Bibliomania mysteriosa

Un frammento di Otto Soglow giova sempre alla salute (grafica):

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via ebookporn

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Phoebe Gloeckner al cinema – teaser

The diary of a teenage girl è uno dei capisaldi nella genealogia del fumetto autobiografico. Non solo: il graphic novel di Phoebe Gloeckner è anche uno dei più controversi, bandito e stigmatizzato da vari enti pubblici per i contenuti sessualmente espliciti e temi come l’abuso sui minori. Infine: quel lavoro è anche tra i più discussi da critici e fumettologi, in virtù del fatto che la stessa autrice ha paradossalmente rifiutato di definirlo ‘autobiografico’.

La sua presa di posizione, ormai nota e storicizzata, può essere ricordata in due modi: una lucida azione polemica in confronto alla “moda” autobiografica dei tardi anni ’90; ma anche una problematizzazione sensata e utile, che ha contribuito a rendere un po’ più complessa la discussione sui confini tra narrazione, autorappresentazione e autografia (temi di cui ho scritto di recente, in un testo in uscita sulla rivista Comunicazioni Sociali).

La notizia: è in arrivo un adattameno cinematografico di quest’opera cardinale. E il teaser è questo:

Un teaser è un teaser. Ma la sensazione è che qualcosa non giri per il verso giusto: l’incertezza grafica pare trasformata in perfezione fotografica, la sgradevolezza delle atmosfere lascia il posto a una perfezione glamour. Sarà quel che sarà, ma la sorpresa resta: da cult underground pare virare verso un’estetica hipster pulita, modaiola e adolescenziale – ma non nel senso dello spleen. Che non sia un caso, il fatto che una delle sue interviste più interessanti la commissionò il magazine di Abercrombie & Ficth?

Già allora la Gloeckner immaginava un adattamento “tra  Gaspar Noé e Steven Spielberg”. Accostamento ardito. Non se più confuso o più interessante. Ma il teaser mi ha fatto pensare più a una clip dei Kings of Convenience. Sbaglierò?

Tweetcompleanno, by Soglow

Il 21 marzo è il compleanno di Twitter. Come già fatto un anno fa, ecco un’altra futile [leggasi: perfetta] vignetta che dimostra come il mondo dei comics fosse da tempo preparato all’avvento del social network:

E qui il video celebrativo di Twitter – con la tesi “tutto nacque da un disegnino”:

Fumetto italiano e anticlericalismo pop

Due indizi non fanno una prova. E questa è la doverosa premessa. Ma l’uscita di due serie a fumetti negli ultimi tempi, Nirvana (di Daniele Caluri e Emiliano Pagani) e Suore Ninja (di Davide La Rosa e Vanessa Cardinali), segnala quantomeno qualcosa: l’anticlericalismo è un ingrediente non più ‘invisibile’, nel fumetto popolare italiano.

In Nirvanaseconda serie, il primo episodio mette in scena la caccia al ricercato protagonista, il meschino ‘italiano medio’ Ramiro, tra una curia vaticana che traffica in accordi politici, e preti (Padre Zorro) che si distinguono per un tot di ciniche quanto surreali perversioni.

In Suore Ninja, già il titolo del primo episodio è tutto un programma, Zombie gay in Vaticano. E proprio quel programma, peraltro: l’anticlericalismo è al cuore dell’immaginario della serie. Nella trama, il tema è sviluppato attraverso le avventure di un trio di poco canoniche suore armate, a difesa di una Chiesa testardamente opposta agli omosessuali. Una Chiesa ritratta in atteggiamenti ipocriti (su sesso, droga, e persino sulla stessa religiosità popolare), il cui destino non sarà altro che essere… cancellata dalla faccia della Terra (causa: gli alieni). Un perfetto, limpido, preciso cocktail di temi e – se mi si passa il termine – aspettative da vera e propria “utopia anticlericale”: fine, end, kaput per la Chiesa.

