Imparare il cinese, con disinvoltura

Non so voi, ma il milanese capisce che è estate – purtroppo – quando la cappa di canicola (oltre a rendere l’asfalto molle) attiva il count-down psicologico: quante settimane alla partenza?

Le vacanze diventano un – eccitante&patetico – chiodo fisso, e ci si inizia ad attrezzare. Nel caso abbiate in programma tappe in Asia, e in Cina in particolare, ho una risorsa da suggerire. E’ un rapido ed efficace corso di lingua. Si intitola “Il cinese con disinvoltura”, ed è una serie di – spassosi&utili – post disegnati da Stefano Misesti:

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Cartoline da Parigi, dicembre 2010

Vetrina animata (tema natalizio 2010: “Circo”), Grands magazins BHV, rue de Rivoli.

Magazine di food culture & pop culture & graphic culture, Fricote #1, in edicola.


Shopping bag, centro commerciale per bimbi Joué Club, Boulevard des Italiens.


Piatto per dolci “Scia Natalino” (design Massimo Giacon per Alessi), Colette, rue Saint-Honoré.

Sala mostra “Art DC Comics by MyFace”, MyFace art&concept gallery, rue Jean Mermoz.

Vetrina creperia super-kawaii, Princess Crepe, rue des écouffes.

Copertina (disegno: Killoffer; reportage dessiné: Olivier Kugler), XXI siècle #12, autunno 2010.

Cartoline da Amburgo

Ho passato i giorni scorsi ad Amburgo, per ragioni ben poco fumettologiche. Ero al congresso ECREA, il principale raduno europeo per gli studiosi di media, a presentare un progetto di ricerca (svolto con diversi colleghi) che mi accompagna ormai da alcuni anni (un lavorone – imho piuttosto affascinante – sulle relazioni che intercorrono tra generazioni e media).

Tutto molto bello, incontri scambi soddisfazioni noia scoperte, eccetera eccetera. Ma forse quel che può interessare qui è che mi è parsa (anche) una ulteriore occasione per ragionare, sebbene un po’ lateralmente, sullo statuto culturale del fumetto.

Prima qualche foto, dunque, e poi un commento da queste piacevoli giornate amburghesi (suona strambo, ma si dice amburghesi, già).

Ecco a voi, quindi, la città con più ponti al mondo (più di Venezia, Amsterdam e Londra messe insieme). E iniziamo dalla fine. La spazzatura:

Passeggiando, mi imbatto nella vetrina di un’associazione culturale (pare) della vivace scena antagonista. Die gang ist gross, eccome:

Menu tipico = stereotipi (birròfili) disegnati:

Pubblicità con ennesimo balloon squadrato:

Da cittadino di terraferma pianeggiante, sono sempre stato affascinato dal tentacolare porto di Amburgo. Visitando l’eccellente veliero ristrutturato Rickmer Rickmers, nella sala museale, trovo un breve documento fumettistico che descrive scene di ‘tipica’ vita da marinaio agli inizi del ‘900:


Sempre vagolando per il porto, insieme a truppe di turisti only-german-speaking, sento dire “Roman Abramovich”. Ho sempre pensato che Abramovich fosse un perfetto “riccastro da fumetto” (petrolio, arte, corruzione, donne, calcio, furti…). Scopro quindi che è suo questo yacht appena varato, il più grande yacht privato al mondo (foto migliori qui):


Infine, tappa libraria. Ecco la vetrina fumettistica di una libreria generalista, che lancia il nuovo album della coppia umoristica Gerhard Seyfried e Ziska Riemann, che da ormai vent’anni spopola con una satira sociopolitica collocata assai a sinistra:

L’ho detto che Seyfried e Ziska spopolano? Eccoli in un’altra libreria:

Infine, uno dei tanti momenti del convegno (intercettato alla reception dove – incredibile ma vero – anche i tedeschi fanno casino, confondono nomi e dimenticano carte):

Amenità e sciocchezze a parte, qualche considerazione più seria. Perché il convegno ECREA, nelle sue ciclopiche dimensioni (ricercatori da 57 paesi, a spupazzarsi un programma di 3 giorni, articolato in 168 sessioni, per un totale di circa 790 presentazioni; in sostanza: 1100 partecipanti iscritti, più non so quanti studenti e spettatori), si è fatto notare anche per un’assenza: quella del fumetto.

