Il primo film di Alan Moore, in arrivo

Ci siamo, pare. Dopo avere disconosciuto o contestato tutti gli adattamenti hollywoodiani tratti da suoi fumetti, Alan Moore è ormai vicinissimo al debutto come autore audiovisivo.

A fine mese usciranno infatti i primi due frammenti della serie “Show Pieces”, sceneggiata da Moore e diretta da Mitch Jenkins. Sarebbe dovuto essere un semplice cortometraggio di 10 minuti, e invece il progetto è lievitato in una sorta di webserie, non si sa bene quanto interconnessa – o sconnessa – il cui episodio in arrivo (Jimmy’s End) durerà circa 30 minuti, preceduto da un prologo di altri 19 minuti (Act of Faith).

Contenuti? Toni noir, risvolti occulti, teatri, microfoni, sogni, maschere, voci narranti. Piuttosto lynchiano, certamente mooriano. Speriamo di quello migliore.

Il sito con il trailer è qua. E quasiquasi me lo segno su Google Calendar.

via boingboing

 

 

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Prima di Watchmen, prima della Storia

Intorno alla notizia di Before Watchmen – il multi-prequel del fumetto di Alan Moore e Dave Gibbons – si è scatenato un certo trambusto mediatico.

A un primo sguardo, mi pare che nei commenti e opinioni intorno all’iniziativa si siano intrecciate quattro posizioni. Che sono in realtà articolate – tra favorevoli e contrari – in due modi diversi di impostare la discussione: il primo riguarda la legittimità dell’operazione, e il secondo la sua pertinenza artistico-culturale.

  • Legittimità: il nodo è la sua legalità o meno. C’è chi riconosce 1) che i diritti siano pienamente in mano a DC Comics, e chi ritiene 2) che Moore sia stato defraudato. Qui emergono le prime contestazioni dello “sfruttamento commerciale”: non si poteva fare, e la creazione di Before Watchmen è una mera operazione di appropriazione – una sorta di esproprio – della proprietà intellettuale di Moore, visto il suo grande appeal sul mercato. Un furto, insomma.
  • Pertinenza: ovvero il tema del “rispetto dell’opera”. Che per qualcuno 3) è pienamente rispettata (e persino in sintonia con il metodo e il progetto “originario” di Moore), mentre per altri 4) la creazione di Before Watchmen costituisce uno sfregio, un vulnus all’identità di quel lavoro unico, che ne esce offeso direttamente o indirettamente. Watchmen è un’altra cosa: è un’opera unica, che può essere proseguita solo da Alan Moore, dicono gli scontenti. Le contestazioni dello “sfruttamento commerciale” prendono qui una piega ‘etica’: non si doveva fare, e Before Watchmen è un prodotto non pertinente rispetto a tale unicità, un gesto eretico che ne ferisce lo statuto creativo irripetibile. Una speculazione senz’anima, insomma.

Dal mio punto di vista sono tra i favorevoli sia sul primo che sul secondo versante del dibattito.

Condivido la posizione 1, nel senso che tendo a ritenere corretta – almeno stando alle informazioni che abbiamo – l’applicazione del diritto d’autore da parte di DC, per cui Moore firmò a suo tempo un contratto secondo il quale i diritti restavano all’editore. Chi propende per la sua illegittimità, si affida a quanto riferito da Moore 25 anni fa, ovvero il possibile mancato rispetto di una clausola (la continuità delle ristampe) nell’anno successivo alla prima edizione, il 1987. Senza conoscere le carte è possibile sbagliare, ma lo stesso Moore ha posto in essere un comportamento dirimente, almeno fino a prova contraria: ha dichiarato di non volere fare causa a DC Comics.

