Di fumetto (italiano), in radio

In buon ritardo ho recuperato e ascoltato Tizzoni d’Inferno, podcast radiofonico sul fumetto, condotto da Tito Faraci, in onda sulla piattaforma Radio Nation ogni primo mercoledì del mese, e poi scaricabile sul sito latrasmissione.eu.

Tito, come sapete, non è un fumettista qualsiasi: è un impallinato di fumetto. Con tre caratteristiche radiofonicamente utili: parlantina serrata, dono della chiacchierata amabile, ritmo giocoso. Sarà per questo che il suo ‘impallinamento’ non finisce per soffocare la conversazione e, pur non facendone un *conduttore* ne fa un efficace chiacchieratore.

Certo, la presenza come ospite di Paolo Bacilieri, nell’ultima puntata, deve essere stata di aiuto. Su Bacilieri, anni fa detto anche “il muto” (parlava davvero poco, in pubblico – poi venne Francesco Cattani … e quest’anno, signore&signori, ve ne presento un altro: Gabriele Brombin), ormai si può contare, quando si desidera discutere di fumetto con precisione e con grazia. Ho davvero apprezzato, infatti, non solo le parole con cui Bacilieri è riuscito a descrivere un disegnatore tradizionale come Ticci, ma almeno altre due cose. Un splendido dettaglio e un principio paradossale:

  • il piacere tutto musicale per certi titoli di Tex (Conestoga!). Che io estenderei al western in generale: questione non solo di spazi e tempi immaginari, ma anche di suoni – parole incluse.
  • l’insistenza sulla chiarezza come categoria determinante per comprendere la produzione Bonelli. Bacilieri citava autori come Roberto Diso o Antonio Serra. Ma il punto è che il ragionamento mi è parso ben più che azzeccato: se a parlare di chiarezza è il disegnatore bonelliano più ‘eccentrico’, beh, siamo di fronte a un buon esempio – paradossale – per riflettere sulla differenza tra chiarezza e banalità, o tra chiarezza e standardizzazione. Concetti ben diversi tra loro, nonostante i prodotti Bonelli li pratichino – a volte per fortuna, a volte purtroppo – tutti. Un argomento decisamente credibile in bocca a è passato da Supermaso attitude a Sweet Salgari.

Un altro punto a favore di Tizzoni d’inferno sono i giochi – le domande di rito – che Faraci propone per stimolare le chiacchierate. Uno, in particolare, mi pare prezioso: chiedere agli ospiti un consiglio di lettura, scelto però rigorosamente tra i fumetti attualmente disponibili, in edicola o libreria. Un esercizio utile non solo come sponda, per fare emergere i gusti e le personalità degli invitati, ma anche come occasione anti-snobistica per sollecitare il confronto con la realtà dell’offerta. Diciamolo: non se ne può più di sentire fumettisti interrogati genericamente sui fumetti preferiti, per sentirsi rispondere inevitabilmente i soliti, da Little Nemo a Watchmen.

E poi c’è l’obbligo di leggere una frase di Tex su cui chiudere – in omaggio al titolo – il programma. Roba da impallinati? Sicuro. Pane per i denti dell’amico Michele. O forse no: Tex è la corazzata del fumetto italiano. Volenti o nolenti, siamo tutti lettori di Tex. Il che è anche un piacere – e un dramma – personale: il prossimo ospite sarò io. Peste!

Il che mi costringerà a interrompere – per qualche giorno – il mio nuovo passatempo online preferito: battibeccare con Tito su Twitter. 

C’è, infine, un altro motivo per parlare di Tizzoni d’inferno.

Bisogna infatti riconoscere come il fumetto sia sostanzialmente assente dalla radiofonia italiana, in particolare dall’informazione radiofonica. Qualche spazio esiste su Radio Popolare (Babel – ogni venerdì, con A.Serra), Radio 3 (Fahrenheit, abbastanza di frequente), Radio Città Fujiko / Radio Kairos (Il Garage Ermetico). Ma sono casi limitati, per rilevanza delle reti e, soprattutto, per estensione, regolarità degli appuntamenti e risorse (organizzative, professionali, economiche) destinate alla copertura.

Mentre la stampa periodica, negli ultimi dieci anni, ha recuperato quote consistenti di attenzione verso il fumetto, la radio pare ancora ferma al palo. Il confronto con la Francia, in questo caso, è davvero impari.

Qualche esempio. France Culture dedica attenzione al fumetto un po’ dappertutto nel palinsesto: difficile trovare settimana senza qualche servizio o intervista. France Inter ha trasmesso per un anno il programma Place au 9e Art. Senza dire di Europe1, o di tante radio regionali e locali. E poi c’è il caso di France Info, che da ormai 22 anni attribuisce il Prix France Info de la Bande dessinée d’actualité et de reportage, assegnato dalla redazione.

E allora, forse, un piccolo podcast ci ricorda un grande tema. La radio è un indicatore sottovalutato della visibilità sociale del nostro settore: la sua pervasività, gratuità e facilità di consumo sono risorse strategiche cui il fumetto, in Italia, al momento ha scarsissimo accesso.

