Fumetto letterario vs. fumetto d’arte

Nel nuovo numero della rivista Studio c’è un’intervista fumettologicamente interessante. Si tratta di una chiacchierata tra Dan Nadel (fondatore della casa editrice Picturebox e co-editor di TCJ.com) e Tim Small (che dirige l’edizione italiana del magazine Vice).

L’intervista presenta l’attività di Picturebox e il suo ruolo – marginale ma incisivo – riprendendo un tot di discorsi sul ricorrente e inevitabile tema del ‘ricambio generazionale’. In questo caso, la generazione è quella degli autori indie emersi successivamente al boom del graphic novel, a cavallo tra anni Novanta e anni Duemila.

L’aspetto più interessante dell’intervista non è però sul caso Picturebox in sé. Piuttosto, sta nel mettere a fuoco la frontiera di una contrapposizione culturale, sempre più visibile nel fumetto anni Duemila (evidente negli Stati Uniti, ben visibile in Francia, e osservabile forse-anche-un-pochetto in Italia): quella tra graphic novel e art comics.

Leggerla mi pare una buona occasione per verificare come ‘funzioni’ questa contrapposizione oggi. Ovvero come in essa si sovrappongano analisi e pregiudizi intorno a due visioni strategiche differenti: una “strategia letteraria” e una “strategia artistica” [nel senso ristretto di ‘visual art’] del fumetto.

Un passaggio:

TS: La cosa che mi da fastidio del lavoro di molti fumettisti di quella generazione del 2000-2001 è che mi pare di percepire una specie di senso di inferiorità che li spinge a dimostrare, in maniera quasi disperata, che il fumetto sia letteratura. Intendo dire cose come Blankets, o Adrian Tomine.

DN: Già.

TS: Cioè: la necessità di drie, “Ehi, guardate qui, anche i fumetti vanno presi sul serio! Leggi qui, che te lo dimostro”, piuttosto che “ok, facciamo dei fumetti, divertiamoci con i fumetti, impazziamo con i fumetti, e se non li capisci, cavoli tuoi!”.

DN: Ci sono due lati di questo discorso. Da una parte, non devi fare l’errore di confondere come un artista viene recepito dal pubblico e dalla critica e l’artista in sé. Non penso che potrei mai accusare Ware di fare fumetti assecondanti le richieste di mercato. Ma sì, è vero che quei fumetti, come Blankets, hanno vita facile sulle mensole delle librerie perché stanno molto più tranquillamente all’interno della percezione pubblica di cosa sia un libro. Mentre gente come Yokoyama o Chippendale o Panter, quando li leggi, in pratica devi imparare un nuovo linguaggio, perché parte della loro voglia di inventare mondi totalmente nuovi è inventare il linguaggio che ti permette di avere accesso a quel mondo. […]

TS: Forse è questa particolare ossessione con il linguaggio unico del fumetto a separarli dalla generazione precedente. Nel senso: un fumetto di Adrian Tomine potrebbe tranquillamente essere un romanzo. Non si può dire lo stesso di Panter e di tutti questi suoi figliastri.

DN: E’ vero, sono interessati a esprimere cose che potrebbero essere espresse solo con il fumetto. E questo li rende unici. Penso che solo il fumetto dia a un artista la possibilità di creare mondi totalmente unici con un totale controllo del linguaggio di quel mondo. Ed è questo che gli interessa.

In questo discorso si disegna chiaramente un confine. Da un lato ci sono i Thompson Tomine Clowes. Dall’altro Chippendale Yokoyama C.F. Panter.

La critica e il mercato, diciamo, descrivono questi due campi con le due note etichette: i primi sono rappresentativi del fenomeno del graphic novel; i secondi della scena degli art comics. Ma le differenze tra i due campi, in questa discussione, sono marcate da una visione che attribuisce loro un diverso significato culturale. E il confine che viene tracciato è una polemica certamente stimolante, sostenuta però da un’analisi a mio avviso sbrigativa, che mescola e confonde tre dimensioni: una strategica, una produttiva, e una generazionale.

La faccio breve (si fa per dire), con alcune note sparse.

