Fumetto italiano e anticlericalismo pop

Due indizi non fanno una prova. E questa è la doverosa premessa. Ma l’uscita di due serie a fumetti negli ultimi tempi, Nirvana (di Daniele Caluri e Emiliano Pagani) e Suore Ninja (di Davide La Rosa e Vanessa Cardinali), segnala quantomeno qualcosa: l’anticlericalismo è un ingrediente non più ‘invisibile’, nel fumetto popolare italiano.

In Nirvanaseconda serie, il primo episodio mette in scena la caccia al ricercato protagonista, il meschino ‘italiano medio’ Ramiro, tra una curia vaticana che traffica in accordi politici, e preti (Padre Zorro) che si distinguono per un tot di ciniche quanto surreali perversioni.

In Suore Ninja, già il titolo del primo episodio è tutto un programma, Zombie gay in Vaticano. E proprio quel programma, peraltro: l’anticlericalismo è al cuore dell’immaginario della serie. Nella trama, il tema è sviluppato attraverso le avventure di un trio di poco canoniche suore armate, a difesa di una Chiesa testardamente opposta agli omosessuali. Una Chiesa ritratta in atteggiamenti ipocriti (su sesso, droga, e persino sulla stessa religiosità popolare), il cui destino non sarà altro che essere… cancellata dalla faccia della Terra (causa: gli alieni). Un perfetto, limpido, preciso cocktail di temi e – se mi si passa il termine – aspettative da vera e propria “utopia anticlericale”: fine, end, kaput per la Chiesa.

Tempo fa si sarebbe letto qualcosa del genere “un tabù è caduto”. Anche se, come sappiamo bene, questo tabù non è più lo stesso da decenni (anche) nel fumetto. Fra i tanti esempi, potrei ricordare Suor Dentona di Filippo Scozzari, o il dimenticato Kyrie & Leison di Pino Zac. Come è noto, una dimostrazione più recente e ancora più esplicita è invece Don Zauker, il cui successo ha ampiamente tracimato dal recinto di quel baluardo dell’anticlericalismo che è il Vernacoliere (Dio l’abbia in gloria). Ma si potrebbe citare anche Papa Nazingher di Alessio Spataro, o Ravioli Uèstern di Pierz. E altri.

[Seconda premessa. Con apparente paradosso: la mia prospettiva. Il quipresente lavora infatti presso l’Università Cattolica (compromesso! compromesso!). Il che non impedisce di gradire narrazioni anticlericali, nel fumetto e non (eresia! eresia!). Un’ovvietà, direi, ma non sia mai possibili equivoci fuori luogo.]

In questi due casi, sopra a ogni altro, il dato principale – positivo, rispetto a un’idea di società laica e matura – è che l’anticlericalismo è quindi uscito dalla riserva indiana del fumetto satirico. Nirvana e Suore Ninja non sono, infatti, fumetti anticlericali nel senso tradizionalmente praticato dalla satira. D’altra parte, non si tratta di creazioni di professionisti della satira, alla Altan o alla Vauro; non sono serie da Il Male, per capirci. Caluri disegna da anni per Martin Mystère; La Rosa ha scelto di (far) disegnare la serie in stile cartoonistico, vicino al fumetto per ragazzi. Entrambi i lavori sono, in buona sostanza, ‘semplici’ fumetti pop. Serie con immaginari e ritmi narrativi contemporanei, stili grafici semplici ma duttili e aggiornati, un’evidente voglia di divertire e divertirsi, e una verve matura, che non si fa problemi a superare il politically correct con argomenti anche controversi, tutt’ora poco frequentati dal mainstream nazionalpopolare.

Quello che mi sorprende, allora, non è certo la presenza di temi o prospettive anticlericali, ma qualcosa di più specifico: che esperienza offrono queste letture? Quanto colpisce/punge il loro uso dell’anticlericalismo? Domande che mi sono fatto soprattutto alla lettura di Suore Ninja. Durante la quale mi sono ritrovato a sorridere, ma mai a ridere; a corrucciare il viso, ma mai a indignarmi. E la spiegazione che ho provato a darmi, per farla breve, è la seguente: Suore Ninja, pur brillante (il talento non manca, né a La Rosa né alla disegnatrice), non è né carne né pesce.

Nonostante l’approccio diretto al tema anticlericale, l’obiettivo della serie è infatti comico, prima ancora che critico-ironico. Suore Ninja è, piuttosto, un fumetto umoristico pienamente pop – anche nel denso e insistito citazionismo – che si offre come commedia action. Nulla di male in questo. Anzi, il contrario: sono convinto che il fiorire di serie umoristiche sia un segnale positivo, che indica possibili spazi di creatività oltre le secche di prodotti consolidati come Lupo Alberto o Rat-Man.

