Quando su Crepax si scontrava la critica (2 di 2)

A breve distanza dalla stroncatura di Briganti di cui vi dicevo ieri, Panorama (4 maggio, 1976) pubblicò un articolo che ricostruiva la polemica, contribuendo a rilanciarla e, insieme, chiarirla. Non senza parteggiare per Crepax.

Il pezzo si intitolava “Crepax? Non mi va”, ed era firmato da Marco Giovannini. L’inizio ricordava la familiarità di Crepax con alcune polemiche:

Alle polemiche c’è abituato. Undici anni fa su Linus rivoluzionò la tecnica del fumetto frazionando l’unità della pagina e suscitando prima lo sbigottimento e poi le ire dei puristi. Da allora a oggi è stato via via accusato di intellettualismo, ermetismo, antifemminismo, pornografia. Ma è la prima volta che qualcuno gli dice che non sa disegnare.

Eppure l’architetto Guido Crepas, Crepax per i fumettisti, è, secondo Giuliano Briganti, professore di storia dell’arte a Siena, uno dei massimi esperti del Seicento, “un banalissimo disegnatore dotato di un’abilità lugubre che confondendo erotismo con onanismo offre ai giovani inesperti liceali in fregola un cocktail di Playboy, Crazy Horse, donnine art déco e suppellettili falso floreali, che crede di toccare le punte più alte del sadomasochismo disegnando lividi e staffilate sui culi longilinei delle sue Valentine. Arte? Neanche per idea. Se ne stia nelle edicole di via Veneto e lasci perdere le gallerie”.

Giovannini prosegue con la descrizione puntando, dopo aver già esplicitato il primo argomento di Briganti – l’abilità nel disegno – con il secondo: l’accostamento Crepax/Tadini, giudicato ‘indiscriminato’ dal critico:

L’attacco che ha fatto sobbalzare i fumettologi riportandoli “agli anni bui” in cui le strips erano considerate degne al massimo di stare nella cartella dei bambini, pubblicato sulla Repubblica (Briganti è il critico d’arte) si riferiva alla mostra che Crepax ha organizzato a Roma alla galleria Rondanini: 85 tavole a fumetti tratte dai libri delle sue eroine (da Valentina all’Histoire d’O). C’è differenza fra un quadro e una litografia e un disegno a fumetti d’autore? Secondo gli organizzatori della mostra, che hanno affiancato Crepax al pittore Emilio Tadini, assolutamente no. Secondo Briganti assolutamente sì. Almeno riguardo a Crepax: “un autore alla moda (pettinature di Vergottini, giarrettiere, scarpe col cinturino) con pretese intellettualistiche e con un segno morto, molto accademico, un segno che non è neanche un segno. Mischiare disegnatori come lui e artisti seri, è follia”.

Il giornalista offre qualcosa di più della mera descrizione della polemica. E prova a ricostruirne un po’ il retroterra, interrogando lo stesso Briganti. Del quale, con perfida ironia, ne illustra la competenza cogliendo un dettaglio domestico: “un intero piano della libreria”. Non molto, già. Ma quanto basta per fare esprimere il critico in merito. Esponendolo al rischio di mostrare falle nella propria preparazione. Cosa che puntualmente avviene, come nelle considerazioni su Disney o Pericoli&Pirella:

Briganti dice di intendersi di fumetti: a casa ha un intero piano della libreria dedicato ai comics. Per questo può permettersi giudizi molto personali, anche taglienti. « I personaggi di Walt Disney sono quasi metafìsici per quanto sono brutti. Topolino, poi, è addirittura repellente »; « Jules Feiffer è scocciante », « Pericoli e Pirella copiano a piene mani da una vecchia striscia che pubblicava Il Giorno anni fa: il prof. Pi dell’olandese Bob van der Born”.

due vignette di “Professor Pi”

Approfondita – e garbatamente ridicolizzata – la figura di Briganti, Giovannini passa la parola allo stesso autore oggetto dell’attacco. Che risponde per le rime proprio sul primo argomento, il disegno:

Crepax, dieci libri alle spalle pubblicati perfino in Finlandia e Giappone, e dieci mostre (la prima nel 1968, sei negli ultimi due anni) giudica l’attacco “villano e abietto”. E spiega: “Sarò un presuntuoso ma sono convinto di saper disegnare molto bene. Quello che dà fastidio a Briganti sono forse le parole. Se le levassi mi trasformerei automaticamente da fumettista in incisore? ».