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[BREAKING] Clark Kent lascia il Daily Planet (e apre un blog?)

Nell’episodio in uscita questa settimana della collana Superman (n.13), l’annuncio-shock: dopo oltre 70 anni di servizio per la veneranda testata di Metropolis, Clark Kent rassegna le dimissioni dal Daily Planet. Un’immagine di repertorio:

George Reeves e Noel Neill, dalla serie tv Adventures of Superman, 1952/54

Della notizia si stanno occupando i principali operatori dell’informazione. E non dell’informazione nel mondo di Metropolis, ma nel nostro: diversi quotidiani (il primo pare sia stato USA Today), e  Jim Romenesko, Poynter, Huffington Post, Mashable.

Come ha notato il sito Comic Book Resources, non è la prima volta che Kent si allontana dal Planet. La precedente fu nel 1971 in seguito all’acquisizione da parte di una concorrente:

he was removed from the newspaper in 1971 following its purchase by Galaxy Broadcasting System, and named by Morgan Edge as anchor of WGBS-TV.

La ragione delle dimissioni pare sia legata (nientepopodimenoche) a un non più sostenibile conflitto sulla ‘visione’ del giornalismo con il direttore del quotidiano. Clark Kent lo affronta in una tesa riunione di redazione, accusandolo di avere ormai perso la rotta, non distinguendo più tra informazione e intrattentimento:

La domanda più calda che si pongono i lettori delle memorabili (vabbe’) inchieste di Kent è: e ora cosa farà, dunque, il giovane reporter, cane sciolto nell’arena dell’informazione del 2012? Altra notizia: con la collega Cat Grant – dice lo sceneggiatore Scott Lobdell – pare si concentrerà sull’online:

He is more likely to start the next Huffington Post or the next Drudge Report than he is to go find someone else to get assignments or draw a paycheck from.

Leggetela come volete: trovata bizzarra, carenza d’idee dello scrittore o – viceversa – brillante intuizione di marketing, buona per inserirsi al centro dell’agenda dei media attuali. Quel che è certo è che il conflitto tra informazione cartacea e online è arrivato a toccare le corde ‘genealogiche’ di una delle più antiche icone della fiction seriale. E chissà se sarà solo una tematizzazione temporanea, o un asse della futura evoluzione del primo supereroe della storia.

Ci fosse ancora Roland Barthes, parrebbe un esempio perfetto per raccontare un mito d’oggi: il Superblogger.

Hollande, il comics journalism ‘embedded’, e una certa marginalità strategica

Il nuovo presidente francese François Hollande ha da poco superato i primi 100 giorni in carica. Ed io – in ritardo – segnalo quanto accaduto in campagna elettorale. Perché l’episodio mi pare davvero emblematico. Persino utile ad argomentare risposte all’amletica domanda “che cos’è il fumetto?”. Non tanto come linguaggio, però, ma come ambito della produzione culturale.

Il fatto è questo: tra i giornalisti accreditati per seguire da vicino la campagna elettorale, c’era anche un fumettista, Mathieu Sapin. Di per sè già una notizia, vista la rarità del caso – e l’importanza del Paese – sebbene non una novità assoluta. In sostanza, Sapin ha seguito Hollande e il suo staff dal giorno dell’esito del primo turno fino all’elezione, pubblicando alcune pagine su Libération e poi il volume Campagne présidentielle.

Nel raccontare la campagna, naturalmente, Sapin ha messo in gioco il proprio caratteristico sguardo ‘laterale’, già visto all’opera nei precedenti reportages a fumetti: “les à-cotés, les imprévus, ce qui ne marche pas trop”, come ha detto in un’intervista apparsa sulla rivista Casemate (n. 49, giugno 2012).

Ma il punto su cui propongo di riflettere è un altro, e prescinde dai contenuti (pur interessanti, e divertenti) del libro. Mi interessa, piuttosto, soffermarmi sulle condizioni (socioculturali) che hanno permesso l’esistenza dell’operazione editoriale. E torno quindi all’intervista, a partire dal momento in cui Sapin racconta il suo ‘battesimo’ come reporter della campagna:

La mia prima visita, la sera del primo turno, è consistita nell’andare in rue Solférino alla sede del Partito Socialista per vedere un po’ come andava. […] Quello che mi entusiasma, quella sera, è di rendermi conto di avere una carta da giocare, rispetto agli altri giornalisti.

Non conosco niente di niente, non conosco nemmeno tutti i nomi dello stato maggiore del Partito socialista, e ci sono duecento giornalisti. Nel cortile di rue Solférino, però, incrocio un tizio che vedo tutte le mattine quando accompagno mia figlia a scuola. Non è né un politico né un giornalista, ma un giurista e fa parte della squadra che dovrà convalidare i risultati del primo turno.

Gli chiedo se posso andare con lui nella war room dove vengono contabilizzati tutti i risultati. All’inizio mi risponde dicendomi che l’accesso è proibito alla stampa, ma poi riflette e dice: “ma per te non è la stessa cosa, tu sei un disegnatore”.

