Hollande, il comics journalism ‘embedded’, e una certa marginalità strategica

Il nuovo presidente francese François Hollande ha da poco superato i primi 100 giorni in carica. Ed io – in ritardo – segnalo quanto accaduto in campagna elettorale. Perché l’episodio mi pare davvero emblematico. Persino utile ad argomentare risposte all’amletica domanda “che cos’è il fumetto?”. Non tanto come linguaggio, però, ma come ambito della produzione culturale.

Il fatto è questo: tra i giornalisti accreditati per seguire da vicino la campagna elettorale, c’era anche un fumettista, Mathieu Sapin. Di per sè già una notizia, vista la rarità del caso – e l’importanza del Paese – sebbene non una novità assoluta. In sostanza, Sapin ha seguito Hollande e il suo staff dal giorno dell’esito del primo turno fino all’elezione, pubblicando alcune pagine su Libération e poi il volume Campagne présidentielle.

Nel raccontare la campagna, naturalmente, Sapin ha messo in gioco il proprio caratteristico sguardo ‘laterale’, già visto all’opera nei precedenti reportages a fumetti: “les à-cotés, les imprévus, ce qui ne marche pas trop”, come ha detto in un’intervista apparsa sulla rivista Casemate (n. 49, giugno 2012).

Ma il punto su cui propongo di riflettere è un altro, e prescinde dai contenuti (pur interessanti, e divertenti) del libro. Mi interessa, piuttosto, soffermarmi sulle condizioni (socioculturali) che hanno permesso l’esistenza dell’operazione editoriale. E torno quindi all’intervista, a partire dal momento in cui Sapin racconta il suo ‘battesimo’ come reporter della campagna:

La mia prima visita, la sera del primo turno, è consistita nell’andare in rue Solférino alla sede del Partito Socialista per vedere un po’ come andava. […] Quello che mi entusiasma, quella sera, è di rendermi conto di avere una carta da giocare, rispetto agli altri giornalisti.

Non conosco niente di niente, non conosco nemmeno tutti i nomi dello stato maggiore del Partito socialista, e ci sono duecento giornalisti. Nel cortile di rue Solférino, però, incrocio un tizio che vedo tutte le mattine quando accompagno mia figlia a scuola. Non è né un politico né un giornalista, ma un giurista e fa parte della squadra che dovrà convalidare i risultati del primo turno.

Gli chiedo se posso andare con lui nella war room dove vengono contabilizzati tutti i risultati. All’inizio mi risponde dicendomi che l’accesso è proibito alla stampa, ma poi riflette e dice: “ma per te non è la stessa cosa, tu sei un disegnatore”.

Risale quindi a parlarne ai colleghi, e torna dicendomi che sono d’accordo nel farmi passare un’ora nella war room insieme a loro. Tutti gli altri sono nel cortile dalle 18h, ad attendere i risultati. Io invece mi trovo in questa sala piena di persone davanti ai computer che si scambiano delle cifre che, solo due ore dopo, non avranno più alcun valore di esclusiva. Quando esco dopo un’ora, riferisco le cifre che ho sentito ai miei amici di Libération, che sgranano gli occhi.

Quello di Sapin è il racconto di una “eccezione”: il fumettista. La cui presenza – il cui ruolo – è ritenuta non assimilabile a quella di un giornalista. In quanto fumettista, Sapin è percepito come un operatore ‘diverso’, e questa differenza – letteralmente, nel caso raccontato – apre delle porte, inaccessibili ai professionisti dell’informazione.

La questione non è molto diversa da quanto hanno raccontato in passato altri fumettisti – da Joe Sacco a Emmanuel Guibert – coinvolti in situazioni analoghe: praticare fumetto può essere, in alcuni contesti, una straordinaria risorsa per “accedere” a spazi o reti sociali tradizionalmente preclusi ad altri mezzi, e ai loro praticanti/autori.

L’episodio della ‘accoglienza’ di Sapin all’interno dei processi normalmente ‘invisibili’ di un’importante campagna elettorale, allora, mi pare meriti di essere segnalato non solo come gustoso backstage di un buon libro. E’ anche, infatti, una rappresentazione plastica, particolarmente evidente, del tema dello statuto sociale dell’autore di fumetti. Un tema di cui Sapin, peraltro, si dimostra perfettamente consapevole:

Ciò che mi interessa è anche mostrare che il fumetto ha una carta da giocare diversa dagli altri media. […] Senza abusarne, gioco volentieri con il lato falsamente inoffensivo del fumetto.

Volendo spingerci ancora più in là, questo episodio mi sembra richiamare quella che altrove ho chiamato marginalità strategica del fumetto. Perché se è vero che il fumetto è stato e resta un settore ai margini dell’industria culturale (cui si collega l’antico dibattito sulla sua legittimazione cuturale, che tanto ossessiona proprio i francesi), è anche vero che questa marginalità è stata una risorsa strategica per il suo sviluppo. Per esempio, arrivando a mettere nelle mani di un autore quella “falsa inoffensività” che Mathieu Sapin, nel suo uso consapevole, ci ha semplicemente ricordato.

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