Nadel e Small riconoscono in alcuni autori di graphic novel obiettivi da romanzieri. Un fatto che non è certo, di per sé, né un limite né un difetto. Come non lo è mai, in sé, cercare in altri linguaggi sponde espressive per elaborare un proprio stile. Almeno non lo è nella misura in cui non lo era per Milton Caniff elaborare uno stile da regista cinematografico, per Feininger o DeLuca praticare nelle tavole un approccio da architetti, per McCay comportarsi da animatore di effetti ottici, per Toppi esprimersi come una sorta di scultore/orefice, per Sacco fare fumetti con gli obiettivi di un reporter…

Che gli autori di art comics guardino invece al linguaggio del fumetto per se, peraltro, mi sembra tutt’altro che pacifico. La prospettiva di Nadel è, in questo senso, deformata dalla sua prossimità con quella scena: in realtà anche Yokoyama, Chippendale o C.F. guardano ‘altrove’. Alcuni la grafica, altri l’arte. E se le arti visive sono anch’esse una (eccellente) sponda, di certo non sono la sola con cui misurare l’originalità di un percorso espressivo: quegli autori Picturebox hanno debiti verso l’art brut, l’informale o l’arte naif paragonabili ai debiti di Tomine o Clowes verso la narrativa americana novecentesca o contemporanea.

Detto diversamente, la linea di confine tra art comics e graphic novel, a mio avviso, non coincide con la distinzione tra chi lavora sul linguaggio del proprio mezzo (il fumetto) e chi no. La “strategia letteraria” e la “strategia artistica” sono certo due strategie differenti (come lo sono state, in altri contesti ed epoche, una “strategia teatrale”, una “strategia grafica” o la assai diffusa “strategia cinematografica”). Ma ritengo sbagliato confonderle con altro: la contrapposizione non è tra un un approccio “interno” e uno “esterno”, tra una visione eterodiretta e una, diciamo, ontologica (come ama dire la critica francese). Il lavoro sul linguaggio del fumetto prescinde dal campo di appartenenza di queste strategie culturali. E la lista di autori di graphic novel che operano sul linguaggio è vastissima (un esempio italiano a caso? Gipi, e il suo percorso da Appunti per una storia di guerra a S. a LMVDM).

Non a caso, alcuni esempi non funzionano. Chris Ware, per esempio, come riconosce lo stesso Nadel: insieme eccelso romanziere e straordinario artista; praticante della formula del graphic novel librario, e al contempo, creatore di formule editoriali anti-romanzesche; padre, ma per certi versi anche fratello della nuova generazione di autori di art comics, che guarda alle gallerie quanto alle librerie.

Persino lo stesso Clowes – come ho discusso a proposito del suo ultimo lavoro – è di collocazione ambigua: mentre David Boring era un progetto fortemente ‘letterario’, Death Ray è orientato da obiettivi più compositi, da narratore e insieme da graphic designer.

Gli stessi Ware o Clowes, dunque, fanno saltare il paradigma generazionale che Dan e Tim discutono: molte delle preoccupazioni artistiche degli autori Picturebox erano già presenti nella precedente “generazione graphic novel”. E a ben guardare la storia del fumetto americano underground (Griffin, Bodé, Beyer, Doucet… e tanti altri), gli stessi interessi formali, compositivi, grafici erano quantomeno già sul tavolo da tempo.

Il nodo polemico si fonda su una sovrapposizione ulteriore, che si aggiunge a quella strategica e a quella generazionale. E’ il tema che Nadel chiama “assecondare le richieste del mercato”. Una posizione che sarebbe praticata soprattutto dagli autori di graphic novel, che lavorerebbero secondo una formula (il libro) abbracciata più per la sua ‘facile’ riconoscibilità merceologica che non per la sua condizione espressiva. Tuttavia anche qui manca una parte: anche molti autori di art comics lavorano assecondando le richieste di un mercato. Un mercato diverso: quello delle gallerie d’arte. E degli editori che, invece di operare al confine tra letteratura e fumetto, operano al confine tra arti visive a fumetto. Picturebox incluso.