Ma al di là del tema legale, condivido anche la posizione 3. E qui perché al centro del dibattito c’è un prodotto e un mondo finzionale. Che è difficile non considerare, al di là dei vincoli legali, sempre e comunque “espandibile”. Sono le regole dell’immaginario: normale e persino auspicabile che si possa riprendere e/o espandere un universo ricchissimo. Hanno ragione quindi coloro che affermano “Moore si sbaglia”, ricordano esempi classici – da Alice a Pinocchio – e persino gli stessi lavori di Moore (la Lega degli Straordinari Gentleman – sebbene lo specifico mix di characters e le loro interazioni sia opera dello scrittore). E ha ragione Paolo a dire che, citando Moby Dick, Moore mente sapendo di mentire. Non a caso è proprio sul punto della “pertinenza” che i fans propensi alla posizione 4 cadono in contraddizioni paradossali, sconfinando nel patetico [ho la nausea, ma comprerò tutto] come è accaduto – per esempio – al giornalista Rich Johnston, che ha scritto:

I find myself torn. I enjoy and respect the original Watchmen […]  Yet I know, in my heart of hearts, if it did actually exist I would buy it. Because I do want more Watchmen, even if only on a surface level […] I know I will buy it and I know I’ll enjoy reading it, even if my stomach is rotting away.

Pur non essendo un ‘fan’ di Alan Moore (non ho mai condiviso l’enfasi su Watchmen da parte di molto fandom ‘generazionale’) credo tuttavia che l’iniziativa sia criticabile e non condivisibile. Ma su tutt’altro piano. Ovvero il contesto storico in cui è maturata questa decisione: i tempi della Storia (del Fumetto) entro cui si collocano oggi Watchmen e Moore.

Watchmen e Moore rappresentano, per la cultura del fumetto nel 2012, elementi centrali. Un simbolo di una traiettoria culturale (l’opera), e un simbolo della consapevolezza di questo percorso (l’autore). La Storia li attende, ma già da tempo prepara loro un ‘posto’ speciale: quello di un’opera e un autore che ne hanno segnato l’evoluzione per una porzione importante del suo percorso; di certo, l’evoluzione di quella – consistente – fetta di immaginari e di mercato in cui opera DC Comics. In una battuta: la barba di Moore potrebbe non sfigurare tra i Miti d’oggi di un Roland Barthes anni 2000.

Watchmen e Moore vivono già, quindi, in un pezzettino di quella Storia. E come è ovvio, convivono coi legittimi detentori dei diritti. Opera, creatore, proprietà: tre attori in scena cui si prospettano – come sempre nella Storia degli immaginari dell’industria culturale – due strade: restare uniti, o separarsi.

Tutti e tre prima o poi potrebbero sparire dalla scena, e il mito esaurirsi e spegnersi nell’oblìo. Di certo, in questo caso, sparirà per prima la figura dell’autore, la cui morte presto o tardi lascerà sul campo solo una coppia: l’opera, e i suoi diritti.

Ed è qui, nella gestione di questa contingenza storica – la convivenza opera/autore/proprietà – che è sorto un conflitto.

Perché uno dei tre attori ha scelto di operare contro l’altro. Ovvero DC ha scelto di praticare oggi, e in queste determinate condizioni, quella espansione che la Storia avrebbe comunque reso pertinente, prima o poi.

Ne consegue che se l’autore non può (o comunque non vuole) contestare la legittimità di Before Watchmen, né può smentire (a meno di mentire…) la sua pertinenza rispetto alla consueta vita degli immaginari, può solo fare una cosa: seminare dubbi. E uno in particolare. Criticarne cioé il “posto” nella Storia, quella credibilità che non viene dalla legittimità legale, né dalla pertinenza culturale: la sua autorevolezza. E Moore, che incarna (ben più di Gibbons) l’identità unica, individuale, di quel prodotto entrato nella Storia, può correttamente affermare: B.W. non è Watchmen, perché Watchmen c’est moi.

Il punto non è affatto se sia pertinente o eretico mettere mano a Watchmen. Ma se abbia un senso farlo contro il suo creatore, mentre questi è in vita, è riconosciuto come un simbolo cruciale, e pensa il destino di Watchmen in modo differente. Sebbene legittima e pertinente, Before Watchmen è solo inopportuna storicamente: nel 2012 a incarnare l’identità di Watchmen c’è il suo autore, vivo e in grado di esprimere una visione dell’opera (incluso il suo stop; o la sua ripresa solo a certe condizioni, creative ed economiche). Come disse a Wired:

Mi hanno offerto la restituzione dei diritti su Watchmen se in cambio fossi stato d’accordo a pubblicare alcuni stupidi prequel e sequel. Mi sono limitato a rispondere loro che se lo avessero detto dieci anni fa, quando io lo avevo domandato, la cosa avrebbe potuto funzionare. Ma oggi come oggi non rivoglio Watchmen. Di certo non lo voglio indietro a queste condizioni.