Crepax prosegue riportando la polemica a quello che è: una questione non tanto di merito, ma di legittimazione del mezzo. E fa un esempio a lui caro, ovvero quello del jazz:

Quanto al discorso generale dei fumetti in galleria dice: « E’ come quando Louis Armstrong suonò per la prima volta alla Carnegie Hall. Un jazzista nel tempio della musica, che scandalo. Non voglio certo fare paragoni fra e, mettiamo, Strawinski, ma mi sembrarono due persone che potevano convivere, così come fumetto e arte”.

Il giornalista torna quindi alle parole di Fagiolo, che afferma con chiarezza la pertinenza del fumetto tra le arti visive:

Secondo Maurizio Fagiolo dell’Arco, professore di storia dell’arte e critico del Messaggero « dire che Crepax fa storie a fumetti è come dire che Lichtenstein copia le strips o che anche Warhol ruba fotografie ». Nei suoi fumetti Fagiolo ha colto citazioni continue: Godard e Ronchamp, Mendelsohn, le poltrone di Thonet, la scrivania di Van de Velde, Yves Klein e Max Ernst. Per quanto riguarda l’equazione fumetto-arte, non ha dubbi: « In galleria o meglio al museo dovrebbe avere diritto d’ingresso tutto quello che è immagine. C’è entrata la fotografia, l’architettura, la danza, il cinema, l’happening, il teatro, il videotape. Anni fa c’è entrato un cartoonist come Steinberg poi Siné e Folon. Perché oggi abbiamo paura del Crepax cattivo?”.

Giovannini chiude quindi facendo ricorso a un altro testimone – Oreste del Buono – e al ‘dato’ della salute artistica del fumetto, testimoniata dall’opera di un gruppo di altri grandi autori nazionali:

Malgrado la presa di posizione di Briganti (che secondo Oreste Del Buono, direttore di Linus, ci riporta indietro di mezzo secolo, “quando l’arte era arte e i critici ne erano i custodi sacri: se Crepax non è arte, è forse arte Briganti?”) la scalata del fumetto verso una maggiore considerazione artistico-culturale sembra inarrestabile. Oltre all’ incriminato Crepax, fra gli italiani hanno già fatto mostre Alfredo Chiappori, Pericoli e Pirella, Dino Battaglia, Hugo Pratt, Guido Buzzelli. […]

E’ il maggio del 1976, e in un mese una mostra dedicata a un fumettista, allestita in una galleria ‘di tendenza’, ha scatenato una polemica lanciata da un quotidiano e smontata da un settimanale. Una fiammata polemica che ha coinvolto figure non secondarie della cultura artistica italiana, e che si chiude rapidamente – almeno nei media mainstream (e qui si apre lo spazio per ulteriori ricerche: se ne ebbe qualche eco sulla pubblicistica dedicata all’arte?).

Forse era inevitabile che si trattasse di una breve fiammata: è il 1976, e un simile scontro arriva per certi versi fuori tempo massimo. Anche in Italia gli spazi per le polemiche sulla ‘legittimità’ del fumetto si sono ormai ridotti. E per un’analoga intemerata – un secco rifiuto della legittimità del fumetto nel campo dell’arte – non si ripresenteranno più canali della stessa portata.

A distanza di circa 25 anni, Maurizio Fagiolo dell’Arco tornò su quell’episodio – il suo ‘gesto critico’ e la reazione di Briganti – in un testo apparso nel catalogo della mostra “Crepax e le Arti” (Fondazione Bandera per l’Arte, Busto Arsizio, 2002), curata da Alberto Fiz, al quale si rivolse direttamente, così:

Ti confesso che potrei sottoscrivere quella analisi […] E’ proprio vero, Crepax fa un discorso sul discorso, una analisi sull’analisi, si pone davanti alla comunicazione chiedendosi prima di tutto perché si comunica e, in un secondo tempo, come si comunica. Ecco perché lo paragonavo a artisti concettuali o analitici […]

ricordo l’incontro (o gli incontri) con Guido a Milano […]. Ricordo che quel colloquio (o quei colloqui) mi hanno insegnato molto di più dei saggi dei cosiddetti critici d’arte di allora. I quali, spesso, soprattutto quelli che ai tempi miei si definivano “militanti”, si rivelano insopportabili generali alla guida di eserciti inesistenti, cinici lanciatori di coltelli (pardon, di artisti) destinati a durare l’espace d’un matin, idolatri del proprio cervello, bambini vogliosi di adattare le proprie idee nane al lavoro di malcapitati passanti.