La visione sul fumetto indie (e non solo) di Nadel mi sembra quindi interessante non tanto per la contrapposizione tra graphic novel e art comics – una buona polemica ‘militante’, ma nulla più – quanto per altri aspetti. Due su tutti: la riflessione sulle trasformazioni del mainstream, e l’analisi sul rapporto fra innovazione e tradizione negli art comics.

Sul primo punto, in sostanza, ricorda un dato che sarebbe opportuno tenere sempre presente. I supereroi sono sempre meno mainstream, e chi continua a ritenere “nicchia” la produzione e la scena del graphic novel si espone a un rischio: perdere contatto con i mutamenti in corso:

TS: Penso che nel mondo del fumetto, poi, stiano succedendo un sacco di cose interessanti. Cioè: le due case storiche del fumetto mainstream – la DC e la Marvel – ormai sono più interessate a trasformare le loro proprietà intellettuali in franchise cinematografiche piuttosto che nel fare fumetti. E la gente interessata ai fumetti deve per forza di cose uscire da quel mainstream.

DN: Negli ultimi dieci anni la definizione di cosa sia un fumetto mainstream è cambiata radicalmente. Nel senso: l’ultimo libro di Dan Clowes vende il triplo dell’ultimo numero di Superman. Quindi, in un certo senso, Dan è mainstream, come Spike Jonze è mainstream, come un sacco di artisti molto interessanti sono diventati mainstream. E questa cosa non succedeva, nel mondo del fumetto, dai tempi dei grandi fumettisti dell’anteguerra, gente che faceva arte vera con una visione potente, che veniva distribuita e riceveva attenzione a livello nazionale. E’ un cambiamento che, ovviamente, è iniziato con Maus.

TS: Ovviamente.

DN: Ma non ha preso piede fino all’arrivo di Clowes e Ware e Tomine. Ed è grazie a loro se la gente che legge e che va alle gallerie d’arte oggi ha una mensola in casa con sopra una dozzina di fumetti.

L’altro aspetto riguarda invece la matrice culturale degli art comics statunitensi:

DN: Io penso che la gente come C.F, Brinkman e Brian e questi qui siano, in fondo, dei tradizionalisti. C’è tutta questa gente che parla di quanto siano avant-garde e bla bla bla, quando in realtà il loro lavoro deriva molto direttamente da quello che veniva pubblicato sui giornali prima della guerra, e dall’estetica heavy metal, dalla musica, dall’arte, e dalla cultura del fumetto, specialmente europeo. Ovviamente sono anche molto influenzati dalla cultura degli anni 80, dai fumetti Marvel e dai videogiochi e da quella roba lì. La cosa che li distingue dagli altri è che filtrano tutte queste influenze tramite delle sensibilità estremamente personali.

Mi pare che su questo punto Nadel sia particolarmente lucido, per due ragioni.

La prima è che riconosce come la distanza tra fumetti mainstream e “fumetti d’arte” sia meno profonda di quanto certi lettori la percepiscano. Il che non stupisce, se ricordiamo come la cultura del fumetto sia stata segnata da una separazione particolarmente rigida tra formule, generi, formati (e la loro circolazione). La diversità tra certi fumetti è a volte più percepita che reale: una questione legata ai circuiti creati dai discorsi sociali, più che dalla oggettiva identità di contenuti e stili. Lo dimostra benissimo la persistente diffidenza di certo pubblico per graphic novel che, in realtà, non hanno nulla di diverso dai generi mainstream della produzione popolare. E allora anche la natura “avanguardistica” di certi art comics, come riconosce Nadel, è vera solo in apparenza: una strategia retorica che, col tempo, potrebbe esaurirsi rivelando un confine ben più sottile di quanto certi pregiudizi non riescano a nascondere.

La seconda è che la scena degli art comics nordamericana pare un po’ diversa da quella europea. Il gusto che Nadel dice “tradizionalista” sembra infatti più evidente oltreoceano, che non tra gli autori del Vecchio Continente. Il che pure non stupisce, dato il diverso contesto in cui sono immersi i fumettisti ai due lati dell’Atlantico: culture visive diverse, con radici nella cultura pop da un lato, e in una più comune familiarità con antiche tradizioni figurative (avanguardie artistiche incluse) dall’altro.

Anche per questo credo che la scena degli art comics sia un campo interessante: un’area in cui osservare le varie relazioni tra fumetto e tradizioni artistiche, figurative e post-figurative. E se in alcuni casi esse si stanno riarticolando anche in funzione ‘polemica’ rispetto al graphic novel, in altri seguono percorsi più ambigui e complessi.

14 Risposte

  1. tutto ovvio, ma meno ovvio che qualcuno lo scriva e lo puntualizzi. ebbravo

  2. Quel tizio, Small, mi rende problematico leggere il tutto.
    Lui e quello per cui sta. Non me ne voglia chi apprezza Vice o addirittura chi ci collabora, ma quel magazine rappresenta un modo una commistione tra commercio e cultura dell’intrattenimento che trovo irritante.
    Il cui atteggiamento – poi se mi sbaglio tanto meglio, eh – si coglie bene quando dici dell’argomentazione: “a mio avviso sbrigativa”.
    Poi sì, dice cose banali e mette alle strette Nadel facendogli semplicemente confermare delle banalità.
    Sono convinto che in America certi dualismi li vivano meno o per niente. Sono percezioni un po’ provinciali all’italiana.

  3. ottimo post, complimenti.

  4. @Valerio condivido al 100% il tuo pensiero su Vice. Però questo articolo vola decisamente molto alto rispetto ai puerili e stantii dualismi italioti. Ognuno c’ha il dualismo che si merita! Besos! c.

    • Claudio, dopo mi son reso conto di aver esternato l’antipatia un po’ fine a sé. Un momento così ahahah
      Ma mi rimane che le domande di lui son puerili, partono da presupposti banali e ruffiani.
      Mi interessa la questione finale, ma serve a ribadire per me più il fatto che dualismi non ce n’è.
      Per gli americani, dall’approccio culturalmente più ferrato di noi (scusate), la sfida è più fair. Danno l’idea di aver un senso di comunità più marcato e più storicizzato.

  5. Interessante discussione…A mio modestissimo avviso, le contrapposizioni hanno il proprio ruolo in un contesto identitario, i.e. la picture box sembra riconoscersi in una sorta di “missione” culturale, che vede nel “graphic novel” una sorta di “passato” del fumetto, mentre il loro approccio più grafico e di decostruzione sulla forma, libera dal medio della narrazione, porterebbe il fumetto stesso verso un suo probabile futuro, libero (non so fino a quando) di una risposta del mercato o di un mercato che imponga uno standard. In realtà, 1) questo tipo di approccio a volte ha il limite di essere autorefenziale: ciò è mostrato sia dal caso Yokoyama che con il suo Travel raccolse consensi, ma con il successivo ha un po’ ripetuto il medesimo canovaccio, sia uscendo fuori dal campo fumettistico in senso stretto dallo stesso Chippendale, che molti sapranno che con Brian Gibson fa parte del gruppo Lightning Bolt, i cui caratteri, con un certo riduzionismo, sono i medesimi della filosofia della Picture Box. Il progetto in sé, pur mostrando una certa volontà di crescita, è ormai sterile, nonostante il peso che ha avuto a suo tempo (basta fare una breve ricerca per accorgersi di quanti gruppi cloni dei LB ci siano in giro, soprattutto in ambito underground – qualsiasi cosa questo voglia dire). 2) La discussione sul mercato, francamente, lascia il tempo che trova, perché c’è sempre un “mercato”, anche per i loro prodotti…Anzi, è un mercato molto caratterizzato e con una fisionomia ben precisa, che si contrappone volutamente al mainstream. Credo che un’analisi parallela con quella che è stato ed è la realtà d.i.y/hard-core americana renderebbe molto più chiaro il ruolo e la fisionomia ben precisa di quello che è la Picture Box. Per il resto, l’affermazione “il fumetto-come-narrazione-è un-fumetto-surrettizio-perché-potrebbe-essere-anche un romanzo” lascia il tempo che trova..

  6. Un bel post, Matteo, con riflessioni interessanti.
    Peccato sprecarlo in agosto.
    Spero che se ne riparli in un momento in cui la testa funziona di più….
    db

  7. Daniele: è che la teoria “agosto, blog mio non ti conosco”, se trovo il tempo (e prima di partire, un po’ l’ho trovato), non mi convince. Io sono in vacanza. Ma anche se sono all’estero, un po’ di voglia di leggere online mi rimane😉

    Gallo: as usual, sono d’accordo con te. È l’ovvietà “non percepita” che mi ha fatto reagire scrivendo, direi.

    Valerio: è quell’atteggiamento hipster che Vice coltiva nel midollo.E che Studio frequenta anch’essa. Per questo non fanno grandi numeri (anzi) ma piacciono ai brand manager: enfasi sull’ identità. A volte interessante, altre infantile. Ma su qualcosa siamo tutti un po’ hipster, ormai, no?😉

    Tonio: d’accordissimo e soprattutto sulla tua analisi: la tattica identitaria ci sta. E anche per questo stimo Nadel: per proporre qualcosa, bisogna crederci, con tutte le forze, semplificazioni incluse. Solo: non credo che Picturebox abbia già esaurito la forza propulsiva. Forse alcuni suoi autori, quello sì.

    Buon agosto a tutti
    Matteo (non loggato, da blogger in vacanza)
    (falso: wordpress mi ha loggato a mia insaputa)

    • Mi trovo d’accordo con Daniele Barbieri che sotto il solleone è difficile ragionare in maniera approfondita, ma l’argomento è davvero interessante. E continuo a pensare che oltreoceano ragionino di certe distinzioni in maniera molto più serena e “sensata” di quanto si faccia in Europa, dove le definizioni “art” e “graphic novel” diventano troppo spesso facili medaglie da appendersi sulla copertina e per darsi un tono.

    • Matteo, mi riferivo ad alcuni autori…non alla picture box in toto…Continua a sfornare della belle cose, ma soprattutto accattivanti anche come “oggetti”…e qua diciamo che viene fuori anche la sua vocazione…Buone Vacanze!!!

  8. Interessante argomento,
    A mio avviso l’approccio Art comics rischia nel tempo di rivelarsi effimero, considerando che il fumetto è pur sempre un linguaggio narrativo.
    Il fumetto non vive solamente di immagini e sperimentazioni su di esse, ma vive di testo, immagine e dall’unione e giustapposizione di testo-immagine.
    Quando un elemento dei due viene privilegiato sull’altro siamo di fronte ad un prodotto che sfrutta parzialmente le caratteristiche del fumetto stesso,
    In questo senso anche l’approccio graphic novel può essere talvolta discutibile, quando l’intenzione più o meno palese è quella di finire sugli scaffali come un romanzo.
    Se invece l’intenzione sincera è quella di raccontare una storia a fumetti e questo trova senso in un formato libro, allora diviene più che giustificabile.

  9. Post molto interessante, che lascia degli spunti e delle riflessioni da coltivare. A mio avviso, il fumetto, come linguaggio e mezzo, è proiettato alla continua sperimentazione ed evoluzione del medium, a discapito delle leggi del mercato. Questa dualismo tra fumetto letterario e fumetto artistico riportata nell’intervista tra Dan Nadel e Tim Small mi pare un po’ troppo semplicistico: il fumetto è un linguaggio intermediale, fa uso di diversi codici linguistici, e ogni autore comunica il suo stile e le sue idee: chi attraverso un uno stile “letterario”, chi verso uno stile “artistico”, e chi invece riesce a equilibrare i due stili o punta ad esplorare nuove vie di espressione.
    Molto interessanti la conclusione del post dedicata alle trasformazioni del mainstream e all’analisi del rapporto tra innovazione e tradizione negli art comics.

  10. […] questione, in quest’anno, sono ritornato più volte – per esempio qui e qui – ma mi pare che meriti una nuova sottolineatura. Perché un conto è condividere la […]

  11. […] Per esempio, ne ho discusso qui, qui e qui (by Gipi), con l’aggiunta di qualche commento qui e qui. Ma per tenerlo vivo rimando al bel testo di Eddie Campbell, “I Letterati”. Che […]

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