggirabile.

Nello specifico, il blog non è che la trascrizione di una tesi di dottorato in urbanistica: “Il linguaggio del fumetto tra città e Piano. Analisi del fumetto come sguardo “altro” sulla città. Problematiche di un uso attivo nella pianificazione”.

La tesi di Lo Bocchiaro è, da un lato, una ricognizione molto classica. Come la maggior parte dei lavori del genere, imposta il problema nei termini di un’analisi della rappresentazione del dato tema (la città) in un dato campo di rappresentazioni (il fumetto). In questo senso la parte iniziale, diciamo di inquadramento teorico del problema, suona perciò un po’ già vista (e mi fa chiedere come sia possibile, nel 2011, comporre una bibliografia su città e fumetto senza gli studi di Scott Bukatman).

D’altro canto, però, Lo Bocchiaro sviluppa anche un’indagine su un campo più circoscritto, che pare piuttosto intrigante: la pianificazione urbana. Ovvero si chiede:

è il fumetto considerabile uno tra i molti strumenti extradisciplinari della pianificazione?
Il bello di questa domanda, certamente controintuitiva – heh?? In che senso il fumetto sarebbe risorsa/usabile per la pianificazione urbana?? – mi pare emergere da due suggestioni:
  • una metodologica: l’analisi di tre casi di uso del fumetto nel quadro di esperienze di pianificazione o partecipazione urbana (il “caso Samonà”, ovvero il “resoconto di una esperienza di pianificazione urbanistica in cui si teorizza un linguaggio “a fumetti” vero e proprio per la rappresentazione del Piano (messo in pratica a Montepulciano e a Palermo; l’esperienza di Agenda 21 Locale, ovvero del “fumetto utilizzato di volta in volta come riflessione attorno ai temi discussi nei Forum tematici, come mezzo di diffusione dei temi significativi per l’avvio di Agenda 21 locale, o infine, come strumento concreto di progettazione”; e il Progetto COMICS di Modena, “che ha coinvolto immigrati di seconda generazione in una esperienza di autodeterminazione costruita attraverso la creazione di storie a fumetti che raccontano l’avventura umana dell’essere stranieri in Italia”). Casi che mi hanno ricordato riflessioni analoghe abbozzate da un’altra urbanista, Alessia Ferretti.
  • e una epistemologica, più o meno presente sullo sfondo: riflettere sulla centralità del fumetto dispositivo spazializzato e spazializzante. E sono proprio curioso di vedere, nei prossimi capitoli (non ancora postati), quanto e come un architetto-fumettista possa avvicinarsi a questo nodo.
Annunci

Cattelan e Mendini, a fumetti, per Domus

In edicola da oggi, l’ultimo numero di Domus diretto da Alessandro Mendini è un numero con qualche sorpresa. Che vale la pena gustare, anche fumettologicamente parlando.

Il piatto forte è costituito da uno speciale di 32 pagine interamente curato da Maurizio Cattelan, artista chiamato da Mendini a contribuire come guest editor – e a gigioneggiare e/o “fare casino” (talvolta più la prima, talaltra la seconda).

Di certo mi pare una ennesima dimostrazione dello spirito vivace, naturalmente interdisciplinare – e indubbiamente allegro – di Mendini, uno degli autentici maestri del design e dell’architettura italiana. Forse una delle massime figure del professionista “curioso” (chissà cosa ne avrebbe detto Barthes) in questo nostro ingessato paese, che per 12 mesi si è dedicato a una linea editoriale parecchio lunare rispetto all’agenda dei media: esplorare le Nuove Utopie.

Peraltro, dei ritratti di copertina realizzati da Lorenzo Mattotti – e i cui originali erano esposti in mostra nella sede della conferenza stampa – si era già detto qui:

Tra il serio e il faceto, Cattelan ha messo in piedi un one-man show composito, fatto di interviste, rubriche e scelte editoriali – come dedicare la copertina allo stesso Mendini, disegnandola in uno stile elementare. Su tutto una ridanciana minaccia: “Mi viene in mente quando Alberto Sordi fu fatto Sindaco di Roma per un giorno: eliminò tutte le multe. Io eliminerò tutte le discipline“.