Ma torniamo al nostro tema. Penso che Guido Crepax sembri oggi quasi un teorico della ricerca sul linguaggio, un professore dell’avanguardia. Sempre di più. Mi fece un po’ rabbia (e poi molta tenerezza) lo scritto di un amico che apparve in quei tempi su un lettissimo giornale del mattino: amabilmente mi tirava le orecchie spiegando l’inopportunità di una esposizione di opere di Guido Crepax accanto a quadri di Emilio Tadini (lavoravo allora per la Galleria Rondanini che ha lasciato qualche segno alla metà degli anni Settanta): “confusione dei valori” era l’epilogo accorato. […]

Caro Giuliano, quanto faticavi a scrivere i tuoi articoli sull’arte moderna (io stesso sono testimone di giornate di sudori volonterosi). E quante paure ti assalivano: proprio tu che avevi saputo annettere al campo dell’arte territori mai frequentati o ritenuti off limits come il manierismo e il vedutismo…

Il bello di quell’articolo è che si conclude con una censura sulla moda (così parlò Giuliano) della fotografia e delle mostre fotografiche. […] Anche allora, caro Giuliano, non resistevi (tu che eri un maestro vero) alla puntatina da maestrino della penna rossa: “La moda delle mostre fotografiche contribuisce alla confusione dei valori”.

Mi riportavano ad altri tempi quelle censure preventive. A quando un pittore osava cimentarsi col manifesto e non veniva considerato pittore (Henry de Toulouse Lautrec). A quando Picasso o Braque scomponevano l’immagine e venivano per disprezzo chiamati “cubisti”. A quando i Surrealisti includevano nel quadro materiali estranei au dela de la peinture e venivano bollati di avventure extra artistiche. Proprio come i loro colleghi rei di collaborare con i Ballets Russes di Serge de Diaghilev (ma via, siamo seri, la scenografia non è confusione dei valori?).

Che dire, oggi che le avventure oltre la pittura sono ben altre, e molto più banali e tanto più presuntuose di allora? Si può concludere che tutto è relativo, che quella inclusione del fumetto o della fotografia nel campo dei Valori dell’Arte appariva ben poco trasgressiva (vista almeno col senno di poi). Una innocente deviazione che poteva permettere di conoscere meglio la strada del linguaggio (pardon, dei linguaggi) dell’arte. […]

Le parole di Fagiolo suonano oggi tanto corrette quanto ovvie. Parole banali non sempre, non per tutti, ma sufficienti a ricordare come il livello del dibattito critico – sulla rilevanza di Crepax, e sulla pertinenza del fumetto tra le arti – da allora abbia fatto parecchi passi avanti.

Tuttavia, la critica d’arte italiana ha ancora parecchie difficoltà a confrontarsi con il fumetto. Lo dimostrano casi come quello che ho raccontato su questo blog qualche tempo fa. E paradossalmente, forse, è l’assenza di vere e proprie polemiche – sebbene meno magniloquenti o ‘legittimiste’, e più focalizzate – che oggi dovrebbe continuare a farci riflettere.

15 Risposte

  1. Vado brutalmente ot: gli autori di Antistoria del fumetto italiano sono Stefano Misesti, Stefano Pistolini, Massimo Salvucci e Matteo Stefanelli?

  2. ovvero: Crepax era un autore troppo contemporaneo perché il povero Briganti ci potesse capire qualcosa…

    però che il dibattito critico sul fumetto in Italia abbia fatto tutti questi passi avanti io onestamente non ne sarei poi così sicuro. Certo, la questione sulla legittimità magari non si pone più in questi termini, ma a me capita raramente di leggere degli interventi critici del livello di Fagiolo dall’Arco.

    poi Flash Art di Politi non è la Domus di Mendini, e ok, ma noi mica ce li abbiamo mai avuti in Italia artisti come Lichtenstein, Pettibon, Murakami o Kara Walker o William Kentridge…voglio dire che i fumetti in galleria a Milano o Torino non ci sono mai entrati, è una chiusura che nasce da lontano, non so da cosa derivi ma è così.

    lo snobismo di Politi riflette semplicemente una posizione che lui conosce bene (e che purtroppo ha contribuito ad alimentare).

  3. 🙂 Grazie!

  4. emanuele: è proprio quel che ho scritto. Passi avanti sì, nel senso che un tema di fondo (la ‘legittimità’ culturale) è stato sufficientemnte chiarito. Ma come appunto dicevo, di temi ce ne sono altri. E interventi centrati come quello di Fagiolo non ne ho visti molti.
    Come al solito, Gramsci aveva descritto il problema perfettamente, sottolineando la distanza ottocentesca tra “letterati e popolo”, alle origini della fragilità della nostra industria culturale, inevitabilmente esterofila.