Al più importante convegno europeo di studi sulla comunicazione e i media, il fumetto non è stato infatti oggetto di nessun intervento. Né in toto né in parte. Perché?

Di convegni dedicati al fumetto se ne svolgono ogni anno a centinaia, in quasi ogni paese del mondo. Negli ultimi dieci anni se ne sono organizzati sempre di più, e alcuni anche di buon profilo internazionale, in università sia secondarie che prestigiose. Ma quando arriva il momento clou non tanto per gli oggetti (cinema, teatro, televisione ecc.) ma per le diverse prospettive teorico-disciplinari – e dunque parlo di filosofia, sociologia, estetica, linguistica, ecc. (e qui mediologia), il fumetto torna alla tradizionale invisibilità scientifica. Molto rumore per nulla, dunque?

E’ come se gli studiosi ‘disciplinati’ (ovvero che si riconoscono nei metodi e nei limiti delle tradizionali ripartizioni dei campi del sapere scientifico) di fumetto, dovendo badare al sodo della spendibilità internazionale del proprio lavoro, ritenessero di dover lasciare da parte il fumetto, e occuparsi di altre questioni e/o oggetti.

Insomma: un dato che dovrebbe farci riflettere.

Un primo livello di spiegazione possibile è che in queste occasioni, in cui abitualmente si presentano i risultati di progetti di ricerca, il fumetto è assente proprio a causa dell’assenza di progetti di ricerca su di esso. D’altro canto, non essendo “incardinato istituzionalmente” come oggetto (niente dipartimenti, istituti o centri di ricerca) è normale che non rientri nelle possibilità di lavoro delle équipes di ricercatori. Come a dire: se non ha spazio nel sistema della ricerca universitaria, è ovvio che non possa produrre progetti di ricerca, e quindi occasioni di spendibilità come questa.

Ma allora il problema si sposta su un altro piano. Che è quello su cui insistono sempre – se fate la tara dei toni ossessivi e spesso fuori mira – critici, studiosi e giornalisti francesi: la legittimazione scientifica. E qui bisogna fare attenzione. Che cos’è la legittimità scientifica? Quando i giornalisti scrivono, per suonare la fanfara della legittimazione, titoli come “il fumetto entra all’università” di solito si riferiscono a conferenze, convegni, talvolta a qualche seminario o corso. Casi che suonano buoni come notizie, certo. Ma che nulla hanno a che vedere con la vera sostanza della legittimazione scientifico-accademica: gli eventi o la didattica non sono la sostanza dell'”entrare in università”, ma la superficie. La ricerca è infatti tutto quel che viene “prima”: i convegni o la didattica non sono che il racconto (dissemination, usa dire) di esperienze e percorsi di ricerca che hanno prodotto tot risultati, degni di essere ‘disseminati’. E allora il punto è in questo “prima” molto più complesso (lungo, costoso ecc.).

La domanda da porsi, allora, cambia: come mai non si organizza e produce “ricerca” sul fumetto? E di solito qui si apre il campo delle accuse. Rischiose, perché spesso ideologiche e mal poste.

Quella che trovo più intollerabile è la seguente. Per qualcuno (di solito le figure tipicamente ‘intellettuali’ che si occupano di fumetto: critici, docenti, curatori, alcuni giornalisti…) la colpa è “di ignoti”, tutti e nessuno: genericamente, il problema è che il fumetto non è “riconosciuto” come una cultura legittima. Si tratta di un’accusa “impersonale” talmente generica che l’argomento si fa presto retorico e vuoto, quando non snobistico: l’accusa non è nemmeno più all’università ma, implicitamente “alla società”: è la società – di cui l’università è solo una parte – colpevole di non riconoscere il fumetto. Un classico: un’idea élitaria, secondo cui la responsabilità sarebbe della “gente” (il pubblico) non in grado di capire.