Il problema, tuttavia, è che in un simile impianto comico, l’anticlericalismo – tema critico di per sé forte e degno di virulenza – non punge. Provo quindi a formulare un’ipotesi. L’anticlericalismo funziona per difetto: meno ce n’è, più si nota.

Il punto mi pare ben diverso da come si tende spesso, ma un po’ frettolosamente, a inquadrarlo: non è solo questione di virulenza. Non ha molto senso, a mio avviso, ragionare in termini di gradi di ‘forza’, o ‘intensità’ di anticlericalismo, in una sorta di contrapposizione tra massimalisti e riformisti (i Paguri sono più o meno anticlericali di Lario3?).

Piuttosto, credo che il nodo sia nella differenza tra questa prospettiva e l’immaginario mainstream. L’anticlericalismo funziona e colpisce – indigna, rivela, denuda il Re – quanto più emerge la sua funzione di distinzione, ovvero di critica rispetto al contesto sociale.

In Suore Ninja, però, l’anticlericalismo è in scena tanto nell’impianto complessivo quanto in ogni tavola. Una presenza persino virulenta, potremmo dire. Eppure niente, non punge. Perché mai?

Probabilmente perché “abita” un immaginario che sta all’incrocio di due spinte. Da un lato è diluito in un clima da commedia action che ne depotenzia la forza critica oppositiva: il contesto è più fantastico che reale, così come le dinamiche e le interazioni tra i personaggi, trainati – giustamente, inevitabilmente – dalla forza deformante dell’umorismo. D’altro canto, la costante presenza in scena del tema raffredda la comicità stessa: si ride e si scherza su questioni clericali, a ogni sequenza, spremendo il tema in una ridondanza che, visto l’impianto da commedia, diventa – giustamente, inevitabilmente – puro gioco, divertissement, come un flipper monocorde in cui la pallina sbatte dappertutto ma producendo sempre gli stessi suoni.

Forse, non siamo davanti ad altro che all’antico problema del verosimile (e la satira, si sa, punge più quando il registro in cui agisce è il realismo, e non la proiezione fantastica), che qui si fonde con quello dell’umorismo (della narrazione?) “a tesi”. Legittimo, nei casi più fortunati persino piacevole, ma certamente normalizzato.

E siccome di sano anticlericalismo, nella nostra società, c’è – ancora – un po’ bisogno (eresia!), forse la strada più efficace non è quella di ridurlo a norma pop.

Occupy è ormai materia (da fumetto) mainstream

Dell’impatto del movimento Occupy sulla porzione ‘fumetto’ dell’immaginario collettivo, mi è capitato di scrivere diverse volte, nell’ultimo anno e mezzo. Inevitabile, vista la quantità e varietà di legami sia con il versante simbolico (dalla diffusione della maschera di V nei cortei, alla polemica Miller/Moore, alla interpretazione del fenomeno da parte di Nolan nell’ultimo film batmaniano) che con quello editoriale del fumetto (dai reportage disegnati di Susie Cagle alle antologie autoprodotte per finanziare i movimenti).

La più recente tappa in questa traiettoria è una evidente appropriazione del “fenomeno Occupy” da parte del fumetto americano più mainstream, i comics di supereroi. DC Comics ha infatti diffuso da qualche giorno la prima immagine promozionale per il lancio di due serie previste in maggio, The Green Team e The Movement, che chiama in causa esplicitamente lo slogan di Occupy, quel 1% versus 99% che abbiamo imparato a conoscere (e adottare) ormai sempre più spesso anche nel dibattito politico nostrano.

dc-green-team-movement

Di queste due serie con protagonisti (soprattutto giovani) dotati di superpoteri, The Green Team incarna il fronte dell’1%, presentando alcuni ragazzini smisuratamente ricchi che cercano di usare la propria ricchezza per il bene del mondo. The Movement rappresenterebbe invece la massa del 99%, di cui pare racconterà le azioni attraverso le vicende di alcuni cittadini con superpoteri, sì, ma senza altro potere (politico, s’intende).

