La misura dell’eccesso: Buzzelli e la “grande” icona

L’editore NPE ha scelto di ripubblicare una delle più forti interpretazioni autoriali della principale icona del fumetto italiano. Tex il Grande, riedizione dello speciale texiano disegnato da Guido Buzzelli (il primo ‘texone’, cosiddetto per il grande formato, del 1988), arricchita di schizzi e materiali di lavorazione inediti, sarà presentato in anteprima all’ormai prossima Lucca Comics, e in libreria dalla metà di novembre.

Qui sotto la mia prefazione per il volume. Un’occasione, spero, per tornare a riflettere su uno dei massimi autori della storia del fumetto italiano.

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L’originalità del Texone di Buzzelli è meno scontata di quanto si possa credere. Perché Buzzelli ha incarnato nella storia del fumetto europeo un passaggio ardito: l’emblema di una – all’epoca – inedita oscillazione radicale fra tradizione e sperimentazione.

Come è noto, la duplicità creativa buzzelliana emerse in tutta la sua conflittuale inclassificabilità nel 1966/67, con la creazione de La Rivolta dei Racchi. Un fumetto eccentrico al punto da palesarsi a prescindere dalle necessità della realtà editoriale: una sorta di autoproduzione, che non trovò un vero e proprio editore, e approdò infatti a una pubblicazione del Salone dei Comics di Lucca. Proprio a partire da quel seminale gesto espressivo – e dai mostri della ragione che lo sostanziavano – Buzzelli si affermò, negli anni Sessanta, come un fumettista impossibile da collocare in una singola casella editoriale. Un fumettista inequivocabilmente, programmaticamente schizofrenico: professionista a cottimo dell’avventura naturalistica, da un lato; dall’altro, alfiere di un fumetto “irregolare” – persino sregolato, iconoclasta – sia nell’immaginario grottesco sia nella composizione, in pagine quanto mai caotiche, esplose, sfilacciate.

Nel suo coinvolgimento su Tex si proiettava dunque un’ombra: quella di un “disturbo di personalità” per l’icona. La solidità del ranger bonelliano rischiava di uscire sfilacciata dallo scontro con la duplicità buzzelliana, travolta dalla forza di quella “vitalità sfrenata”, persino “capricciosa” come scrisse Decio Canzio nel presentarlo ai lettori del Texone. Eppure questo non accadde. Perché la personalità di Buzzelli trovò in Tex una pista che, insieme all’adesione alle regole dell’icona, lo condusse a una ricomposizione della sua schizofrenia artistica. Una pista dall’esito sorprendente, che colloca l’interpretazione texiana di Buzzelli – almeno a mio avviso – tra le due o tre più riuscite. E questo non tanto perché abbia vinto la sfida sul piano dell’iconografia di genere (il cui contributo maggiore è venuto dalla sapienza delle atmosfere western di Galep o Ticci), della reinvenzione grafica (la straniante asciuttezza di Zaniboni), o della sublimazione decorativa (la barocca perfezione estetizzante di Magnus). Ma perché è riuscita a operare – pur nei limiti di un contributo esclusivamente visivo – una indagine esistenziale sull’icona. Nel Texone di Buzzelli, infatti, il versante grafico riesce a suggerire elementi della dimensione più inattingibile: la sensazione delle pulsioni ‘vere’ di un protagonista della finzione.

Su cosa ha agito Buzzelli, dunque, per compiere questa sorprendente esplorazione dell’identità di Tex?

Da un lato sulle atmosfere. Difficile trovare una storia di Tex altrettanto cupa, oscura, (buzzellianamente) grottesca. Là dove in Magnus o in Zaniboni prevale la luce, qui a dominare è il buio. Un buio che è non solo assenza di luce, ma presenza di una coltre di materia – fisica e grafica – che determina un’atmosfera di imperfezione, sudiciume, sporcizia. Sono i detriti umani e sociali che il Buzzelli “schizofrenico” ha messo al centro delle sue parabole disilluse, in cui canta il disfacimento – fisico, grafico, morale – di una civiltà attraversata dalla barbarie, cinicamente e non senza paradossi.