Insomma, il vecchio riflesso condizionato della posizione intellettuale rispetto a quella delle masse (e nel caso dei più fissati, i colleghi francesi, un avvitamento che conferma quanto Bourdieu avesse ragione… proprio su di loro!). Ma anche una lettura ideologica che produce un “autogol” paradossale: confondere la legittimazione sociale e culturale del fumetto, con la legittimità scientifica è ridicolo, perché riporta indietro di 60 anni. Il fumetto è oggi magari “meno legittimo” del cinema, ma resta pur sempre socialmente legittimo da essere letto (quasi) ovunque da (quasi) chiunque (pochi o tanti? Ovviamente la quantità non è il punto). E il fatto che non sia riconosciuto dalle istituzioni scientifiche è un problema meno grave di come lo si dipinge. Di solito, peraltro, questa accusa è mossa da obiettivi ben più prosaici: il desiderio di una istituzionalizzazione formale incardinata in strutture (musei, organizzazioni o associazioni, linee di finanziamento pubblico) in grado di fornire supporto al sistema industriale, o di offrire una diversa visibilità, più ‘nobile’ di quella garantita dal sistema-fumetto così com’è. Dunque, un’accusa che porta con sè poco interesse per il vero obiettivo: il sostegno a progetti di ricerca scientifica dedicati al fumetto.

Per altri – meno ideologici – la colpa è degli atenei: sono loro sotto accusa, perché non investono sul fumetto. Ma anche qua c’è un problema: quei pochi atenei che si sono impegnati nella formazione sul fumetto hanno scelto solo i saperi professionali: insegnare agli autori come “si fanno” i fumetti. Nemmeno all’EESI di Angouleme si riesce, al momento, a ritagliare un ampio spazio per la ricerca e la riflessione teorico-disciplinare che vada al di là di quanto serve (disegno, scrittura) per aiutare la professionalizzazione degli autori (loro e solo loro). Detto altrimenti, la domanda implicita è: prima di accusare gli atenei, siamo sicuri che sia già arrivato il momento per un mercato della “formazione a 360°” sul fumetto (non solo disegno&scrittura&grafica, ma anche cultura, mercato, linguaggio, arte, tecnologia, consumo..come si fa per cinema, arte, teatro ecc. ecc)? Quanti studenti avrebbero interesse ad iscriversi a corsi di Laurea in Fumetto che non abbiano obiettivi di formazione professionale di disegnatori e sceneggiatori, ma di più ampia comprensione culturale e/o economica del fenomeno storico, sociale e artistico noto come “fumetto”?

Infine, l’accusa più dura da accettare. Quella che di solito non viene da “dentro” il mondo del fumetto, ma da “fuori”: la ricerca sul fumetto è ancora troppo misera, in termini di contributo al dibattito (meglio: ai diversi dibattiti) teorici che sono l’anima delle ‘famiglie disciplinari’. Ai grandi congressi di filosofia, sociologia, mediologia non si va a discutere di oggetti (fumetto, internet, cinema, vattelapesca…) ma di “questioni teoriche”. E quindi: quali questioni di rilevanza generale (sociologica, filosofica, estetologica, mediologica, vattelapescologica…) solleva il tale aspetto o tale caso fumettistico? La domanda da porsi diventa allora: quali sono i contributi che lo studio del fumetto ha dato e puà dare alla riflessione nei diversi campi del sapere? Non è che forse questi contributi – come ci testimonia l’assenza dal convegno ECREA 2010 – sono ancora pochi?

Fine delle accuse e delle spiegazioni. Che hanno tutte qualcosa di vero, anche se prese da sole, tendono a dare un ritratto caricaturale della realtà. Qualcuna però vale più delle altre. E a mio modo di vedere è proprio quest’ultima.

Temo che dovremmo ammetterlo senza paura: la teoria fumettologica non ha prodotto ancora molti contributi. D’altra parte lo sappiamo: se la “fumettologia” ha ancora diversi problemi nell’elaborazione “interna” delle proprie nozioni chiave (ne abbiamo già discusso: credere che Eisner abbia prodotto “teoria del fumetto”, pur con tutto il rispetto per la sua intelligenza ‘operativa’, è ancora oggi una diffusa inegnuità), figuriamoci la forza che può esprimere nel momento in cui le viene chiesto – come per ECREA – di contribuire ai grandi dibattiti teorico-disciplinari nei più vasti campi del sapere.