Insomma: un conto è il principio generale della Storia, secondo cui qualsiasi immaginario può (e deve) essere rielaborato per sopravvivere a se stesso; un altro è che questa rielaborazione sia usata contro il suo creatore, mentre egli sarebbe stato persino disponibile a proseguire il lavoro sull’opera.

Delle due, quindi, l’una:

– se i diritti sono stati illegittimamente sottratti a Moore, che a suo tempo avrebbe maturato le clausole di scadenza del contratto, l’azione di DC Comics apparirà come una strategia particolarmente aggressiva di sfruttamento commerciale del ‘genio’ creativo. Senza dimenticare che, mezzo secolo dopo il caso Superman (sempre DC Comics), essa suona come un gesto ancora più violento e anti-storico: un business-is-business che contrasta, ormai, non solo con il vecchio buon senso, ma con le best practice dell’industria culturale più moderna ed equa nei confronti degli autori.

– se i diritti sono legittimamnete in capo a DC, l’azione dell’editore creerà comunque un sottile ma profondo danno di immagine, causato dal conflitto sulla credibilità – non riconosciuta dal creatore – dell’operazione. Un danno che sarebbe stato possibile evitare, semplicemente non praticando queste espansioni mentre il “mito d’oggi Alan Moore” è ancora attivo. Secondo alcuni, proprio questa sarebbe stata la scelta compiuta da Paul Levitz mentre fu in carica come Presidente della DC Comics, fiero oppositore delle richieste di Moore, ma al contempo contrario a creare un sequel senza il consenso del creatore.

Nel primo caso, non vedo perché non comportarsi come gli editori o i produttori (di cinema, musica, tv, digital…) più equi: unirsi ai grandi creativi è una risorsa, e non una menomazione (a meno che l’orizzonte progettuale non sia solo il bilancio triennale). Nel secondo, trovo saggio il comportamento di Levitz, e non vedo perché non proseguire (a meno che l’orizzonte progettuale non sia la redditività short-term, anche a costo di operazioni prive della credibilità/autorevolezza necessaria per restare sul mercato a lungo, accompagnando i tempi lunghi della Storia; tempi che includono la scomparsa degli autori).

Sullo sfondo di questa forse piccola, ma di certo esemplare vicenda di conflitti nel campo dell’industria culturale, resta sul tavolo il prodotto: Before Watchmen. L’espansione che alcuni – esclusi quindi i fans più ideologici (inciso: quanti sono? Una campagna di boicottaggio, per esempio, non sta dando grandi frutti) – leggeranno con interesse. O meglio: l’espansione che alcuni leggeranno se, oltre al piacere di conoscere le prime raminificazioni immaginarie di un’opera significativa, sembrerà un progetto stimolante.

E qui non so voi, ma questo è il punto in cui mi sono cascate le braccia. Per due ragioni:

gli autori. Che non sono paragonabili a Moore. Certo, difficile fare paragoni. Ma allora: non è questa l’occasione per tentare di giocare nuove carte? Ovvero: possibile che l’espansione di quell’opera corale sia stata affidata a “firme” (mentre Moore non lo era, a suo tempo) e a creativi assai standard (nessun profilo eccentrico o da innovatore, per quanto si tratti di bravi professionisti)? Inciso: Grant Morrison ha rifiutato di partecipare; per fortuna conosciamo la sensibilità di Darwyn Cooke, forse il solo a garantire una cifra stilistica in grado di iniettare credibilità a un prequel simile.

il concept. Non è una miniserie, ma 7 miniserie da 4/6 episodi. Ovvero: possibile che l’espansione di un’opera corale sia progettata per singoli character, come nelle più canoniche tra le serie di supereroi? Insomma: possibile che la direzione artistica non abbia prodotto un’idea diversa dall’eroe (per periodi, per luoghi, per temi, per…concept differenti)?

