Pasticci in casa Casterman/Gallimard

La faccio breve (poco tempo, in giornate kafkiane spese nei labirinti accademici delle procedure Anvur/Cineca): la vendita da parte di RCS del gruppo Flammarion, che ha condotto – fra gli altri – al passaggio della storica casa editrice di fumetti Casterman a Gallimard, non smette di scuotere il mondo della bande dessinée. E ormai, siamo ai pasticci.

Qualche giorno fa le agenzie di stampa francesi hanno dato eco a una lettera firmata da 16 autori del catalogo Casterman, polemicamente rivolta al nuovo proprietario Antoine Gallimard. Una lettera minacciosa, che faceva seguito alle dimissioni dell’amministratore di Casterman, Louis Delas: “senza autori, niente editore”… ovvero “siamo pronti ad andarcene”. Una grana epocale, visto che tra i firmatari compaiono i detentori dei diritti di bestseller come Tintin o Corto Maltese, e nomi come Bilal, Geluck, Loisel, Loustal, Margerin, Peeters, Schuiten, Sokal, Tardi, Yslaire…

Antoine Gallimard

La scintilla della contesa, in apparenza, sta in una frase pronunciata da A. Gallimard a giugno, che aveva dichiarato “in un contesto di crisi, potrei essere costretto a cederla”. Spiazzando molti, a inizio novembre sono arrivate le dimissioni di Delas, ufficialmente motivate dalla volontà di dedicarsi ad un’altra attività. E subito dopo è arrivata la lettera dei 16 autori, preoccupati per lo scarso interesse di Gallimard, ma anche per l’abbandono di Delas visto come ‘garante’ della continuità della casa editrice.

Antoine Gallimard ha però subito reagito, nominando come nuova amministratrice la figlia Charlotte, e ne è emerso uno scenario un po’ più complesso. Delas aveva in realtà proposto a Gallimard l’acquisto di metà della stessa Casterman da parte della sua azienda (editoriale) di famiglia, l’Ecole des Loisirs. Ma Gallimard ha rifiutato. Da qui le dimissioni. Che a me – e qualcun altro – lasciano un dubbio: la decisione di mollare è stata davvero presa in precedenza, o è stata una conseguenza della sconfitta del suo progetto? Corollario malizioso: la lettera dei 16 autori è stata un’azione spontanea, o ‘ispirata’ dallo stesso ex-dirigente Casterman?

Quel che è certo è che Casterman è un marchio in salute, con buoni utili e prospettive. E la preoccupazione per la sua potenziale vendita è normale. Ma il rifiuto della cessione a Delas potrebbe anche essere una conferma che Gallimard lo sa bene, nonostante l’improvvida gaffe di giugno. La sua risposta è stata, in sostanza, un “non ho ancora avuto tempo di occuparmene: state calmi, perché non ho intenzione di vendere quel ‘gioiellino’.”

Può darsi che la reazione dei 16 ‘big’ sia stata sincera preoccupazione. O uno scatto di ego (non farsi più snobbare dal nobile patron…). Oppure, può darsi che quella di Delas si configuri come una mossa imprenditorialmente aggressiva finita in un (temporaneo?) autogol: la famiglia Gallimard, ora, entra in scena addirittura in prima linea mettendoci la faccia (di Charlotte). E i 16 fumettisti rimangono inchiodati a una reazione che pare sempre più fuori misura: andarsene dal gruppo Gallimard quando la proprietà ha appena rifiutato di vendere? Peraltro, all’amministratore?

Non vorrei sembrare ottimista, ma che una famiglia di grandi – e sani, e potenti – editori come i Gallimard si assuma un impegno diretto (à coté, peraltro, di quanto dimostrato con marchi interessanti e profittevoli come Futuropolis o Bayou) in uno dei maggiori marchi dell’editoria di fumetto, mi pare una opportunità straordinaria, più che un rischio. A meno che non si sia di fronte a un caso eclatante di lealtà per un amministratore. O a meno che, dopo anni di fusioni e concentrazione, non stia tornando di moda una vecchia sindrome dell’industria fumettistica: l'”autarchia editoriale”, travestita da indipendenza.

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