[1001 Fumetti] Doug Wright’s Family

Questa settimana, l’estratto da 1001 Fumetti, viene dal Canada. E se in quel paese c’è stato un autore più influente di altri, non si può evitare di parlare di Doug Wright, alla cui memoria è dedicato il principale premio fumettistico canadese. Un autore senza il quale, molto probabilmente, Chester Brown o Seth non sarebbero diventati quello che sono oggi.

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Doug Wright’s Family, 1949 (Doug Wright, Canada)

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Seppur non famosissimo fuori dai confini del Canada, Doug Wright è amatissimo nel paese in cui ha trascorso tutta la sua vita adulta, al punto che in suo onore gli è stato dedicato un premio. La sua striscia apparsa sui quotidiani Nipper (poi rinominata Doug Wright’s Family) debuttò sul Montreal Standard nel 1949 e proseguì per oltre tre decenni. Durante quel periodo Wright illustrò la vita nei sobborghi canadesi attraverso le avventure di una ristretta cerchia familiare.

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Dal punto di vista grafico Wright aveva delle peculiarità notevoli. Le sue linee erano asciutte, chiare e ricche di vita. I colori sporadici che usava attiravano con efficacia l’occhio del lettore, permettendogli di evitare ombreggiature e tratteggi che avrebbero reso il suo approccio meno diretto. Cosa ancor più importante, la striscia era interamente muta, con storie tenute insieme magistralmente dal solo uso delle immagini. L’assenza di testo donava maggior respiro alla striscia e permetteva a Wright di riservare spazio prezioso a quei dettagli che rendono l’opera più viva e mossa.

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La prima decade della striscia si concentrava sulle avventure di Nipper, il giovane figlio di una coppia di periferia. Nell’estate del 1960 nella famiglia nacque un secondo figlio, e tutti i pezzi del puzzle furono composti. Il picco di successo della striscia fu negli anni Sessanta, quando i rapporti tra genitori e figli, e tra i fratelli, acquistano un ruolo centrale. La striscia di Wright, per quanto ritraesse un certo numero di aspetti poco eccitanti della vita quotidiana, descrisse un mondo idilliaco di felicità familiare, tutto senza il bisogno di dire una parola.

Bart Beaty

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[1001 Fumetti] Piratas do Tietê

Nuovo estratto da 1001 Fumetti, questa volta dal Brasile. Con uno degli autori più noti e influenti nel campo del fumetto satirico. Un classico dell’umorismo latinoamericano più scombiccherato, fra toni parodistici e satira di costume (non senza risvolti politici).

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Piratas do Tietê e Outras Barbaridades, 1994 (Laerte Coutinho, Brasile)

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Laerte Coutinho, tra i principali fumettisti brasiliani, ha avuto successo sin dagli anni Settanta. Il suo celebre Piratas do Tietê apparve per la prima volta nel 1980 in un Brasile governato dai militari, un periodo in cui i fumetti erano per lo più umoristici, infarciti di satira politica.

Molti fumettisti non sopravvissero all’avvento della democrazia nel 1985, visto che la politica era stato il solo soggetto che avevano saputo affrontare. L’opera di Laerte, invece, conobbe una fioritura quando si diffuse la stampa libera per la quale tanto si era battuto. L’autore è tra i pochi vignettisti brasiliani il cui lavoro ha guadagnato in qualità e in reputazione, e che ha saputo portare la sua striscia a risultati mai visti prima.

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Ha creato personaggi sempre più folli, e il suo umorismo acido continua ancora a colpire come un’arma spietata. Piratas do Tietê e Outras Barbaridades è una raccolta di storie originariamente pubblicate sulla rivista Circus. I racconti ruotano attorno a un gruppo di irriverenti pirati che derubano e torturano chiunque incontrino sulla propria strada, e per puro divertimento. Sono aiutati dall’abilità dell’autore nel cogliere l’essenza delle cose che sceglie di rappresentare.