Tempo fa si sarebbe letto qualcosa del genere “un tabù è caduto”. Anche se, come sappiamo bene, questo tabù non è più lo stesso da decenni (anche) nel fumetto. Fra i tanti esempi, potrei ricordare Suor Dentona di Filippo Scozzari, o il dimenticato Kyrie & Leison di Pino Zac. Come è noto, una dimostrazione più recente e ancora più esplicita è invece Don Zauker, il cui successo ha ampiamente tracimato dal recinto di quel baluardo dell’anticlericalismo che è il Vernacoliere (Dio l’abbia in gloria). Ma si potrebbe citare anche Papa Nazingher di Alessio Spataro, o Ravioli Uèstern di Pierz. E altri.

[Seconda premessa. Con apparente paradosso: la mia prospettiva. Il quipresente lavora infatti presso l’Università Cattolica (compromesso! compromesso!). Il che non impedisce di gradire narrazioni anticlericali, nel fumetto e non (eresia! eresia!). Un’ovvietà, direi, ma non sia mai possibili equivoci fuori luogo.]

In questi due casi, sopra a ogni altro, il dato principale – positivo, rispetto a un’idea di società laica e matura – è che l’anticlericalismo è quindi uscito dalla riserva indiana del fumetto satirico. Nirvana e Suore Ninja non sono, infatti, fumetti anticlericali nel senso tradizionalmente praticato dalla satira. D’altra parte, non si tratta di creazioni di professionisti della satira, alla Altan o alla Vauro; non sono serie da Il Male, per capirci. Caluri disegna da anni per Martin Mystère; La Rosa ha scelto di (far) disegnare la serie in stile cartoonistico, vicino al fumetto per ragazzi. Entrambi i lavori sono, in buona sostanza, ‘semplici’ fumetti pop. Serie con immaginari e ritmi narrativi contemporanei, stili grafici semplici ma duttili e aggiornati, un’evidente voglia di divertire e divertirsi, e una verve matura, che non si fa problemi a superare il politically correct con argomenti anche controversi, tutt’ora poco frequentati dal mainstream nazionalpopolare.

Quello che mi sorprende, allora, non è certo la presenza di temi o prospettive anticlericali, ma qualcosa di più specifico: che esperienza offrono queste letture? Quanto colpisce/punge il loro uso dell’anticlericalismo? Domande che mi sono fatto soprattutto alla lettura di Suore Ninja. Durante la quale mi sono ritrovato a sorridere, ma mai a ridere; a corrucciare il viso, ma mai a indignarmi. E la spiegazione che ho provato a darmi, per farla breve, è la seguente: Suore Ninja, pur brillante (il talento non manca, né a La Rosa né alla disegnatrice), non è né carne né pesce.

Nonostante l’approccio diretto al tema anticlericale, l’obiettivo della serie è infatti comico, prima ancora che critico-ironico. Suore Ninja è, piuttosto, un fumetto umoristico pienamente pop – anche nel denso e insistito citazionismo – che si offre come commedia action. Nulla di male in questo. Anzi, il contrario: sono convinto che il fiorire di serie umoristiche sia un segnale positivo, che indica possibili spazi di creatività oltre le secche di prodotti consolidati come Lupo Alberto o Rat-Man.

Il problema, tuttavia, è che in un simile impianto comico, l’anticlericalismo – tema critico di per sé forte e degno di virulenza – non punge. Provo quindi a formulare un’ipotesi. L’anticlericalismo funziona per difetto: meno ce n’è, più si nota.

Il punto mi pare ben diverso da come si tende spesso, ma un po’ frettolosamente, a inquadrarlo: non è solo questione di virulenza. Non ha molto senso, a mio avviso, ragionare in termini di gradi di ‘forza’, o ‘intensità’ di anticlericalismo, in una sorta di contrapposizione tra massimalisti e riformisti (i Paguri sono più o meno anticlericali di Lario3?).

Piuttosto, credo che il nodo sia nella differenza tra questa prospettiva e l’immaginario mainstream. L’anticlericalismo funziona e colpisce – indigna, rivela, denuda il Re – quanto più emerge la sua funzione di distinzione, ovvero di critica rispetto al contesto sociale.

