Il fumettologo che studiava l’America

La notizia l’ha data qualche giorno fa Afnews: è morto Roberto Giammanco. Un nome che alla stragrande maggioranza di voi forse non dirà nulla; magari qualcuno lo ricorderà, quantomeno, tra i riferimenti in tante bibliografie di studi sul fumetto.

Eppure Giammanco ha contato parecchio. Per gli studiosi, certo (penso, fra le altre cose, alle sue splendide analisi sul contesto del fondamentalismo religioso e politico in cui presero forma fumetti come quelli di Jack Chick, o i suoi documentati ed eccellenti passaggi su Pogo, Lil Abner, Krazy Kat). Ma non solo: per il fumetto in genere, direi. Perché il suo Dialogo sulla società americana uscì (per Einaudi – dettaglio non da poco) sostanzialmente nello stesso periodo in cui uscì Apocalittici e Integrati di Umberto Eco, il 1964, e la “scoperta” del fumetto da parte del mondo culturale italiano, all’epoca – prima ancora dell’avvento di Linus – la dobbiamo (anche) all’effetto cumulativo generato dall’uscita simultanea di quei due testi. Due testi di cui, peraltro, quello più “serio” – e quindi per certi versi ancor più sorprendente – era proprio quello di Giammanco (l’anima polemista e ironica di Eco è ancora oggi evidente nei toni della sua celebre raccolta).

Ho quindi ripreso in mano il suo successivo Gulp! Sortilegio a fumetti (1965), la cui introduzione si intitolava “Perché proprio i comics”?. E ho ritrovato questo splendido passaggio:

Perché proprio i comics? Perché in questo mondo modesto, ora rozzo, ora turgido di violenta e caotica immaginazione e quasi sempre ambiguo, irrazionale, cristallizzato nelle sue forme astratte, sottilmente corruttore e pur divertente nella sua monotonia e ingenuo in tante delle sue trovate, non c’è soltanto un tipo sociologico di uomo con i suoi falsi sogni e la sua insuperabile dipendenza, ma il volto di tutta la società di massa.

Proprio i comics perché la perfezione tecnica che hanno raggiunto esprime una nuova dinamica logica ed esistenziale. In questa massa di immagini “di consumo”, in questo loro inconfondibile segno che fa di tutto un “dato”, c’è un atteggiamento di fronte alla realtà che riproduce le dimensioni tecnologiche ormai acquisite nella vita quotidiana.

Via via che essi divengono più perfetti, di maggiore efficacia cibernetica e scaltrezza psicologica, dal disegno scompare qualsiasi concessione decorativa e tutto assume l’incisività scabra e unilaterale del diagramma. E’ proprio in questo senso che i comics portano avanti un necessario e organico processo di chiarificazione: dissipano qualsiasi “malinteso” di tipo romantico-borghese o astrattamente popolaresco, impongono ai relitti della “tradizione” la ferrea legge del consumo che, senza tanti riguardi, fa sua solo l’immagine che rende. Anche quando idealizzano i contenuti del passato e presentano fatti e figure sotto una luce iperbolica, la “democraticità” del disegno s’incarica di ridurli nei limiti delle esigenze del dominio.

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2 Risposte

  1. […] Il fumettologo che studiava l’America La notizia l’ha data qualche giorno fa Afnews: è morto Roberto Giammanco. Un nome che alla stragrande maggioranza di voi forse non dirà nulla; magari qualcuno lo ricorderà, quantomeno, tra i riferimenti in tante bibliografie di studi sul fumetto. Eppure Giammanco ha contato parecchio. Per gli studiosi, certo (penso, fra le altre cose, alle sue splendide analisi sul contesto del fondamentalismo…[Questo è solo un sommario. Fate click sul titolo della notizia per leggere l'articolo completo dal sito di provenienza.] […]

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