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Il fumetto di Laerte è ancora oggi popolare, anche se i pirati si sono ormai ritirati. Nel frattempo, sono riusciti a divertirsi persino con dei lupi mannari, e si sono mostrati spassosamente suscettibili di fronte alla poesia. Laerte, inoltre, ha adattato la striscia per il cinema, nel 2003. Le altre storie della raccolta mostrano un autore che non è stato con le mani in mano negli anni Novanta. Questi brevi e affilati fumetti, pluri-premiati e disegnati con maestria, non mancheranno mai di strappare grasse risate.

Carlos Eugenio Baptista

[1001 Fumetti] Minute Movies

Con l’anteprima di 1001 Fumetti di questa settimana ritorno agli Stati Uniti. Ed è la volta di uno dei fumetti forse più emblematici del rapporto tra cinema e fumetto, negli anni dell’ascesa di Hollywood e dello star system. La strip fu emblematica anche per la sua triste fine: una sorta di vittima collaterale dell’avvento del sonoro sul cinema muto. Ma la sua eredità sarà profonda, come modello che ispirò il Thimble Theater di EC Segar.

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Minute Movies, 1921 (Ed Wheelan, Stati Uniti)

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Nel 1918, sul giornale New York American di William Randolph Hearst, debuttò Midget Movies, una nuova rivoluzionaria striscia satirica sull’industria del cinema muto. Il suo creatore era Ed Wheelan, che aveva iniziato a prendere in giro il cinema muto e le sue stelle già mesi prima, pur ancora senza un titolo.

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La strip sviluppò presto “lunghe” trame di durata settimanale, in un periodo in cui, nei fumetti, l’idea di continuity era un concetto raro e ancora emergente. In seguito a una disputa legale, nel 1920 Wheelan lasciò l’impero di Hearst e portò Midget Movies al servizio di George Matthew Adams. La striscia tornò in circolazione nel 1921 col nuovo nome Minute Movies.

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Sebbene Minute Movies occupasse, sulle pagine dei giornali, lo stesso spazio delle altre strip, era costruito su due livelli. Il che rendeva le vignette minuscole. Ma Wheelan sapeva sfruttare gli spazi, e riusciva a inserire abili primi piani del suo elegante e fascinoso protagonista maschile Dick Dare, e della donna protagonista Hazel Dearie (tanto plausibile che i bambini le scrivevano per chiederle l’autografo).

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Nessun genere fu risparmiato dalla satira di Wheelan: western, romantico, drammatico, poliziesco, e anche i cinegiornali; non c’era ruolo o situazione che il disinvolto Dick o la conturbante Hazel non potessero interpretare. Wheelan scrisse, disegnò e inchiostrò la striscia da solo, e il suo immaginario studio cinematografico, creato negli anni d’oro di Hollywood, si sviluppò insieme allo stesso settore. Quando arrivò l’epoca del film sonoro, le sue strip si fecero meno parodistiche. Ironia della sorte, questa serietà portò a un declino della loro popolarità.

Barry Stone

[1001 Fumetti] Hundert Ansichten der Speicherstadt

L’anteprima di 1001 fumetti di questa settimana è dedicata a un’opera tedesca, sebbene pubblicata da un editore svizzero. Un fumetto quasi concettuale, realizzato da un autore dei più tipicamente intellettuali della scena europea degli ultimi vent’anni, Martin tom Dieck, tanto stimato dalla critica – vincitore di un premio Max und Moritz – quanto poco noto (e mai tradotto) in Italia. Non a caso, purtroppo, la sua sola mostra personale in Italia si è vista a Perugia, presso la – ormai chiusa – galleria Miomao.

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Hundert Ansichten der Speicherstadt [Cento visioni dello Speicherstadt], 1997 (Martin tom Dieck, Svizzera)

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Il metodo creativo dell’autore di questo fumetto include l’esplorazione intuitiva e l’improvvisazione di motivi ricorrenti. Egli esplora le immagini nello stesso modo in cui i musicisti jazz esplorano il suono e i poeti dadaisti e surrealisti esplorano l’uso della parola; ha inoltre affinità con l’arte Zen, con Cy Twombly e, nel fumetto, con Il garage ermetico di Jean “Moebius” Giraud.

