Critical media comics (sempre più chomskiani)

Per il fumetto seriale nordamericano, Batman: The Dark Knight Returns e Watchmen hanno generato, come è noto, una forza d’urto profonda. Tra i segni che queste opere hanno lasciato nell’immaginario fumettistico, il più evidente è stato la ridefinizione dell’idea di supereroe. Ma quello che mi sono ritrovato davanti recentemente, è un segno meno evidente ma non meno importante: il ruolo centrale assegnato ai media.

Watchmen - Ozymandias

Chi ha letto quelle opere lo sa bene. In Alan Moore e soprattutto in Frank Miller (penso anche a Give me liberty), i media giocano un ruolo doppiamente decisivo: partecipano allo sviluppo dell’intreccio e alla definizione dei valori in campo; agiscono “in scena”, come dispositivo discorsivo che inquadra l’esperienza di lettura. Insomma, sono sia oggetto che soggetto della narrazione. Indimenticabili, da questo punto di vista, le sequenze televisive in TDKR:

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Si può quindi dire che i media, con questi lavori (ma non solo: si pensi ad American Flagg di Howard Chaykin), siano entrati nei comics mainstream come un vero e articolato discorso. Al punto che la questione non è solo nella loro presenza e rilevanza, bensì nella prospettiva con cui sono inseriti. Una tipica prospettiva critica: i media, in quei lavori, sono visti come strumenti di manipolazione dell’opinione pubblica, più al servizio che watchdog del potere.

Da Miller in poi, questo tema è affiorato ripetutamente in diverse serie di supereroi. Per esempio si è manifestato facendo delle vicende dei “media immaginari” più noti, come il Daily Planet o il Daily Bugle, oggetti di narrazioni che li hanno ‘decostruiti’ o rappresentati in prospettive sempre più critiche (si pensi ai tratti moderni di Lex Luthor, come vero e proprio media mogul). Spingendosi ancora più in là, questa prospettiva ha prosperato in un vero e proprio filone della produzione seriale. Potrei quasi dire un “genere” che, in mancanza di meglio, chiamerei critical media comics.

Ripensando alle caratteristiche di questo filone, e a come si sia evoluto negli ultimi anni, si può provare a descriverne una genealogia. Che mi sembra non possa prescindere, almeno, da tre tappe principali.

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Tra il 1997 e il 2002 il portabandiera è stato certamente Transmetropolitan di Warren Ellis (DC Comics). Il suo protagonista, sorta di reincarnazione nel XXIII secolo dello spirito di Hunter Thompson, è un folleggiante giornalista che combatte contro i media controllati (e censurati sistematicamente) da un Presidente tanto lunatico quanto cinico e corrotto.

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Tra il 1998 e il 2003, il più nitido figlio di questa prospettiva è stato invece Channel Zero di Brian Wood (Image Comics – AiT/PlanetLar). Il suo stesso successo, non a caso, nacque proprio con il sostegno ottenuto da Ellis (sul suo forum online, all’epoca molto influente). La storia, ambientata in una New York del futuro, mette al centro una info-terrorista, alla guida di una ribellione contro un provvedimento governativo volto a limitare la libertà d’espressione.

Qualche settimana fa ho letto, infine, la più recente tappa in questa genealogia, la miniserie The Nightly News di Jonathan Hickman, del 2006-2007 (Image Comics).

NightlyNews

Di Hickman, ormai solida stella nel firmamento degli scrittori di serialità supereroistica, non avevo letto che qualche episodio di Fantastic Four, per la verità ben poco memorabile. Ma di questa miniserie avevo letto come di un piccolo cult. E devo dire che mi è parsa una lettura molto interessante.

La trama, brevissimamente: nella New York dei giorni nostri, una persona (che si fa chiamare La Mano, ambasciatore delle idee del misterioso ideologo La Voce) predica la ribellione contro i media, e recluta un gruppo di persone per ucciderne i rappresentanti – giornalisti, manager, editori – come unica soluzione per limitarne il potere manipolativo, indottrinante e distruttivo. Nel corso della storia, vedremo così uccisi operatori immaginari di media reali, dai reporter del New York Times ai presidenti delle reti tv CBS, ABC, NBC. E assisteremo al disperato tentativo di fermarli, da parte di un senatore e di un manipolo di proprietari delle principali mediacorporation (Vivendi, Time Warner…).

Di questo filone, e della sua evoluzione fino a The Nightly News, mi sembra possibile mettere a fuoco alcuni aspetti.