Chissà, forse è uno scherzo. O un complotto: qualcuno, lassù dove si decidono i destini dei fumettologi (Coconino County?), vuole trasformarmi in un fan di Alan Moore.

Nonostante Before Watchmen, direi che resisterò.

Il fumetto è di centro-destra (o: Alan Moore su Frank Miller)

Non si è sottratto, Alan Moore, alle domande a proposito dello “spericolato” intervento del collega Frank Miller sul movimento Occupy. Ne ha discusso qui, in un’intervista ampiamente rilanciata dai media americani, con affermazioni del genere:

Frank Miller è una persona il cui lavoro ho a malapena seguito negli ultimi venti anni. Ho pensato che tutto il suo Sin City fosse irrimediabilmente misogino, e 300 sembrava selvaggiamente a-storico, omofobico e del tutto sbagliato.

e come:

Penso che Occupy sia, in un certo senso, l’opinione pubblica che dice che dovrebbero essere loro a decidere chi è “too big to fail”. E’ un urlo del tutto giustificato di sdegno morale, e sembra essere gestito in modo molto intelligente, non violento, il che è probabilmente un altro motivo per cui Frank Miller ne è ben poco soddisfatto.

oppure – e questa è niente male (peraltro discutibile, imho. Anche se richiederebbe di entrare nel merito di cosa è “centro” o “destra” secondo Moore):

Mi è sempre sembrato che la maggior parte dell’ambiente del fumetto, se si dovesse collocarlo politicamente, si dovrebbe dire che sta a centro-destra.

Ma questi non sono che alcuni estratti. Altro troverete nella conversazione integrale, certamente interessante. Poi beh, c’è da fare la solita tara: il nostro gioca sempre a fare il guru (“We are culture. Just ordinary people, what they do.”).

Peraltro, questa intervista alza l’asticella delle aspettative rispetto al work in progress Jerusalem, che Moore ritiene il suo migliore lavoro fino ad ora.

Ma il dato più interessante mi pare un altro: da tempo non si assisteva ad un confronto così aperto intorno alle visioni politiche di due grandi protagonisti del comicdom americano. Altro che Morrison/Millar. Verrebbe da pensare: quand’è che qualcuno si impegnerà per mettere insieme Art Spiegelman e Alan Moore in una bella conversazione congiunta?

Infine, news. Con la notizia tanto (ehm) attesa da curiosi e appassionati milleriani. Ovvero: l’edizione italiana del suo ultimo libro uscirà a marzo, per Bao Publishing, intitolata Sacro Terrore. E così sia:

PS   Però non dite che, qui o altrove, non siete stati stra-avvisati. Se proprio vi manca un’opera di Miller, ve lo ripeto: acquistate pure … Ronin.

Le rivolte inglesi secondo Alan Moore

Forse avete già letto la notizia: un corrispondente dell’Ansa, Mattia Bernardo Brugnolo, ha seguito le rivolte dei giorni scorsi da Londra. E ha provato a contattare Alan Moore:

La notte in cui Tottenham ha iniziato a bruciare in televisione davano Watchmen. Bella coincidenza, ho pensato. Poi, dopo, quando mi hanno chiesto d’intervistare “qualcuno” il nome di Alan Moore è stato il primo a saltarmi in mente.

In realtà non ci è riuscito. O forse sì:

Ho provato ogni strada senza successo – compreso inviare una richiesta al suo website. E proprio da qui, ieri, mi hanno risposto: «Mr Moore non rilascia interviste ma ha preparato una dichiarazione». Ho chiesto subito se quel materiale fosse stato preparato espressamente in seguito alla mia richiesta o fosse una press release generale. Nessuno mi ha mai risposto.

Il testo “firmato Moore” è comunque interessante. Perché, da un lato, lo scrittore “antagonista per eccellenza” della scena fumettistica inglese prende posizione condannando le azioni dei rivoltosi. Ma anche perché Moore mostra, d’altro canto, di comprendere perfettamente il contesto sociale (e tecnologico) in cui ha preso forma – violentemente – l’ondata di accensione emotiva:

L’attuale situazione in Inghilterra sembra poter essere definita come un’ondata criminale di stampo consumista che non denota nessuna connotazione politica. Se l’unico obiettivo della furia distruttiva è quello di procurarsi scarpe nuove, cellulari o TV al plasma è difficile vederci niente di più che una furtiva spedizione organizzata da un’orda di idioti opportunisti.