In Suore Ninja, però, l’anticlericalismo è in scena tanto nell’impianto complessivo quanto in ogni tavola. Una presenza persino virulenta, potremmo dire. Eppure niente, non punge. Perché mai?

Probabilmente perché “abita” un immaginario che sta all’incrocio di due spinte. Da un lato è diluito in un clima da commedia action che ne depotenzia la forza critica oppositiva: il contesto è più fantastico che reale, così come le dinamiche e le interazioni tra i personaggi, trainati – giustamente, inevitabilmente – dalla forza deformante dell’umorismo. D’altro canto, la costante presenza in scena del tema raffredda la comicità stessa: si ride e si scherza su questioni clericali, a ogni sequenza, spremendo il tema in una ridondanza che, visto l’impianto da commedia, diventa – giustamente, inevitabilmente – puro gioco, divertissement, come un flipper monocorde in cui la pallina sbatte dappertutto ma producendo sempre gli stessi suoni.

Forse, non siamo davanti ad altro che all’antico problema del verosimile (e la satira, si sa, punge più quando il registro in cui agisce è il realismo, e non la proiezione fantastica), che qui si fonde con quello dell’umorismo (della narrazione?) “a tesi”. Legittimo, nei casi più fortunati persino piacevole, ma certamente normalizzato.

E siccome di sano anticlericalismo, nella nostra società, c’è – ancora – un po’ bisogno (eresia!), forse la strada più efficace non è quella di ridurlo a norma pop.

Lucca versus Angouleme (2)

Proseguo la serie di post avviata ieri, e dedicata a un’articolata comparazione tra Lucca e Angouleme, con qualche domanda postami da Raffaelli (perdonate, per oggi, le autocitazioni):

LR – a Lucca si preannuncia una gestione unificata di museo e festival, dopo un lungo periodo di difficile convivenza. Quella che invece mi pare proprio di continuare a vedere nella città del festival francese. E’ così?

MS – In effetti è così. Per quanto possa sembrare strano, la situazione delle relazioni istituzionali a Lucca è stata finora molto simile a quella di Angoulême. Le polemiche tra festival e Cité de la BD (l’organismo che ad Angoulême comprende il Museo del fumetto, ma anche l’insieme delle strutture ‘fisse’ quali biblioteca, sala cinema, libreria e altre attività) sono una vecchia storia che negli ultimi cinque anni si è inasprita con duri scontri sulla stampa locale e sulla stampa specializzata nel fumetto. Tra gli aspetti se vuoi più clamorosi, il festival, sia nei pieghevoli cartacei che online, rifiuta da tempo di includere nel programma ufficiale le informazioni precise sulla programmazione degli eventi che si svolgono, in quei giorni, alla Cité e al Museo! E questo nonostante si tratti di spazi ampi, con mostre, incontri e dédicaces di primo piano, che vengono citate nel programma festivaliero solo in piccola parte (le mostre ‘imperdibili’) e spesso senza aggiungere dettagli. Una vera e propria ripicca!.

LR – Sì, una situazione davvero assurda. Di quelle che, quando avvengono in Italia, diciamo che possono accadere solo da noi. E invece, eccole anche nel paese di Asterix! Ma andiamo avanti. Sette giorni fa scrivevo che gli organizzatori di Lucca non hanno da tempo una lira (un euro) dalle istituzioni, anzi devono pagare e neanche poco l’occupazione del suolo pubblico. Al contrario Angoulême, che pure è in crisi rispetto all’abbondanza degli anni passati, riceve sostanziose risorse dallo Stato. Per non parlare poi degli sponsor che per la manifestazione francese sono belli grandi (anche se ci sono problemi anche qui). Tu che ne sai di più che ci dici a questo proposito?