1) Il primo: la figura del supereroe. Nei critical media comics, pubblicati dalle major dell’editoria supereroistica, i supereroi sono diventati progressivamente sempre meno rilevanti. I protagonisti di queste serie non sono né icone primarie come Batman né personaggi secondari come quelli di Watchmen. Di più, i loro tratti eccezionali, da “eroi” della fiction, sono peraltro andati via via scomparendo: se Spider Jerusalem era pur sempre un giornalista immaginario, con caratteristiche fittizie (occhiali stereoscopici) o estremizzate (tossicodipendenza), i protagonisti di Nightly News sono cittadini comuni. Al punto che il personaggio principale e narratore, John, è un uomo che ha perso lavoro (operatore finanziario), famiglia, e si trova ridotto a vivere come un barbone.

2) Il secondo aspetto: l’ambientazione. La città immaginaria di The City (Transmetropolitan) ha lasciato il posto a New York, rappresentata in toni parzialmente finzionali in Channel Zero, del tutto riconoscibile e contemporanea in The Nightly News.

3) La cornice temporale. Dal remoto futuro di Transmetropolitan, si è passati al futuro prossimo di Channel Zero, fino al presente della miniserie di Hickman.

4) Un altro punto importante: il registro narrativo. Una delle caratteristiche salienti di Transmetropolitan è stata l’ironia, caustica persino più di una serie di sci-fi eccentrica, negli anni Novanta, come la memorabile Lobo. I toni usati da Channel Zero nella sua declinazione della critica ai media, invece, non erano più quelli dell’ironia, bensì un registro realistico imbevuto di gergo politico. Una trasposizione della retorica della cultura hacker nel fumetto pop americano post-supereroistico. Ancora diverso il registro di The Nighlty News, iper-realistico e spesso para-giornalistico. Ma soprattutto, la miniserie di Hickman compie una scelta radicale: il narratore si rivolge agli stessi lettori, con domande, interpellazioni e provocazioni. Come fosse un dialogo fra le opinioni del personaggio/narratore e quelle del lettore, The Nigthly News fa scivolare la narrazione verso l’argomentazione, e l’affabulazione verso la persuasione. La finzione è spezzata.

5) Infine: i linguaggi grafici accessori e, diciamo, para-discorsivi. Se Transmetropolitan abbracciava una logica pienamente finzionale, in cui a dominare era l’iconografia del cyberpunk più decadente, Channel Zero incarna l’epoca del subvertising: volantini, schermate televisive e del computer, grafiche e linguaggi pubblicitari applicati a – e deformati da – scopi di sovversione comunicativa. Una storia narrata con tono distaccato e anonimo, per un’opera insieme visionaria e di mediattivismo: una sorta di comics activism anticipatore di istanze emerse in seguito con il movimento Occupy.

channelzeroadspagechannelzeroadsIl “discorso grafico” di Nightly News è invece quello dell’infografica, di cui molte pagine sono ricche. Questo linguaggio frammenta la narrazione finzionale, ne espande gli aspetti giornalistici, incornicia le opinioni del narratore, e supporta il registro para-giornalistico offrendo una grande quantità di dati (economici, storici, scientifici, politici…).

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Qualche osservazione per concludere.

Alla luce di questi aspetti The Nightly News pare davvero l’ultimo stadio dei critical media comics: uno sconfinamento non solo tra fiction e nonfiction, quanto tra narrazione e pamphlet. Perché The Nightly News è una storia che, sia nella messa in scena (la setta guidata dalla “Voce”) che nel registro comunicativo, tenta la strada della predica, del sermone laico contro la deriva dei media. Il più chomskyano dei fumetti seriali delle ultime generazioni. Non a caso, proprio con una citazione di Chomsky si apre la raccolta in volume:

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Per certi versi, e con buona pace della fortuna simbolica di V for Vendetta (e della maschera del rivoluzionario Guy Fawkes, icona rivoluzionaria ormai missing in action), The Nightly News è, inoltre, il più “grillino” dei fumetti in circolazione, oggi. La sua sincera indignazione prende corpo nel teorema radicale della Voce, che contesta l’intero sistema dei media mainstream, a prescindere. La sua idea di narrazione critica è quella di fondersi con una propaganda anti-sistema (guidata da un leader carismatico…) il cui destino di palingenesi non è chiarito, e si limita a offrire un piano di epurazione sociale. The Nightly News non presenta quindi soluzioni tramite strategie radicali – pur tragiche – quanto semplice vendetta. Con un buon paradosso nel finale, in cui il progetto de La Voce si rivelerà anch’esso un fallimento frutto – guarda un po’ – di una superiore manipolazione. Per la serie “chi di manipolazione ferisce, di manipolazione perisce”.