Ma soprattutto, Buzzelli ha agito sul suo più caratteristico campo d’azione: il corpo. Poeta del deforme nel fumetto, Buzzelli pratica nel Texone quella stessa tensione a indagare lì, nei corpi, i segni della paradossale degenerazione che racconta e, per certi versi, sente di incarnare nella sua opera (nei tanti autoritratti mostruosi con cui si è spesso rappresentato ‘autobiograficamente’). In questa direzione Buzzelli definisce il quadro del Texone già nelle prime scene, in cui vediamo personaggi – i boscaioli – sporchi e arruffati, della cui barba poco e male curata siamo condotti a notare ricci e macchie, ‘peli selvaggi’ posti su facce che negli avversari divengono ancor più, lombrosianamente, quelle di mostri sociali, vittime di una subalternità che li ha abbandonati alle peggiori pulsioni. Inoltre il movimento, in Buzzelli, non è mai solo il dinamismo cinematografico delle scene, ma l’agitarsi e il dimenarsi dei corpi: come la faticosa sopportazione delle sedie, in treno, da parte di un Tex e Kit Carson che paiono contorcersi – selvatici, liberi – in un innaturale adattamento al rigore comportamentale – civilizzato, borghese – delle posture da passeggeri; o come i tanti gesti di Pat, la cui corporeità eccessiva è addirittura un tema ricorrente, marcato graficamente con pose male aggraziate, sempre perfettamente disegnate nelle loro sbilenche movenze articolari.

L’espressionismo grottesco di Buzzelli invade dunque gli spazi e pervade i corpi (anche) in Tex il grande. E la sua figurazione deformante, sfrenatamente emotiva, eccede la norma – la rappresentazione naturalistica – persino in momenti non ‘necessari’. In luoghi poco significativi come il corridoio dell’hotel, o la cantina del saloon di Flora, accesi da ombre smisurate. O nelle espressioni di volti non semplicemente carichi, ma in cui lo sguardo assume toni “spiritati”, per la cui resa Buzzelli fa tesoro di un realismo parafotografico che viene dalla tradizione del naturalismo di Molino o Albertarelli, maestri allenati a una fedeltà fisiognomica – quella della Domenica del Corriere – che nella tensione tra sguardi e corpi ‘credibili’ costruiva la cifra di una straordinaria drammatizzazione grafica.

Corpi e sguardi. Già. Perché proprio nel volto dell’eroe, forse, risiede il nucleo della sorprendente ricomposizione artistica di Buzzelli avvenuta al servizio dell’icona. Basta osservarlo: in un simile contesto, sporco e grottesco, magmatico e agitato, il volto del ranger è il solo, in alcuni primi piani, ad apparire plasticamente perfetto. Nelle mani del principe del “brutto” nel fumetto, il volto di Tex è – in poche, ma nitide vignette – bello, compiuto, volitivo, pulito. Il viso di un attore da fotoromanzi; il viso di un modello per le copertine più sentimentali di un rotocalco di cronaca. Massima contraddizione tra i detriti oscuri del tratteggio – e del mondo – buzzelliano, il volto di Tex rischia così di apparire luminoso. Composto da un minor numero di tratteggi (che tornano a infittirsi nelle scene di azione, fatica, rabbia, concitazione) il volto del ranger è accompagnato da una luce che appartiene a un mondo ‘altro’ da quello che l’autore ha insistentemente praticato per tutto il libro, e per tutta la carriera. Che sorpresa: nel dissacrante Buzzelli, il volto di Tex – portatore di luce – assume un valore quasi sacro.

Un esito davvero poco scontato, dicevamo. Perché in Tex il grande! l’eroe conferma la sua identità, ma sotto la pelle – la sua, e quella delle pagine – veniamo invitati a percepire l’agitarsi di una potente energia vitale, al contempo esistenziale (i corpi degli eroi) e grafica (i segni che li sostanziano). Sotto la pelle dell’icona, ci ricorda Buzzelli, c’è un magma ideale. La forza di un’idea che ha raggiunto uno statuto dimensionale radicalmente altro, raro, poco comparabile. Difficile da attingere, e contenere in una storia normale. A meno che di lui sia possibile suggerire – e pronunciare, come per poche icone (del fumetto) senza suonare fuori misura – la “grandezza”.  Solo chi conosce l’eccesso, allora, può provare a misurarcisi. Come Buzzelli.

5 Risposte

  1. […] Pico de Paperis del fumetto italiano, Matteo Stefanelli, firma l’introduzione alla riedizione de “Tex il grande” di Claudio Nizzi e, soprattutto, Guido…. E’ bell’articolo dedicato a una delle più belle interpretazioni texiane di […]

  2. Sogno una grande mostra a BilBolBul di questo maestro…

    • ce lo auguriamo in molti. Ed è tempo di pensarla per esportarla: Buzzelli è uno dei nomi ‘storici’ del fumetto nazionale all’estero.

  3. A proposito della rappresentazione del corpo, anche la copertina mi colpì fin da quando presi in mano l’albo la prima volta: mi parse subito forzata, quasi innaturale quella torsione del busto di Tex con in primo piano i cinturoni. Dovetti soffermarmi più di qualche secondo per “comprenderla” e superare l’impressione che ci fosse qualcosa che non quadrava. Lo stesso mi capita anche oggi.

    • daccordissimo: una torsione quasi stroboscopica, “sbagliata” eppure interessante proprio perché sottilmente eccessiva, debordante.

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