MS – In Francia il nodo del contendere sono i finanziamenti pubblici, che ad Angoulême riguardano sia il festival che la Cité/Museo. Il problema, però, è che le due organizzazioni sono molto diverse tra loro, sia come proprietà che come finalità, e la ripartizione dei finanziamenti tra l’una e l’altra è un problema oggettivo. La Cité è una società pubblica a tutti gli effetti, che svolge funzioni museali, di formazione e di archivio (per esempio: deposito legale di tutti i fumetti pubblicati in Francia, come fosse una ‘sezione fumetto’ del nostro archivio presso la Biblioteca Nazionale Centrale a Firenze) in un’ottica di “servizio pubblico” voluto e supervisionato dallo Stato, che ne delega la gestione e finanziamento a Regione, Provincia e Comune.

LR – Dunque il museo è pubblico mentre il festival è privato?

MS – Già. Il festival è invece gestito da un’azienda privata, 9 Art+, di proprietà del direttore stesso del festival, che opera su concessione pluriennale (l’attuale convenzione [come accennavo qui] scadrà nel 2017, e un nuovo bando pare apparirà già nel 2015), la cui missione è sostanzialmente il profitto.

LR – Ah, ecco. Profitto che appare in declino.

MS – Proprio così, visto l’abbandono di sponsor come Fnac e i tagli di Sncf e banche, che la direzione cerca di compensare cercando di avere più soldi pubblici. Ma gli amministratori rispondono: i soldi sono quel che sono, e perché mai aumentarli a un privato dovendo poi toglierli a una struttura stabile – e di enorme valore anche economico – come la Cité/Museo, che opera tutto l’anno, e che è unica a livello mondiale per i suoi materiali (sia originali che pubblicazioni) e per le sue competenze (è il partner e prestatore di riferimento sul fumetto per i principali musei di Francia e d’Europa, dal Louvre al Musée d’Orsay al Prado)?.

Una logica conseguenza di questo stato di cose, e del comparare la situazione francese a quella italiana, sembrerebbe quanto Raffaelli stesso suppone nella domanda seguente:

Mi chiedo allora perché non far rientrare anche il festival all’interno della Cité, cioè fare quello che, pare, si stia per fare a Lucca.

Una comparazione non del tutto corretta perché, come ho cercato di spiegare, la contrapposizione è simile ma non identica: se in Francia è tra chi riceve troppo e chi si sente ‘defraudato’ dal privato, in Italia lo scontro è fra chi riceve zero (Salone) e chi sta in piedi quasi solo grazie ai finanziamenti pubblici (Museo). Senza peraltro svolgere alcun “servizio pubblico” nazionale: il museo toscano è una piccola realtà comunale, limitata quasi solo ad attività espositive, e con nessuna politica di conservazione (niente deposito legale; pochi originali; materiali prestati da collezionisti più che direttamente posseduti).

Il che non significa che, a Lucca, non ci siano disequilibri che vanno affrontati. Il fatto che Lucca Comics&Games, azienda di diritto privato ma in realtà pubblica – posseduta dal Comune – paghi per il suolo pubblico è un’assurdità sia politica che gestionale. Come è un’assurdità che il museo riceva finanziamenti pubblici consistenti rispetto al suo limitato significato sistemico (per non dire dei contenuti, talvolta mediocri nella prospettiva culturale, talaltra nella cura espositiva o editoriale).

A questo punto, Luca me lo ha chiesto in modo diretto: “Dunque saresti d’accordo con l’idea di una fusione?”.

Risultato: sì, sono d’accordo. Queste ipotesi di fusione Salone/Museo, che da tempo sono sul tavolo degli amministratori lucchesi, sono un’eccellente notizia, sia per l’uno che per l’altro: per ribadire la funzione pubblica del Salone (e quindi il suo diritto a pretendere qualche finanziamento pubblico) ma anche per trasferire al Museo una visione meno approssimativa e ristretta dell’organizzazione culturale, e della concorrenza sulla scena internazionale e nazionale dentro alla quale può e deve collocarsi una “città del fumetto” come Lucca.

(continua…)

UPDATE: prossima puntata: sabato lunedì

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