Per altri versi, infine, The Nightly News pare vittima dell’entropia che la sua stessa mediacritica radicale porta con sé. Questione di scarsa ironia, innanzitutto. Hickman, nelle varie glosse infografiche, prova ad alleggerire i toni con ammiccamenti sarcastici, ma l’effetto è limitato: le “righe piccole” spostano il registro ben poco, rispetto all’incedere predicatorio del narratore/John. Ma soprattutto questa miniserie paga il prezzo di una fiction volutamente di provocazione&fastidio, in cui l’intrattenimento lascia il posto alle meccaniche emotive dell’adesione/scontro ideologico. Là dove Transmetropolitan e Channel Zero elaboravano mediacritica proiettandone le istanze in immaginari romanzeschi (o tecno-romanzeschi), The Nightly News trasforma il tema in un teorema legato al qui-e-ora, che sollecita più uno sfogo contro la *nostra* realtà che una proiezione ‘liberatoria’ delle nostre consapevolezze critiche.

Al di là delle evidenti abilità tecniche, l’autore di questa storia ne esce più come un oratore che come un narratore. Una posizione legittima, ma che congela la vera forza propulsiva dei critical media comics del passato e, direi, della narrazione (forse, della stessa contestazione mediatica e politica?) in genere: la capacità di proiettare la critica sociale sul piano degli immaginari.

Che un simile chomskismo adolescenziale – in salsa action – possa rappresentare la visione di qualcuno, è comprensibile, e ci può anche stare. Ma almeno noi, ai mediacritici a 5 stelle possiamo fare un favore: suggerire di leggere meno Hickman, e più Ellis o Wood.

[con un grazie a gossip göre]

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Come facciamo a perdere se siamo così sinceri?

Cinquanta anni fa tondi, il 6 aprile 1963, Charlie Brown pronunciò una delle frasi più celebri della storia dei Peanuts. Una frase di quelle che raccontano una visione delle cose e delle persone. Una frase splendida, che vale di questi tempi come (e più?) di allora: “How Can We Lose When We’re So Sincere?!”:

foto by dollydori

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Notiziola per feticisti: in effetti non poteva mancare (unofficial), qui.

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Fred, (meta)pagine sparse

A quanto pare, è mancato ieri uno dei più grandi autori della storia del fumetto europeo, il francese Fred. Uno dei rari fumettisti per ricordare il quale basta postare qualche pagina.

Perché Fred non è stato solo un grande narratore, ma un vero e proprio poeta della tavola. Uno dei pochi che ha saputo raccontare – come Winsor McCay, Will Eisner, Guido Crepax, Gianni De Luca, Marc-Antoine Mathieu – la straordinaria potenza espressiva del dispositivo-fumetto, sospeso all’incrocio tra figurazione, bidimensionalità e spazio dell’interfaccia. Uno dei grandi autori teorici della storia del fumetto, di cui ha illuminato la consapevolezza in opere immaginifiche, giocose, senza età.

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Un mesa fa circa, è uscita una nuova avventura di Philémon. Erano ben 26 anni che questa serie-capolavoro attendeva una novità. Nuova e insieme ultima, sia nel titolo – Le train où vont les choses – che nella vita di Fred. Una fine che preannunciava una fine, forse. La fine di uno splendido ciclo umano e creativo.

Lucca versus Angouleme (4)

Come promesso, chiudo qua la serie di post dedicati (qui, qui e qui) alla ricostruzione delle “storie incrociate” delle manifestazioni di Angouleme e Lucca. Con un post dedicato alle “origini” del Salone lucchese. Una ricostruzione affidata all’anedottica di Claudio Bertieri, intervistato da Luca Raffaelli per Lanciostory. Qualche breve commento in coda.

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LR – Volevo farti una domanda a proposito della scheda di Romano Calisi da te scritta per il volume di Bono e Stefanelli. Già mi sembrava strano la scelta di Calisi e non di Traini, ma perché Traini in quella scheda non viene neppure nominato visto che è stato il suo successore?

CB – Mi sono state chieste tre schede per quel volume: una su Romano Calisi, una su Elio Vittorini e una su Florenzo Ivaldi. Perché non ho parlato di Rinaldo? Beh, ho parlato di Calisi. E poi lo spazio era poco. Intendiamoci, io sono in ottimi rapporti con lui. Abbiamo lavorato insieme per tanti anni…».

LR – Quando lo hai conosciuto?