    Mi piace molto, però, il tuo girare la questione sugli artisti stessi (più che sulle gallerie): è vero, non abbiamo avuto molti artisti di quel genere, per i quali il fumetto è una materia espressiva decisiva. Forse un pizzico Depero? Certamente Baj e Nespolo? Il Buzzati pittore, per quanto non proprio ‘influente’. Echaurren? Arienti? Cuoghi? [ovvero: casi ce ne sono, ma nessuno pare comparabile per centralità del linguaggio fumettistico e per impatto della sua applicazione].

    Di certo sarebbe interessante continuare a ragionarci. Per capire se il problema è lo stesso che spiegava Gramsci (dico la mia: sì) o se c’è anche qualcos’altro. E per fare – anche su questo – un po’ di ricerca e di chiarezza in più.

  5. hai ragione su Gramsci. ma poi basta leggere le argomentazioni di Briganti, che invoca i valori morali, il bello ottocentesco…ti cascano le braccia.

    sui galleristi: Massimo Giacon racconta (scherzando, ma fino a un certo punto) che in Italia se vai da un gallerista e gli dici che fai anche fumetti sei automaticamente deprezzato…

  6. …e comunque ho letto tante recensioni di Asterios Polyp o di Jimmi Corrigan: ne parlano bene, ne parlano male, ma la maggior parte mi pare lo faccia dal punto di vista di chi considera il fumetto semplicemente una sovrastruttura letteraria…e quindi i temi maturi,la trama, le complesse psicologie;approccio che di fronte a un lavoro come Polyp a mio parere è parziale e limitante. Per non parlare poi di Ware (ma mi viene in mente anche il Tamburini di Snake Agent).

    ora secondo me,il problema non è tanto quello di ricevere la patente di artisticità (chi se ne frega) piuttosto di avere un punto di vista sul fumetto differente, che tenga conto anche degli aspetti formali e non solamente letterari. Come dimostra brillantemente Fagiolo dall’Arco, che infatti la mette sul piano della analisi formale, della autoriflessività del medium inteso come dispositivo: strumenti interpretativi che non mi pare siano propriamente quelli del critico letterario che scrive sui giornali.

  7. Le affermazioni di Giacon – che ben conosce il campo – sono certamente sconfortanti. In questo siamo molto distanti dalla più avanzata integrazione che, in Francia, c’è tra fumetto e sistema delle gallerie (anche se lì per certi versi sta nascendo un nuovo “ghetto”: le gallerie d’arte specializzate).

    Su quel che dici a proposito di Polyp o Corrigan, sono daccordo e ne ho spesso parlato: dal mio punto di vista, oggi, viviamo un nuovo problema teorico. L’avvicinamento del fumetto – via il graphic novel – al campo della letteratura è un fatto importante e utile, ma ha le sue conseguenze: se porta con sé la tendenza ad abusare delle categorie della critica letteraria, produce un servizio assai parziali per la descrizione (e comprensione) del fumetto.
    Una volta era il cinema; oggi è la letteratura: gli strumenti interpretativi ‘esterni’ sono fondamentali, ma se sono i soli succede tutt’altro. La critica culturale tradizionale, diciamo, tende sempre a “cooptare” gli oggetti con i propri strumenti disponibili; e gli strumenti propriamente fumettologici sono ancora in parte deboli, in parte troppo poco frequentati.

  8. “Nei suoi fumetti Fagiolo ha colto citazioni continue: Godard e Ronchamp, Mendelsohn, le poltrone di Thonet, la scrivania di Van de Velde, Yves Klein e Max Ernst.”
    Qui però non seguo. Senza queste citazioni, allora, Crepax avrebbe fatto solo semplici “storie a fumetti”? Vuol dire che le storie a fumetti sono limitanti?

    “Dire che Crepax fa storie a fumetti è come dire che Lichtenstein copia le strips o che anche Warhol ruba fotografie”
    No, dire che Crepax fa storie a fumetti è come dire che Lichtenstein è un pittore pop-art.

    • “Dire che Crepax fa storie a fumetti è come dire che Lichtenstein copia le strips o che anche Warhol ruba fotografie”

      Avevo notato anch’io questa perla.
      Devo dire che quanto a preconcetti il Fagiolo è peggio del Briganti.
      Il Briganti era un poveretto rimasto indietro di un secolo. Il Fagiolo era un precursore di quelli che oggi differenziano le graphic novel dai fumetti.