Ma non vorrei che qualcuno passasse subito a conclusioni ciniche o pessimiste: sono convinto che il campo degli studi sul fumetto abbia un passato (abbastanza) interessante e un futuro (piuttosto) promettente. E spero che questo blog ne sia una piccola testimonianza, non fosse altro perché prova a raccontare, talvolta, dell’esistenza di “buona teoria” sul fumetto. Però bisogna anche riconoscerlo: è ancora poca. Molto, molto poca. E forse è solo ammettendo questa limitatezza che possiamo guardare oltre anche con un pizzico di ottimismo: c’è ancora tanta strada da fare.

Anche al congresso ECREA 2010, in fondo, sotto la pelle della legittimità scientifica, il fumetto c’era. Nelle presentazioni e slideshows – inclusi anche alcuni keynote speakers – numerosi relatori hanno usato vignette, illustrazioni, persino qualche tavola di fumetto, per “comunicare” i propri concetti e argomentazioni. Una testimonianza del fatto che la questione non è di legittimità culturale (“la società non riconosce” blabla, o “gli intellettuali non ritengono opportuno” blabla…) ma solo di legittimità scientifica. E che come sempre, è questione di azioni, di tempo, di politiche. I fumettologi dovranno fare la loro parte; il sistema-fumetto penso farebbe bene a supportarli; i lettori, a stimolarli chiedendo di più, criticando e sollecitando. Ok, lo ripeto: c’è ancora tanta strada da fare.


[FumettoTravel]: Malaysia report – parte 3

Prosegue il quasi-reportage fumettologico dalla Malesia, dopo la parte 1 e la parte 2.

Si diceva dell’influenza occidentale sul fumetto malese. Che è consistente.

E questo non solo se guardiamo al passato prossimo, grazie alle ricadute della colonizzazione britannica, che ha sostenuto in passato la circolazione di numerosi fumetti made in UK o made in India, ancora rintracciabili nei negozi di libri (o dischi) usati. Qui accanto vedete qualche ‘classico’ british anni ’70, come Action o Misty.

Sono però i fumetti americani di supereroi a costituire la parte più visibile del fumetto occidentale in Malesia. Passeggiando per Kuala Lumpur, tuttavia, mi ha abbastanza stupito l’enfasi ‘spettacolare’ con cui è presentata l’imminente apertura di un nuovo negozio di fumetti, all’interno del grande Pavilion, il più moderno, splendente (e premiato) tra i numerosi centri commerciali del centro della capitale. In questo complesso, che accoglie negozi da Hermès a Shangai Tan, da Tumi a Espressamente Illy, l’annuncio della prossima apertura di un DC Comics Store si presenta infatti così:

Ma il DC Comics Store non è che una tra le tante forme di una presenza, quella dei comics di supereroi, che si affaccia in luoghi diversi, centri commerciali in primis. Per esempio, non è raro imbattersi in negozi di abbigliamento giovanile casual – come la catena cinese Bossini, licenziataria Marvel – che offrono una gamma di tshirt e accessori come questi:

Ma non mancano anche negozi interamente dedicati ad action figures e toys, o alcuni comics shops, come questo:

Mi è allora venita in mente una notizia circolata pochi anni fa:

‘The French Spiderman’ Alain Robert Scales Petronas Towers In Malaysia

Ovvero: lo ‘scalatore urbano’ Alain Robert, detto Spider-Man per le sue provocatorie performance, si è fatto arrestare dopo avere scalato il più altro grattacielo malese (terzo più alto e, forse, il più affascinante al mondo):

Ironia a parte, due autori malesi, in particolare, mi paiono rappresentare alla perfezione questa influenza: Billy Tan e Sonny Liew. Il primo è un disegnatore che, dopo anni di collaborazioni con diversi editori mainstream statunitensi (fra cui vari serie Image), è stato consacrato dalla collaborazione con Marvel, nel 2006, per una delle testate più importanti, Uncanny X-Men. Tan ha dimostrato uno stile perfettamente in linea con i canoni estetici del mainstream USA anni 90 e 2000 (di una certa tamarritudine, se volete), e che oggi lo vede perfettamente integrato nel sistema dei comics di supereroi, tanto da renderlo un’autentica star per il pubblico malese di questi prodotti:

Sonny Liew è invece un disegnatore che si è fatto notare per una breve serie autoprodotta, Malinky Robot (nata come progetto mentre era studente del grande David Mazzucchelli, e finanziata da uno Xeric Grant), dopo la quale ha realizzato lavori interessanti come My Faith in Frankie (DC/Vertigo) o il recente Wonderland, una rivisitazione di Alice nel Paese delle Meraviglie prodotta da Disney, che ne ha valorizzato con il colore lo stile neopop:

Uno stile, quello di Liew, che riesce a mescolare con grande consapevolezza le radici statunitensi e una visione personale, abbondantemente innaffiata di un gusto manga evidente sia nel design dei personaggi che nelle soluzioni plastiche, di matrice certamente più asiatica che statunitense.