Martin tom Dieck preferisce lasciare le sue storie alla libera interpretazione, perché preferisce l’idea di una storia non conclusa da lui, ma aperta allo sguardo del lettore. Usa le parole con parsimonia, perché convinto che le parole specifichino troppo, e solo le immagini sappiano celare segreti.

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Due sono i leit motif che marcano l’opera di Martin tom Dieck: l’acqua (con le navi) e la mappa di una città a forma di cuore. Entrambe le figure sono presenti nel racconto muto Hundert Ansichten der Speicherstadt. L’acqua, nelle sue molteplici manifestazioni, appare in tutta l’opera: pioggia scrosciante, bolle d’aria, schiuma, onde, vortici, tsunami, cascate, e luci che si riflettono sopra e dentro questo elemento. L’acqua reagisce in modo molto deleuziano e zen: è sempre la stessa ma sempre in
movimento e diversa; la sua peculiarità sta in quanto può essere diversa e in come si ripete. Tutte queste espressioni dell’acqua e riflessioni vengono magistralmente riportate in maniera quasi caricaturale, ma elegante.

Lo Speicherstadt (un inventivo gioco di parole in lingua tedesca che suona come “città dei ricordi”) è un quartiere di Amburgo, ora in disuso, ma ancora pieno di impressionanti vecchie strutture industriali. Con un po’ di immaginazione, il lettore riesce quasi a vedere che, osservato dall’alto, lo Speicherstadt ha la forma di un cuore. Forse proprio il luogo dove stanno i nostri ricordi più cari, dopo tutto. Secondo il buddismo zen, l’artista e il prodotto del suo disegno devono diventare una cosa sola: un cuore che sente il vibrare della vita.

Domingos Isabelinho

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[1001 fumetti] Anarcoma

L’anteprima di 1001 fumetti di questa settimana è dedicata a un’opera spagnola. Non un fumetto qualsiasi: uno dei simboli di quel movimento (e stagione) di grande energia creativa e sociale che fu la Movida (eh beh: mica ci saremo scordati che quella parola viene ben prima del suo uso per definire “quartieri di locali e aperitivi”, vero?). Un fumetto, all’epoca, sfacciatamente provocatore, la cui memoria vale la pena conservare.

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Anarcoma, 1980 (“Nazario”, Spagna)

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Nel corso degli anni Ottanta le avventure di Anarcoma sono state ospitate su diverse testate quali Rampa, El Víbora, e numerose riviste internazionali, ma il volume in oggetto è la prima raccolta delle sue avventure. Protagonista del fumetto è Anarcoma, una prostituta detective transessuale attiva nei più oscuri meandri delle strade di Barcellona, e le diverse storie la vedono alle prese con malviventi, pericoli, trappole e situazioni assurde, nonché occasionali sveltine.

In nome “Anarcoma”, intenzionale crasi tra anarco (anarchico) e carcoma (in spagnolo “tarlo”), vuole riflettere la libertà sessuale e l’ottimismo che permeavano la ex cattolicissima Spagna dopo la fine del franchismo, in particolare per quanto riguardava la comunità omosessuale, uscita allo soperto dopo anni di persecuzioni. Sotto molti punti di vista Nazario è stato un precursore del movimento controculturale – la movida – solitamente associato a Madrid, ma in realtà molto vivo anche in altre città della Spagna.

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La trama è ricca di svolte, doppi binari narrativi e colpi di scena. Interessante e un po’ ridicolo, invece, è il ruolo assegnato a una strana macchina inventata da professor Onliyú, di cui nessuno conosce però la funzione. Il disegno di Nazario è ricco di dettagli e multicolore, e i suoi personaggi sono fisici e imponenti. Alla protagonista, spesso paragonata a un incrocio tra Modesty Blaise, Lauren Bacall e Humphrey Bogart, è stata anche dedicata una canzone da Marc Almond dei Soft Cell, nel 2007, che porta lo stesso titolo della vitale e un po’ (troppo) dimenticata serie di Nazario.

PM

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