È quel genere, peraltro prevedibile, di collasso sociale che si avrà inevitabilmente se i governi non avranno il coraggio di affrontare le banche e le corporation, i veri responsabili per le condizioni economiche attuali […]

Se, per parte mia, io sono famoso per essere un Amish quando si tratta di aver a che fare con ogni tipo di tecnologia che postdati il cavallo e il calesse (evito anche le email), vorrei sottolineare che l’unico atto veramente anarchico è stato commesso da quei gruppi di volontari che, il giorno successivo ai disordini, sono usciti armati di scope per ripulire i danni. E si sono coordinati a quanto pare grazie a Twitter.

Quindi, per riassumere. Sono in favore di proteste genuine e intelligenti nonché di atti di resistenza nei confronti di quelle istituzioni politiche e finanziarie che non hanno svolto il loro dovere di proteggere le società per le quali lavorano. Ma mi oppongo con tutte le mie forze ad atti di violenza di ogni tipo, compreso la follia teppistica a cui stiamo assistendo. Eppure ripeto: se permettiamo al tessuto delle nostre società di scivolare in questo stato di assoluta devastazione, allora ci dobbiamo aspettare tali azioni distruttive e senza senso.

Ho trovato le parole di Moore, talvolta descritto come un bizzarro anarcoide (e luddista), semplicemente sagge. Le parole di un autore che non smette di mostrarci la qualità civile che alimenta le sue posizioni politiche di “anarchico dichiarato”. Sulle quali il passaggio più significativo mi è parso questo:

Il fatto che io sia un convinto anarchico è pure noto, e mi domando se, a questo punto, la parola “anarchia” sia stata confusa con la parola “caos”. Quello che è accaduto in Inghilterra negli ultimi giorni è un esempio della seconda, e non ha nulla a che vedere con la prima – e la reazione della polizia lo ha chiaramente dimostrato.

Il testo completo è qui.

Egitto: (ri)disegnare la protesta [no revolutions without Guy Fawkes]

Gli immaginari sulla rivoluzione non sono più gli stessi, da quando l’incandescente parabola di V for Vendetta scritta da Alan Moore si è conquistata la fama di un vero e proprio cult politico. Quel fumetto pare infatti un riferimento ormai obbligato, oggi, per molti giovani – cittadini e consumatori – che si trovano in condizioni di conflitto verso istituzioni antidemocratiche e oppressive.

Ecco quindi ritornare alla ribalta, periodicamente, la maschera del cospiratore Guy Fawkes – nella versione ridisegnata da David Lloyd – come simbolo ricorrente in numerose manifestazioni di piazza e contestazioni organizzate. Anche in questi giorni. Naturalmente più qua (Occidente) che là (Africa), dove alcuni manifestanti hanno sfilato in Massachusetts con la maschera di Fawkes in sostegno alle mobilitazioni egiziane e tunisine. E dove qualcuno ha realizzato l’ennesimo mashup cui – in fondo in fondo – auguriamo un bel successo virale:

Poi c’è l’Italia. Perché anche qui è riapparso Guy Fawkes. Sul volto di qualche partecipante alla manifestazione anti-berlusconiana ad Arcore pochi giorni fa:

Ma prima degli immaginari c’è la realtà. E anche qui, il disegno entra con una certa forza. Perché l’organizzazione delle proteste in Egitto è una sfida difficile, che per essere organizzata ha bisogno di diversi strumenti di comunicazione, anche al di là di quelli digitali. Ed ecco l’utilità del disegno nel sintetico pamphlet e libretto esplicativo fatto circolare dagli attivisti nei giorni precedenti i primi raduni in piazza Tahrir del 25 gennaio. Una sorta di manuale d’uso su “Come protestare in modo intelligente. Informazioni importanti e tattiche”:

Anche il disegno – anche il fumetto – può essere una delle forme di una rivoluzione.

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