  9. sono d’accordo che quelle frasi siano discutibili o ambigue. Ma solo se le decontestualizzate: “non fa storie a fumetti” va inteso alla luce della spiegazione che scrive altrove: perché fa “fumetti al quadrato”.
    Il cuore degli argomenti di Fagiolo è comunque ben altro. E non ha nulla a che vedere con la differenza tra graphic novel e fumetti (Luigi: capisco la tua posizione, ma vedi il tema ‘graphic novel’ anche quando non c’è..)

  10. Crepax piuttosto avrebbe dovuto incazzarsi con Fagiolo, per essere accostato a Tadini: lui era molto ma molto meglio di Tadini.
    Per il resto ha ragione Briganti: i fumetti sono sempre più belli in edicola che in galleria, dove hanno sempre l’aria della nipote povera venuta a leccare il culo alla zia ricca. (Poi, diciamocelo, spesso una mostra di fumetti è una gran rottura di marroni, mi ricordo la noia assoluta di una retrospettiva di Burns…).
    Ma la cosa che m’interessa dalla discussione, che vien fuori chiaro e tondo, è paradossalmente la base comune del dibattito: tutti e due, Briganti e Crepax, mettono come condizione imprescindibile, sia per fare del arte che per fare dei fumetti, il saper disegnare benissimo. Crepax addirittura è la prima cosa che, giustamente, vuol mettere in chiaro. In questo si sente lo spirito dei tempi andati, oggi questo concetto, per il pubblico, per la critica e per gli stessi fumettisti mi sembra smarrito, perso, kaput. Ora ci si scannava sulle forme, sui contenuti, sulle appartenenze, ma con la consapevolezza che se non si sa disegnare ottimamente si è ESCLUSI DALLA DISCUSSIONE. A cuccia!
    Cosa direbbe Briganti di tanti fumetti di oggi lo possiamo solo immaginare, ma forse possiamo immaginare anche che questa volta Crepax sarebbe stato d’accordo con lui.
    Baci
    Cher

    • che Crepax fosse più interessante di Tadini lo penso anch’io. E non non certo per questoni di fumettofilìa.

      Sul saper disegnare -se ben ricordo è un tuo cavallo di battaglia- sono pure daccordissimo. Un esempio che credo condividerai: il successo della Satrapi. Ma ne potremmo fare un sacco.
      Ovviamente, però, “disegnare bene” non vuol dire ‘bello’ o ‘naturalistico’. Hai presente quel tizio che dice di fare “fumetti disegnati male”?😉

      Sul fatto che i fumetti stiano meglio in edicola o in libreria, invece, caro mio, ti ribalto la frittata: sei tu ne a farne una questione sociopolitica, di statuto sociale, di appartenenze. Pare un “Davide è meglio di Golia”. E quindi la faccio breve: non sono d’accordo.

  11. non solo Crepax è meglio di Tadini, ma è un autore molto più colto, importante e intelligente di molti dei nostri “veri” artisti pop: no dico vuoi mettere con Tano Festa o Franco Angeli? non c’è confronto.

    Fagiolo posiziona bene il lavoro di Crepax perché lo inserisce all’interno delle problematiche che interessavano le avanguardie artistiche di quegli anni, dimostrandone in questo modo la contemporaneità.

    Viene a cadere in questo modo un pregiudizio che è ancora radicato in quegli anni (nonostante il libro di Eco), e cioè che le l’arte di avanguardia arriva prima e poi, dopo, gli altri copiano, spesso male.

    Lui invece ti dice che questo prodotto di consumo, anche un po’ zozzo, che sta nelle edicole… racconta le stesse cose e si preoccupa degli stessi problemi che interessavano l’elite culturale di quegli anni.

    e abbiamo il coraggio di dire che aveva ragione Briganti?

    • già. Una piccola dimostrazione di quanto quel pregiudizio sia radicato, e persino tra i fumettòfili, lo vedo tutti gli anni alla Eesi di Angouleme. Quando per spiegare Crepax agli studenti parlo di post-figurazione, quasi tutti sembrano sorpresi, abituati come sono a leggerne in termini ideologici (società, costume, gender…) o cinema-centrici. Crepax sarà anche un autore iper-borghese, e per questo criticabile (come mi disse Fofi). Ma sul piano della riflessione sul linguaggio è stato davvero maltrattato da una critica che solo raramente (evviva Fagiolo) lo ha inquadrato per quello che è stato.
      Su Briganti possiamo dire un sacco di cose, ma non certo che abbia saputo capirlo o spiegarlo.

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