Risale quindi a parlarne ai colleghi, e torna dicendomi che sono d’accordo nel farmi passare un’ora nella war room insieme a loro. Tutti gli altri sono nel cortile dalle 18h, ad attendere i risultati. Io invece mi trovo in questa sala piena di persone davanti ai computer che si scambiano delle cifre che, solo due ore dopo, non avranno più alcun valore di esclusiva. Quando esco dopo un’ora, riferisco le cifre che ho sentito ai miei amici di Libération, che sgranano gli occhi.

Quello di Sapin è il racconto di una “eccezione”: il fumettista. La cui presenza – il cui ruolo – è ritenuta non assimilabile a quella di un giornalista. In quanto fumettista, Sapin è percepito come un operatore ‘diverso’, e questa differenza – letteralmente, nel caso raccontato – apre delle porte, inaccessibili ai professionisti dell’informazione.

La questione non è molto diversa da quanto hanno raccontato in passato altri fumettisti – da Joe Sacco a Emmanuel Guibert – coinvolti in situazioni analoghe: praticare fumetto può essere, in alcuni contesti, una straordinaria risorsa per “accedere” a spazi o reti sociali tradizionalmente preclusi ad altri mezzi, e ai loro praticanti/autori.

L’episodio della ‘accoglienza’ di Sapin all’interno dei processi normalmente ‘invisibili’ di un’importante campagna elettorale, allora, mi pare meriti di essere segnalato non solo come gustoso backstage di un buon libro. E’ anche, infatti, una rappresentazione plastica, particolarmente evidente, del tema dello statuto sociale dell’autore di fumetti. Un tema di cui Sapin, peraltro, si dimostra perfettamente consapevole:

Ciò che mi interessa è anche mostrare che il fumetto ha una carta da giocare diversa dagli altri media. […] Senza abusarne, gioco volentieri con il lato falsamente inoffensivo del fumetto.

Volendo spingerci ancora più in là, questo episodio mi sembra richiamare quella che altrove ho chiamato marginalità strategica del fumetto. Perché se è vero che il fumetto è stato e resta un settore ai margini dell’industria culturale (cui si collega l’antico dibattito sulla sua legittimazione cuturale, che tanto ossessiona proprio i francesi), è anche vero che questa marginalità è stata una risorsa strategica per il suo sviluppo. Per esempio, arrivando a mettere nelle mani di un autore quella “falsa inoffensività” che Mathieu Sapin, nel suo uso consapevole, ci ha semplicemente ricordato.

Il bacio lgbt del vicino è sempre più (Lanterna) verde

Negli ultimi mesi, tra lanci di agenzia, pezzi in cronaca/costume (e fotogallery online) e commenti della stampa specializzata, se ne sono sentite. Mi riferisco alle notizie sui coming out nel fumetto mainstream americano. In cui tra baci (del Lanterna Verde ‘originale’ Alan Scott) e matrimoni (di Northstar, membro degli X-Men) gay, diversi personaggi di fumetti più o meno noti hanno catalizzato l’attenzione della stampa nazionale sulle ‘scene’ in cui si rivela il loro orientamento omosessuale. Un esempio:

Un mese fa, in Italia, una serie piuttosto nota come Nathan Never ha ospitato una scena in cui, per la “prima volta” nel fumetto popolare Bonelli, un personaggio femminile bacia un’altra donna. Si tratta di Legs:

L’orientamento lesbico di Legs Weaver, in realtà, non è una novità. Ma se in passato il riferimento era stato limitato ad allusioni sottili, abbracci o baci fuori campo, l’episodio di NN 254 ha proposto la rivelazione più frontale: un bacio appassionato.

La domanda sorge spontanea, diceva il (tele)saggio: perché mai la stessa stampa che ha dato risalto a quei characters, noti in Italia a un pubblico ben più ristretto dei lettori Bonelli, non ha ripreso la notizia con pari enfasi?

Proviamo. Con quattro risposte possibili:

  1. Bonelli Editore non ha spinto la notizia, in ossequio alla tradizionale politica assai poco marketing-oriented
  2. se alla stampa generalista e (purtroppo anche) a quella specializzata non arriva la pappa pronta di un buon comunicato stampa, in Italia ancora si fatica a “costruire notizie” intorno a prodotti fumettistici
  3. un bacio gay/lesbico, in Italia, non fa notizia perché viviamo in un Paese talmente sereno sul tema che suvvìa: cosa volete che sia?
  4. un bacio gay/lesbico, in Italia, non fa fino che faccia notizia perché viviamo in un Paese che ha ancora qualche problemuccio a dare visibilità a questo tema

Una sola di queste quattro risposte mi lascia perplesso. Chissà quale?

via Valeriano Elfodiluce

Olimpiadi in diretta, disegnando

Oggi iniziano le Olimpiadi. E per seguirle, tra i tanti modi, ve ne suggerisco uno: i disegni realizzati da Christoph Niemann.

una recente illustrazione di Niemann

Illustratore e columnist per il New York Times Magazine con la rubrica Abstract Sunday (perché ricordarla? Per cose così), Niemann seguirà come “disegnatore corrispondente” i giochi, postandoli qui.

Disegnatori italiani, inviati da testate italiane. Ancora niente, eh?

 

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