Nella sezione Opinioni, per dire, Elio e l’architetto Mangoni propongono uno sciocco & divertente Antidecalogo dell’architetto, ovvero 10 motivi per NON esercitare la professione di architetto.

E poi c’è anche un fumetto. Una breve storia muta e ipercromatica, realizzata dal fumettista e designer Massimo Giacon.

A lui il compito di raccontare un’improbabile versione dell’incontro tra gli stessi Mendini e Cattelan, all’insegna di un rapporto con le forme fatto di invenzione e di gioco:

Per finire, i fatti. Giusto per ricordare di che prodotto stiamo parlando.

Totalmente bilingue (italiano e inglese), Domus è uno dei prodotti editoriali italiani più “internazionali”, perché lo è sia per contenuti (non si parla certo solo di Italia/Europa o di Occidente) che per forma (bilingue) e per diffusione: oltre il 45% delle 51.000 copie mensili vendute è diffuso in 88 Paesi. Ne esistono inoltre edizioni in lingua russa, araba, israeliana, cinese, e nel 2011 dovrebbe debuttare in India e America Centrale.

Con la direzione di Mendini il fumetto ha trovato diverse occasioni di inserirsi nel dibattito sull’architettura. Una frontiera di scambi tutt’altro che peregrina, ben rappresentata da un bell’articolo di pochi mesi fa scritto da Paolo Bacilieri. Un discorso da proseguire e continuare ad alimentare.

Architettura e fumetto: una mostra (criticata)

In marcia verso Angouleme 2011, parliamo di mostre francesi. E di quella dedicata alle relazioni tra architettura e fumetto, “Archi & BD, la ville dessinée” (Cité de l’architecture et du patrimoine, Paris) volevo parlare da tempo.

Perché la mostra mi è piaciuta in diversi aspetti, da alcune scelte di allestimento ad altre relative ai materiali o alla ricostruzione genealogica (la centralità di Archigram). Ma devo dire che complessivamente non mi ha soddisfatto. Per due ordini di ragioni.

1. La superficialità delle categorie architettoniche messe a fuoco. L’ottica con cui i curatori hanno individuato gli snodi reciproci era quella della “divulgazione popolare” più che lo sguardo competente della museografia specializzata (in architettura): la città “immaginata” dal disegno, quella “raccontata” dal fumetto e quella “progettata” dalla pagina/palazzo. Tutte idee che vanno benissimo, ma vista la sede, ci si attende un sforzo ermeneutico che vada più in là: le categorie della progettazione architettonica sono qui inspiegabilmente assenti. E allora credo che la mostra abbia offerto un’importante rassegna di casi, ricca e variegata come mai si era visto finora; ma che tuttavia non abbia prodotto un vero contributo di riflessione e comprensione del fenomeno. Una mappatura del territorio archi-fumettistico, suggestiva come una grande wunderkammer, ma fondata su pigre “associazioni”, più che su appassionate esplorazioni di idee: l’indagine sulle radici concettuali e le implicazioni teoriche di questo rapporto, resta ancora ampiamente da svolgere. Condivido quindi diverse critiche francesi proprio su questo primo punto, ben sintetizzate – non senza ironia – dal pimpante Totoche Tannen, così:

mi ha dato più l’impressione di una collezione di un po’ tutto ciò che i curatori avevano in magazzino, più che un reale adattamento delle tavole al loro scopo, peraltro tutt’altro che minimo. […] Sì certo, il tema è molto vasto. Ah, ma sicuro: in tutti i fumetti alla fin fine troveremo un eroe che abita in una casa, situata in una via, magari in una città (e se vive in campagna, che si fa, si conta?). Tutte queste belle immagini hanno un interesse “architettonico” ? Non ne sono convinto.