E in effetti il manga, in Malesia, ha giocato e gioca un ruolo cruciale. Ma di questo parleremo altrove, in un prossimo post.

(continua…)

Export 3: in partenza per S.Pietroburgo

Questa settimana si parte per San Pietroburgo. Obiettivo specifico: tenere una conferenza sul fumetto italiano nell’ambito del giovane (ha solo 4 anni) ma dinamico festival Boomfest. Obiettivo generale: capire qualcosa di più sullo scenario del fumetto contemporaneo visto dalla Russia.

In questo festival medio-piccolo, che richiama circa 10000 visitatori, ed è ormai il principale evento attraverso cui il comicdom russo accoglie e ridigerisce gli stimoli provenienti dalla scena internazionale, il fumetto italiano ha già fatto il suo ingresso negli anni scorsi. Nelle edizioni precedenti ha infatti ospitato una mostra di Lorenzo Mattotti, alcuni autori della rivista Canicola, una presentazione di Lucca Comics, alcuni lavori di Gianluca Costantini.

Il giovane direttore Dmitry Iakovlev – che ringrazio dell’invito, insieme all’Istituto Italiano di Cultura di S.Pietroburgo e ad Elettra Stamboulis – ha preparato per quest’anno un’edizione ancora più ricca. Tra gli autori ospiti: Yuichi Yokoyama (uno degli autori che seguo con più interesse, di questi tempi), Edmond Baudoin, Jason, Olivier Deprez, Francois Ayroles, Florent Rupert, Jerome Mulot, Nine Antico, Lucie Durbiano, Anne Simon, Anouk Ricard, Bastien Vives, Pieter De Poortere, Nicolas Mahler, Ibn Al Rabin, Erik Kriek e Захар Ящин (chissà perché, non mi è chiaro chi sia quest’ultimo). L’affiche:

In un evento pensato non solo come vetrina commerciale, ma anche come occasione di scambio e dibattito, il direttore ha pensato di affiancare, sin dal principio, alcuni workshop e conferenze finalizzate ad approfondire alcuni temi e – soprattutto – ad offrire una visione internazionale al pubblico e agli artisti russi, immersi oggi in una entusiasmante stagione di cambiamento, fatta di crisi e nuovi stimoli, grazie anche al riconoscimento all’estero del ‘loro’ Nikolai Maslov. Per fare questo, giovedì 24 ci alterneremo in 4 – con me anche i “compagni di festival” Benoit Mouchart (Francia) e Erwin Dejasse (Belgio) – per fornire qualche coordinata in più su alcuni segmenti del fumetto contemporaneo.

Naturalmente, secondo Dmitry, quel che si conosce del fumetto italiano è davvero pochissimo: non basterà certo citare Crepax, Manara, Bonelli o Toppi per farsi capire. Una bella sfida, che proverò ad aggirare evitando il solito racconto/bigino su nascita-trasformazioni-protagonisti, e cercando di raccontare “l’identità italiana del fumetto italiano” attingendo qua e là dal passato e (soprattutto) dal presente.

Non mancherò di raccogliere qualche materiale per questo blog – con i “soliti” criteri dei quasi-reportage su queste pagine: frammentari e idiosincratici – con cui raccontare il festival e il fumetto russo, almeno per quel che avrò modo e tempo di vedere. Ma voi intanto potete studiare, e prepararvi. Per esempio, leggendo un saggio uscito solo alcuni mesi fa in USA (di taglio storico-sociale e con alcuni interessanti ‘affondi’ critici), scritto da José Alaniz e intitolato Komiks. Comic art in Russia:

Sì, certo: poi torno e vi interrogo. E sì, certo, simulerò di avere imparato il cirillico. Peraltro so già scriverlo, guardate qua: “Маттео Стефанелли“.

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