Italiani (fumettisti) in America, 2012

A distanza di un paio di anni, accadono cose: fra i candidati agli americani Eisner Awards 2012 ci sono quattro nomi italiani, nominati in tre categorie:

Sara Pichelli, per la prestigiosa categoria “Best Continuing Series”, come disegnatrice di Ultimate Comics Spider-Man (scritta da Brian Michael Bendis e pubblicata da Marvel)

Milo Manara e Hugo Pratt, nella categoria “Best U.S. Edition of International Material”, per la riedizione in inglese della Estate Indiana (The Manara Library, vol. 1: Indian Summer and Other Stories, pubblicato da Dark Horse Books)

Francesco Francavilla, come “Best Cover Artist” per i lavori su diverse testate (Black Panther per Marvel; Lone Ranger, Lone Ranger/Zorro, Dark Shadows, Warlord of Mars per Dynamite); Archie Meets Kiss per Archie).

 

 

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Il Premio di Disegno 2011, Museo ABC (Madrid)

Il Museo del disegno e dell’illustrazione Museo ABC, a Madrid (creato dal gruppo del quotidiano ABC), è alla seconda edizione del suo premio di disegno.

Quest’anno il premio è andato a Martin Vitaliti, un 33enne argentino che ha realizzato diverse opere in cui oltre al disegno, la carta stessa diventa un elemento protagonista. Opere tra disegno e scultura di carta, in cui il fumetto è presente come “materia grafica” distintiva:

Italieni: Reviati in Francia (premiato)

Gennaio è il mese del festival di Angouleme, e purtroppo nessun italiano correrà quest’anno per un premio nella Selection Officielle (l’anno scorso vinse Manuele Fior – mettiamola così: quest’anno “si salta un giro”).

Nel frattempo, però, un autore italiano ha conquistato un altro premio: quello attribuito dalla rivista dBD, il principale magazine francese dedicato a prebubblicazione e informazione sul fumetto.

Un premio ‘minore’, certamente, ma pur sempre un segnale. Congratulazioni dunque a Davide Reviati, miglior libro straniero per il suo Etat de veille (in Italia: Morti di sonno, Coconino Press):

David Mazzuchelli e il premio (a Lucca)

Uno dei premi principali a Lucca Comics 2011 – Gran Guinigi per la Miglior Storia Lunga – quest’anno è andato ad Asterios Polyp. Il cui autore, David Mazzucchelli, da tempo ha deciso di non fare tour promozionali e non concedere interviste su quest’opera. Una scelta a mio avviso coerente con il tipo di lavoro – un discorso sulla “continuità tra moderno e postmoderno fumettistico” – che non ha nulla a che vedere con un’eccentrica postura burbera, retro’ o un po’ snob.

Lo dimostra anche il messaggio che ha fatto circolare dopo la vittoria tramite il suo editore (Coconino Press), insieme serio e divertito. Ovvero questo:

È un grande onore per me – scrive Mazzucchelli – ricevere questo riconoscimento dal prestigioso festival di Lucca, in Toscana, la terra dei miei antenati.

Devo confessare che ho sentimenti in qualche modo ambivalenti riguardo a questo premio. Riconoscimenti di questo tipo sono per loro stessa natura soggettivi: non stiamo parlando di caratteristiche quantificabili come, ad esempio, “il libro più pesante” o “quello con i caratteri tipografici più piccoli”. No: i premi, nel campo degli sforzi creativi, sono questioni più delicate e complesse. In una lunga lista di libri che include tanti diversi stili e generi, come si può decidere che quest’avventura fantasy sia meglio di quel dramma storico, oppure che questo libro di satira per adulti sia meglio di quel racconto umoristico per ragazzi?

Inoltre, non posso dimenticare che nel 1990 l’industria discografica americana assegnò il Premio Grammy per la categoria “Miglior nuovo artista” ai Milli Vanilli.

Forse in tempo reale è difficile stabilire quali opere resisteranno alla prova del tempo. Ma intanto, assegnando questo premio ad Asterios Polyp, la Giuria ha garantito che questo libro sarà letto, esaminato, indagato da persone che potrebbero discutere se l’opera sia meritevole o meno di un tale riconoscimento.

Un libro come questo non si crea nel vuoto: perciò sono grato ai miei predecessori e ai contemporanei per il loro aiuto nel creare un ambiente nel quale Asterios Polyp può esistere. Vorrei anche ringraziare il mio amico Igort e tutti quelli che lavorano alla Coconino Press per la loro pazienza e l’impegno nell’affrontare le sfide e i mal di testa che ho infilato nel progetto di questo libro.

Tantissime grazie a tutti, davvero.

PS Nei prossimi giorni, qualche commento a margine di LCG 2011.

Tanti premi, nessun premio? (E Fullcomics)

Michele Petrucci ha risollevato una vecchia questione: la proliferazione di premi (anche) fumettistici in Italia.

Credo abbia fatto bene a farlo. Perché la questione è quantomai opportuna, in un Paese che vive da dieci anni una costante crescita delle manifestazioni culturali dedicate al fumetto, tra fiere e festival. Una progressione che, se da un lato testimonia la maturazione di un canale di mercato consistente (per penetrazione geografica e volumi di pubblico), dall’altro rappresenta bene le dinamiche in parte disarticolate con cui è andato sviluppandosi il canale, non a caso periodicamente oggetto di piccoli o grandi conflitti (sovrapposizioni di calendario, concorrenza su clienti/espositori e contenuti/mostre).

E i premi sono da tempo parte di questo dibattito. La loro stessa presenza e diffusione – evento che vai, premio che trovi – pone inevitabilmente domande su qual sia il loro ruolo. Questione che si associa alle domande sulla loro ‘formula’: nonostante le sfumature, i premi fumettistici italiani tendono ancora oggi ad assomigliarsi molto l’uno con l’altro.

Siccome le questioni da discutere sarebbero molte, mi limito a quella postami direttamente da Petrucci: perché fare il giurato in un premio ‘piccolo’ come quello di Fullcomics? E rispondergli mi permette anche di rilanciare, offrendo qualche elemento che spero utile a proseguire la discussione al di là del di per sè poco interessante caso individuale.

Premessa: condivido che la questione piccolo/grande sia importante. Michele parla di visibilità: più è ‘grande’ l’evento, più ampia la visibilità.

In realtà le cose non stanno esattamente così (esempio italiano: Romics ha più visitatori, ma i premi di Napoli Comicon sono certamente più ‘visibili’). E non è vero che il ruolo di un premio stia in una generica e indifferenziata visibilità: molti importanti premi culturali perseguono strategie volutamente diverse dalla “visibilità mediatica di massa”, privilegiando visibilità specifiche o settoriali (nel cinema, gli Oscar non sono i Sundance Awards), oppure ‘valori’ del tutto diversi: il più comune è il riconoscimento all’interno di un network (i premi dati da artisti ad altri artisti, per esempio, non sono uguali a quelli assegnati agli artisti dalla stampa, dalla critica, dal mercato, dal pubblico… Esempio: i Grands Prix di Angouleme, assegnati dall’Académie des Grands Prix (tutti autori), sono ben altro dai premi alla carriera assegnati da giurie varie o direttamente dagli staff festivalieri). Qual è il valore più comune attribuito alle strategie del riconoscimento? Il prestigio: il riconoscimento da un’autorità locale non attribuisce lo stesso prestigio di un riconoscimento di una figura competente, un grande artista, un imprenditore di successo, eccetera. E la stessa “visibilità” ne è fortemente condizionata: come dicevo prima, c’è visibilità e visibilità.

Ma questa premessa è solo un minuscolo spunto. Doverosa solo per evitare di appiattire il dibattito sulla questione della visibilità, e ricordare come il ‘senso’ dei premi sia questione ben più complessa e sfaccettata, a partire dalla questione del prestigio e del riconoscimento (e il valore sia simbolico che economico di tutto ciò). Per approfondire, consiglio la lettura di The Economy of Prestige Prizes, Awards, and the Circulation of Cultural Value di James English.

Il mio trovarmi d’accordo con Petrucci sul “problema della proliferazione” deriva dal fatto che, nel panorama del fumetto italiano, la tendenziale somiglianza tra formule – e intendo dunque categorie, composizione delle giurie, meccanismi di selezione, contenuti dell’assegnazione, e obiettivi simbolici del premio (quasi e sempre solo una indifferenziata visibilità, appunto) – produca un effetto inevitabile: tanti premi, nessun premio. Il problema non è solo nella quantità, ma in una sorta di proliferazione indistinta. Ovvero: se così tanti premi si somigliano, a vincere resta solo il più “grosso”, in grado di produrre la massa di visibilità maggiore. In un simile scenario, la scelta di rinunciare del tutto ai premi può rappresentare una scelta estrema, ma anche la sola via d’uscita dall’effetto ‘calderone’: è la posizione di un festival rilevante come Bilbolbul, che incarna la più evidente consapevolezza di una simile impasse.

In questo contesto – naturalmente in evoluzione: dubito che tra 10 anni lo scenario sarà lo stesso – è strategico riflettere, oggi, su un piano che mi pare un “passaggio forzato” per sciogliere il nodo della somiglianza/appiattimento nelle formule: l’identità dei premi. Ovvero: premiare sì, ma “che cosa”? Una domanda che mi accompagna da un po’ di tempo, sin dai tempi di Napoli Comicon nel 2006/7 in cui, oltre a istituire il concetto di Comitato di Selezione, ridisegnai la struttura delle categorie rafforzando l’identità ‘italiana’ (più sezioni) e creando una più articolata distinzione tra opere seriali (per generi: drama/comedy) e non. Un impianto che mi pare ormai felicemente consolidato, e che oggi – a mio avviso non a caso – apre spazi di manovra su altri piani, come le politiche di valorizzazione e comunicazione (l’accordo con alcune librerie Feltrinelli Express, sebbene in un numero irrisorio).

E proprio su questo piano – lavorare sull’identità dei premi – ho trovato le motivazioni essenziali che mi hanno spinto ad accettare l’invito di Fullcomics. I cui premi sono in parte simili ad altri, ma in parte no. E le differenze, rappresentate da alcune categorie, mi sono parse tali da ritenerla una opportunità per segnalare 4 cose:

  1. le autoproduzioni sono un segmento importante della produzione fumettistica: assurdo snobbarle, e anzi mi pare urgente integrarle come già avviene persino nel più importante festival internazionale, ad Angouleme. Ecco dunque l’importanza di lanciare un segnale compiendo scelte all’interno di una categoria MIGLIOR FUMETTO ITALIANO AUTOPRODOTTO
  2. la produzione di fumetto per piattaforme digitali è un altro segmento rilevante, oggi. Al punto che non solo è utile integrarlo (Napoli lo fa da qualche tempo; Lucca non ancora), ma serve anche un salto in avanti: non solo guardare alle produzioni seriali, ma anche a specifiche opere. Ecco perché ho suggerito – trovando adesione presso gli altri giurati – di inserire anche singoli lavori di fattura particolarmente riuscita, che hanno prodotto la nomination alla (per me splendida) storia “In fondo in fondo” di quasimai nella categoria MIGLIOR FUMETTO ITALIANO DIGITALE
  3. riconoscere l’operato non solo degli autori ma anche degli operatori, passa anche per il discrimine tra strategie produttive standardizzate e iniziative (formule editoriali o iniziative commerciali, piattaforme o collane dai concept originali e creativi) in grado di offrire elementi di innovazione, che possono emergere mettendo a fuoco categorie come quella dedicata all’INNOVAZIONE EDITORIALE
  4. infine credo sempre più utile segnalare che i contributi alla crescita della cultura fumettistica non passano solo per i prodotti, ma anche per altre iniziative culturali. Ecco perché, accanto alla saggistica, si è potuto inserire una mostra nella categoria PREMIO SPECIALE CULTURA DEL FUMETTO

Niente di più, niente di meno: un premio di un evento piccolo, dalla rilevanza limitata. Peraltro non privo di debolezze anche sui premi stessi (l’ambiguità sull’identità italiana delle categorie; una certa prosopopea nella retorica comunicativa, nome “Gran” Premi incluso).

Ma questa piccola fiera, nel contesto dell’Italia fumettistica dei nostri giorni, ha offerto qualcosa di utile, volenti o nolenti: la consapevolezza che esistono aspetti che hanno ancora poca visibilità persino nei “premi calderone” nostrani, nonostante la loro evidenza. E di cui i premi del futuro faranno bene a tenere conto.

Chissà che prima di arrivare all’auspicata equazione “meno premi, più visibilità”, non si riesca a passare per una ragionevole “più premi, se mirati”.

 

PS Questo post inizia bene, poi diventa noioso. Uff. Lo ammetto: stanchezza da perditempo al Salone del mobile.

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