Il maelstrom della penna biro

Ci è voluto del tempo per leggerlo, ma alla fine ci sono riuscito. Decisamente ripagato: Le fils du roi, di Eric Lambé, mi è parso uno dei fumetti più stupefacenti dell’ultimo anno di letture.

Il suo editore, Frémok, lo descrive bene: Le fils du roi è un “libro-mondo”. Uno di quei rari lavori la cui densità è al contempo – come dire – verticale e orizzontale. Vasto e profondo. Da abitare con la mente e, insieme, da navigare con lo sguardo.

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Il libro racconta un duplice incontro: quello tra un uomo e una donna; ma anche quello tra gli universi visivi di Magritte, Picasso, Balthus, Giacometti, Lynch, Mattotti. Inoltre, il libro è un fumetto “muto”, privo di testi. Ma la sua strategia poetica non è tanto nella graficità ‘pura’, quanto nella inusuale, radicale tecnica di disegno. Le cui conseguenze sono tutt’altro che di superficie.

L’intera opera è infatti realizzata a penna biro: una bic blu e una bic nera. E il risultato è impressionante non solo per la sua evidente complessità operativa e formale – lungo da realizzare, faticoso da controllare, pieno di rischi di ‘sbavature’ dietro l’angolo. Quello che mi ha più colpito, piuttosto, sono le implicazioni poetiche dell’uso della biro. Che Lambé coglie e sottolinea perfettamente: il segno prodotto dalla bic non è solo una trama di familiarità, rapidità, indefinitezza, approssimazione. Non partecipa di una dimensione grafica ‘dimessa’, come ci si potrebbe attendere dall’ordinarietà dello strumento. Piuttosto, al centro dell’effetto poetico c’è la peculiarità del suo tratteggio che, a differenza di quello offerto dal segno morbido del pennello, non mostra una dimensione pittorica; e a differenza di quello tracciato dal pennino, non produce una retorica calligrafica.

La linea della penna biro, con la sua scorrevolezza forzata (e relativa), con la sua “morbida durezza” (e il suo inevitabile tremolìo), in Lambé è trattenuta in gabbie quasi-geometriche, definite da tratteggi fittifitti in maglie quasi-regolari, ma la cui definizione un po’ si perde. Come in un’immagine lievemente disturbata, segnata da interferenze – che qui sono le incertezze della linea, e le lievi imperfezioni della sfera imbevuta di inchiostro, incluse piccole macchie qua e là sul foglio, o all’incrocio delle linee.

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Nell’apparente ordinarietà del disegno a penna Bic, Lambé riesce a farci perdere. Un po’ come si perdono i suoi personaggi, che vagano per varie stanze alla ricerca l’uno dell’altro (?), o di immagini e luoghi che diano senso al loro errare.

Due personaggi che si perdono, mentre noi ci perdiamo nel piccolo maelstrom di un uso dannatamente vertiginoso di quella buona, vecchia biro. Quell’oggetto che abbiamo sempre davanti agli occhi, e che forse – ci ricorda Lambé – nasconde qualche mistero ancora tutto da indagare.

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