CB – Nel 1965 a Bordighera. Anzi, ora ti racconto la storia che molto spesso viene riportata in maniera errata. Tutto nasce a Bordighera ma un anno prima, nel corso del Salone dell’Umorismo che organizzava Cesare Perfetto nella città ligure. Quell’anno era stato organizzato un convegno sulla commedia umoristica cui partecipavamo, con diverse relazioni, Romano Calisi, che era assistente di Luigi Volpicelli (direttore dell’Istituto di Pedagogia dell’Università di Roma), Umberto Eco, Luis Gasca ed io.

LR – E lì partì la scintilla.

CB – Sì, sulle panchine del parco. Noi quattro cominciammo a parlare di fumetti e ci venne in mente di andare dal Sindaco di Bordighera (che era Raul Zaccari, senatore democristiano) a chiedere se era interessato a fare, oltre al Salone dell’Umorismo, anche uno sul fumetto.

LR – E il sindaco che cosa disse?

CB – Disse di sì. E ci accordò una cifra che se non ricordo male era di 400mila lire. Neanche poche, per quei tempi. E così noi quattro successivamente facemmo varie riunioni, soprattutto nella casa di Umberto Eco, sul lago di Orta.

LR – In quelle riunioni hai conosciuto Traini?

CB – No. Traini l’ho conosciuto direttamente a Bordighera, in veste di curatore di una delle due mostre di quella prima manifestazione. Una era su Antonio Rubino, curata dal figlio. L’altra era di Traini, uno sguardo generale sulla storia del fumetto.

LR – E dopo che accadde?

CB – Forti del grande successo (Al Capp, creatore di Li’l Abner, ospite della manifestazione, aveva scritto e disegnato un servizio sul Salone di Bordighera per il settimanale statunitense “Life”), andammo dal sindaco a chiedere di raddoppiare il finanziamento. Ma lui, chissà perché, rifiutò. E allora che fare? Calisi sapeva che, per una ragione misteriosa, Luigi Volpicelli conosceva bene il sindaco di Lucca. E così la manifestazione si spostò nella città lucchese.

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Di tutta questa ultima tappa della ricostruzione, come avrete capito, quello che mi interessa di più è il tributo alla memoria. Ovvero, al ruolo di figure rimaste un po’ ai margini della “memoria storica” del fumetto italiano. Non tanto Umberto Eco – ubi maior – né Bertieri, il cui ruolo, sebbene giocoforza oscurato dalla pluridecennale direzione di Traini, è relativamente evidente e riconosciuto. Piuttosto: Gasca, e soprattutto Calisi e Volpicelli.

Di Luis Gasca, mediologo spagnolo, permane un qualche ricordo tra gli specialisti e i fumettologi. E’ un ricordo legato ad alcuni studi che, sebbene visti oggi appaiano sorpassati (come Tebeo y cultura de masas, del 1966), all’epoca furono pionieristici e largamente influenti. Quel che si dimentica, tuttavia, è il suo ruolo in quel gruppuscolo di appassionati intellettuali che diedero vita al progetto – un salone sul fumetto di carattere internazionale – di cui ancora oggi vediamo la l’eredità simbolica nei tanti saloni e festival in giro per l’Europa e altrove. Detto diversamente: se esistono saloni del fumetto a Lucca o Angouleme, il merito è anche di uno spagnolo. (PS: un giorno dovremo spiegarci come sia possibile che due paesi tanto simili, Spagna e Italia, dopo decenni di intensi scambi, oggi sembrino tanto distanti e isolati).

Di Calisi abbiamo già visto nei post precedenti: il suo ruolo come motore, con Bertieri, della nascita del salone di Bordighera e di Lucca, è tanto rilevante quanto misconosciuto. Proprio da questo è nata la scelta (provocatoria-ma-anche-no) di includerlo tra i 10 ‘Protagonisti’ (autori esclusi) della storia del fumetto nazionale nel volume Fumetto! 150 anni di storie italiane. Una scelta che vuole marcare il suo duplice contributo: co-inventore e primo motore di un “salone sul fumetto”.

Il ruolo di Luigi Volpicelli, anch’esso sottovalutato o quantomeno “fuori dal radar” della storiografia fumettistica contemporanea, merita pure maggiore attenzione: l’idea di portare a Lucca il Salone, a quanto pare, fu sua. Rispetto all’allievo Calisi, il contributo progettuale e fattivo fu tuttavia certamente meno importante, e per questo è corretto non porlo sullo stesso piano (né su quello di Traini, cui il destino storico del Salone lucchese è stato a lungo legato). Tuttavia, un contributo che meriterebbe una degna considerazione (celebrazione?) da parte della stessa amministrazione lucchese, prima o poi.

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