2. La selezione pesantemente lacunosa, al punto da rendere poco credibile – o comunque indebolendone assai l’autorevolezza – lo scenario rappresentato. E proprio di alcune di queste lacune ha già scritto – mentre io tardavo a visitarla – Paolo Bacilieri sulle pagine di Domus (ottobre 2010).

la prima cosa che mi viene in mente – e uso la parola cosa, non immagine, di proposito – è il deposito di Zio Paperone. […] Paperone vive in un bellissimo edificio postmoderno (chi l’avrà progettato, con mezzo secolo di anticipo? Philip Johnson? No, sappiamo che tutto ciò che riguard Paperone lo dobbiamo al Bach dei fumetti Carl Barks). Subito dopo viene la cuccia di Snoopy. Un capolavoro di sobrietà e una sfida alla tridimensionalità. […] Ci sono due autori che metto strettamente in rapporto con la loro città. Sono il milanese Guido Crepax e il parigino Jacques Tardi. […] La Milano di Crepax è presente, prima ancora che nella rappresentazione, nel segno stesso di questo autore la cui assenza in questa mostra è la meno giustificabile in assoluto. […] Altre assenze pesanti: Art Spiegelman, non solo per Maus, ma almeno per la copertina del New Yorker del settembre 2001.

E sarebbe fin troppo facile rincarare la dose. Sul fronte degli oggetti architettonici – le costruzioni materiali – mancano, per dirne una, tutte le architetture disneyane, la cui influenza sull’architettura contemporanea è nota ed enorme: la stessa idea di non-luogo deve molto all’impulso dato dai “parchi tematici” disneyani o da esperimenti urbanistici come la città di Celebration. Sul fronte del fumetto (e pensando solo al Giappone) mancano le architetture decisive di Hayao Miyazaki o Leji Matsumoto, quelle radicali di Tsutomu Nihei o Yuichi Yokoyama; e giganti dell’immaginario popolare come Peyo o Uderzo (i Puffi e Astérix assenti: scherziamo?). Sul fronte del progetto, infine, mancano architetti di primo piano (e penso solo all’architettura Italiana) come Sottsass, Iosa Ghini, Mendini. Magra consolazione: la presenza di Gabriella Giandelli, col suo Interiorae, è quanto mai opportuna.

Insomma, l’idea era e resta non solo affascinante, ma quantomai opportuna. Lo dimostra anche l’architetto e fumettologo Andrea Alberghini, che da tempo, con pazienza e understatement, lavora sul tema. Ma il lavoro analitico da fare resta ancora molto – troppo – aperto.

PS – Oltre ad ospitare l’intervento di Bacilieri, lo stesso numero di Domus segnalava un’altra mostra parigina dedicata al fumetto, e di interesse architettonico: Moebius, Transeforme alla Fondation Cartier. E se tutto va bene, domani sarò lì. Poi, Angouleme (da cui proverò a postare tutti i giorni, ok?).

Miyazaki architecture

Fumetto, animazione e architettura sono linguaggi strettamente imparentati: passano tutti per il disegno. Lo sa bene Hayao Miyazaki, che li ha praticati tutti. Noto soprattutto come regista, e poco come autore di fumetti (Nausicaa, ma non solo) Miyazaki ha anche progettato il design di alcuni edifici, in collaborazione con il figlio Goro.

La maggior parte sono costruzioni e sale progettate per il Ghibli Museum e per la sede dello Studio Ghibli. Ma c’è anche una casa, dal nome “buta-ya” (Pig House), progettata per lo studio di produzione di famiglia Nibariki, ovvero questa:

Alla luce di questi lavori, oltre che della costante passione per costruzioni, edifici e spazi architettonici sospesi tra realtà e immaginazione, mi aspetterei di vedere la “famiglia Miyazaki” tra gli autori inclusi nella imminente mostra parigina Archi & Bédé. E devo ammettere che non vederne il nome tra quelli segnalati nella sintesi del programma mi lascia molto perplesso.

Altre immagini di questo progetto si trovano qui. Agli amanti di Miyazaki, inoltre, suggerisco un link: tenete d’occhio Ghibli blog, realizzato da un giovane fan che sa proprio il fatto suo. Suo di Miyazaki, beninteso.

UPDATE: secondo il competente lettore DanieleM., queste architetture non sarebbero realizzate da Hayao ma solo dal figlio Goro. Da parte mia mi limito a rimandare alla voce wikipedia dedicata al Ghibli Museum, e alla mia fonte, ovvero al blog citato, che indicano la paternità al solo Hayao. Non trovando – almeno al momento – fonti in grado di confermare questa versione, mi limito a segnalare la collaborazione tra i due (Hayao ha detto più volte di avere “collaborato” al design degli edifici) e mi rimetto alla competenza di chi fornirà info più dettagliate.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: