Gustave Doré, fumettista

Tra i (tutt’altro che poco numerosi) fumettisti attivi intorno alla metà dell’Ottocento, negli anni successivi alle pubblicazioni di Rodolphe Töpffer, ci fu Gustave Doré. Prima di diventare una star dell’illustrazione, all’età di soli 15 anni realizzò il suo primo fumetto – Les Travaux d’Hercule – proprio ispirandosi al modello topfferiano. Non un gesto isolato, da parte sua: ad esso seguirono tre altri album (graphic novel a tutti gli effetti, per quanto ante litteram) e varie storie brevi.

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Le vicende di quegli anni giovanili sono state raccontate, e in parte romanzate, pochi anni fa in un riuscito episodio di Martin Mystère (MM 281, sceneggiatura di Alfredo Castelli). Ma la notizia recente è che, dopo averne sentito parlare da almeno un anno, ho scoperto che la grande retrospettiva su Doré prevista al Musée d’Orsay ha finalmente una data: febbraio 2014.

Tra sei mesi, quindi, sarà possibile vedere molti dei materiali fumettistici – a lungo ritenuti tra i lavori “minori” dagli studiosi dell’artista – riuniti nel contesto dell’opera grafica di uno dei più grandi disegnatori del XIX secolo. Un artista che non solo ha ispirato da Van Gogh a Terry Gilliam, ma, come ha scritto Antoine Sausverd:

ha spinto la narrazione grafica oltre i suoi limiti, esplorandone le potenzialità riflessive o metanarrative, moltiplicando le invenzioni grafiche, e giocando con lo spazio della pagina. Bisognerà attendere fino a Winsor McCay, mezzo secolo dopo, per vedere un artista dare prova di altrettanta inventiva, giocosità e libertà.

Questo recupero della porzione fumettistica della carriera di Doré, per giunta in una sede come il Musée d’Orsay, è qualcosa che molti storici e teorici fumettòfili attendevano da tempo. A quanto mi dicono colleghi francesi, lo stesso catalogo della mostra terrà finalmente traccia di questa reintegrazione del fumetto nella traiettoria artistica di Doré: che il grande incisore abbia fatto fumetti non sarà più l’affermazione esoterica di qualche eccentrico fumettologo, bensì un dato assodato, legittimato dalla più grande retrospettiva museale mai curata su di lui.

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Per questo ha fatto bene Antoine a ricordare che tutti e 4 gli album a fumetti di Doré sono ormai perfettamente leggibili online. Di che prepararsi, con la dovuta calma, a una mostra che aiuterà a fare un altro passo significativo, verso una compiuta integrazione del fumetto nella storia dell’arte moderna.

 

3 Risposte

  1. Sono bellissimi, Matteo, bellissime narrazioni per immagini. Ma se chiamiamo questi “fumetti”, perdiamo ogni possibilità di distinguere il fumetto dal “picture book”; sono tutte e due narrazioni per immagini, ma perché buttarne via la specificità?

    • il picture book era e resta picture book. Ci mancherebbe, Daniele.
      Ma non è il caso di molti lavori di Doré. Che realizzò sia cose che oggi chiameremmo picture book, sia cosa che oggi chiameremmo fumetti.

  2. Mah. Penso sempre di più che avesse ragione Antonio Rubino in quello che scriveva nel 1938 (lo cita Luca Boschi qui). In ogni caso, che Dorè facesse quelle cose (comunque le vogliamo chiamare) mi sembra una gran bella notizia, di cui cercherò di fare uso.

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