Come ha notato sarcasticamente Graeme McMillan per Wired, in questo lancio c’è un bel paradosso. A dare voce alle (reali e/o immaginarie) istanze del 99%, sorto come reazione contro lo stra-(super-?)potere delle corporation, è il secondo editore di fumetti negli USA, parte di un conglomerato multinazionale che genera circa 12 miliardi di $ l’anno. Un paradosso non nuovo, peraltro: proprio presso DC Comics apparvero V for Vendetta o The Invisibles, ancora oggi ricordati tra le più fulgide parabole antisistema nell’intera storia del fumetto di supereroi. Eppure, come ha notato un tizio scelto non a caso, ovvero il curatore dell’antologia Occupy comics, la DC Comics di oggi pare assai meno credibile di quella all’epoca dei seminali lavori di Moore o Morrison:

sebbene DC Comics abbia contribuito a lanciare l’epopea anarchica di V For Vendetta oltre vent’anni fa, mi pare piuttosto inverosimile che possa lanciare qualcosa di simile oggi. Tra lo smantellameno della linea Vertigo e la “mostrificazione” di Watchmen, l’anno appena trascorso ha dimostrato che DC non è un approdo sereno per gli autori coraggiosi non è un posto sereno per gli autori che vogliono raccontare storie che potrebbero ispirare cose come Occupy, a meno che non si tratti solo di sfruttare commercialmente la cosa.

Mainstream o non mainstream, di per sé, non è quindi sufficiente. Ma il mainstream dei fumetti di supereroi odierno è diverso da quello di un paio di generazioni fa, e non sembra più credibile come sponda per un immaginario politico autenticamente antagonista. Basti pensare anche al fatto che in questi giorni, il boss DC (Dan DiDio), si è sentito di dovere delle scuse agli autori per l’annata ‘pasticciata’ della casa editrice, e questo durante un momento cruciale come il summit creativo annuale tra editor, autori e dirigenti.

E’ anche vero, però, che non possiamo dimenticare come tale riappropriazione pop(ular) e mainstream di Occupy abbia a che vedere anche con la natura stesso del movimento, ‘fallito sul campo’ per le proprie stesse carenze politiche, strategiche e comunicative (il boomerang di una comunicazione talvolta più “fàtica” che focalizzata).

In fondo, siamo di fronte alla stessa questione cui accennavo ieri. E’ il tema della ‘posizione’ dei supereroi nell’immaginario di oggi: less ethics, more aesthetics?

Bersani = Batman (in un ennesimo meme)

Il gruppo informale di “militanti digitali” del PD Trecento Spartani (altre info qua) ha diffuso in questi giorni un meme. La cui ispirazione è fumettistica: una serie di cartoline infografiche in cui si immagina un Bersani come Batman, e i suoi avversari alle prossime elezioni politiche come fossero i tipici villains di Gotham City:

montiberlusconipenguin

Cosa ne penso? Che si tratti di un divertissement tanto futile quanto ben fatto.

Quello che mi pare interessante osservare, però, è che si tratta dell’ennesimo episodio di una sorprendente tendenza degli ultimi anni, nell’immaginario della politica italiana: i ripetuti riferimenti a Batman (da Batman-Moratti a Batman-Fiorito) e ad altri supereroi. Il che, se pensiamo a quanto (poco) vendano i fumetti di supereroi, in Italia come altrove, potrebbe persino stupire.

Tuttavia sappiamo bene come il cinema abbia rimesso al centro dell’immaginario contemporaneo i character supereroistici. E la generazione dei ‘quarantenni’ oggi al potere nella comunicazione politica (inclusi alcuni politici, responsabili comunicazione, e giornalisti che immaginano le campagne, o che pensano alle metafore per descrivere certi fatti o comportamenti) ha potuto così rispolverarli dal proprio bagaglio di simboli pop adolescenziali.

Quel che continua ad accadere è quindi qualcosa che pochi anni fa sarebbe parso esclusivamente naif (o mediocre), e invece oggi pare naturale, persino banale: fondere una politica sempre più pop con alcune icone “per antonomasia” di un immaginario pop. I supereroi come simbolo esemplare, emblematico, leggendario di un’ironia pop che mescola toni retro’ e tendenze attuali. I supereroi, insomma, come una delle “regole del gioco metaforico” dei nostri tempi di crisi, di rincorsa delle nostalgie generazionali, di cittadini-consumatori consapevoli della finzionalità dei propri ‘eroi’ (fumettistici-e-politici).

Un piccolo sintomo di quel che si muove nella pancia dei simboli condivisi, su cui sarebbe utile (tornare a) riflettere. Un po’ per dire con chiarezza che l’epoca dei supereroi come “miti d’oggi” è finita per sempre: secolarizzati e de-costruiti, più che mitologie sono oggi delle commodities (splendidamente) decorative. Per dirla con un’espressione intellettual-giornalistica, più estetica che etica. Ma un po’ anche per comprendere che questa moda dei supereroi ‘arruolati’ nell’immaginario politico finirà, prima o poi. Sebbene debba confessare una sensazione: credo ci accompagnerà ancora per diversi anni. E in Italia più che altrove, vista una certa, comprensibile incompatibilità della politica con le icone fumettistiche nostrane.

Storia d’amore (by Quino)

Mattino luminoso con Watterson, pomeriggio cupo con Quino:

Dal punto di vista medico, oggi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: