Materiali di lavoro (e il ritorno del fumetto invisibile)

Nel banale logorio della vita post-post-moderna, vedere un blog poco aggiornato significa … che il blogger è sopraffatto dalla vita offline. Quantomeno questo è quel che mi dicono gli amici “che ci sono già passati”; di certo è quel che mi accade al momento.

Ma se la spinta della vita offline è (anche) la pressione di tanti materiali fumettistici, come quelli che si sono affastellati sui miei tavoli/desktop in queste settimane, vale la pena spendere qualche parola. E ribadire sensazioni non nuove, ma sempre piuttosto violente. In soldoni: per raccontare la vicenda storica e culturale del fumetto, mi sembrano ancora incredibilmente numerosi (troppi?) i materiali dimenticati – forse nascosti, certamente invisibili – senza i quali la sfida della sua comprensione storica rimane un orizzonte ancora lontano.

Questi materiali sono, a volte, documenti “antichi”. Tuttavia, quel che mi sorprende sempre, è il dover riconoscere spesso che la loro dimenticanza non è solo il prodotto della distanza storica, ma il risultato di altri e ampi fattori culturali: sono ancora moltissimi i documenti mai riletti alla luce di una matura consapevolezza fumettologica.

Per non fare che un piccolo esempio su un piccolo paese (l’Italia), continuo a ritenere stupefacente l’ombra che avvolge il contributo al fumetto di un Camillo Teja, forse il più grande caricaturista dell’Italia ottocentesca, ma anche autore di splendidi fumetti e graphic album (pressoché dei graphic novel…) negli anni 70 del XIX secolo. Ma i casi sono numerosi (troppi?), e mentre altrove c’è chi si dedica a riconnettere alla genealogia del fumetto le imagerie d’Epinal o testate come l'”Illustrated London News” e il “The Graphic”, da noi le vicende de “Il Pupazzetto” o “Il Fischietto” rimangono confinate e piegate al campo ristretto della satira e della caricatura, assai lontane dal descrivere esperienze come quelle di un Gandolin o di “gregari” come Dalsani, autore di fumetti dagli splendidi layout, per testate locali come “La Luna”, nella Torino del secondo Ottocento.

Troppi materiali, per non fare che un altro esempio, quelli che permetterebbero di riconnettere la vicenda del fumetto a quella della cartellonistica tra 800 e 900. E troppi gioielli editoriali abbandonati alla periferia della memoria, come il fiammante “Mondo Bambino” diretto da Antonio Rubino, o “La Tradotta” – fino a testate che continuano a prendere polvere in archivi e collezioni poco considerate (o guidate da futili feticismi), dal “Cartoccino” ai pur noti, un tempo, “Pioniere” e “Balilla”.

Troppi frammenti della vicenda storica del fumetto nazionale sembrano ancora riposare inermi, sconfitti nell’incessante battaglia tra gli avvenimenti e la memoria selettiva. Una memoria guidata dalla spinta del mainstreaming industrial-culturale, ma anche dalla nostalgia di “blocchi generazionali” che – come ben vediamo altrove, nella società italiana – hanno prima accelerato, ma poi lungamente frenato, nel costruire una prospettiva storica aperta e non troppo indulgente.

Eppure, proprio in alcuni di questi ‘sconfitti’ risiedono alcune delle eredità culturali più profonde e ‘pesanti’ del fumetto. Come quelle – altro esempio piccino – del pornofumetto anni ’70, e di tante storie del Max Bunker ’70/80. Ed è sorprendente che, per comprendere il ventennio italiano che ci siamo lasciati alle spalle, ancora si faccia fatica a includere i simboli prodotti da quei potenti dispositivi dell’immaginario popolare, tanto decisivi nel plasmare la “cultura sottile” respirata da certo leghismo o berlusconismo, da molte idee dei Vanzina o del Ricci di Striscia la Notizia – e da tutti noi, naturalmente.

Troppi frammenti ancora complicati da mettere insieme, che potrebbero spiegare la distanza eccessiva che ha separato Buzzati dall’arte contemporanea italiana, o la capacità di fare impresa culturale (come nel caso di Cesare Civita) dai destini del Corriere dei piccoli del secondo dopoguerra – o tanti altri dettagli persino più importanti. Materiali che oggi mi sovrastano, tra carte e files maneggiati per comporre piccoli contributi – come un volume e un ciclo di lezioni – e che spero prima o poi di vedere ricuciti in nuove forme, nuovi disegni interpretativi di una fumettologia che verrà.

Quella fumettologia di cui si scherniva Sergio Bonelli, con i suoi “è vero, ma a chi vuoi che interessi oltre a noi pochi fumettari?”. Quella fumettologia che, a ben guardare la fatica – entusiasmante quanto piena di empasse – del gruppo di persone con cui sto componendo il libro che mi assorbe in queste settimane (trascurando un po’ questo blog), potrà davvero crescere solo ad alcune condizioni: confronto, fatica, e lavoro collettivo.

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