Il monarca della linea chiara, al New Yorker

Sono dell’idea che quest’anno, tra le principali riedizioni internazionali di fumetto ‘classico’, non sarà facile superare Cartoon Monarch per importanza – ovvero per necessità storica di ristabilire il ruolo giocato dal suo autore: Otto Soglow. Uno dei pochi, autentici ‘giganti’ ancora relegati – dalla memoria della fumettofilìa contemporanea – in un angolo della Storia.

Eppure il lavoro di Soglow è stato quantomai decisivo.

In primo luogo perché le sue strip, come il capolavoro The Little King, rimangono un esempio ineguagliato di senso del ritmo, visivo e narrativo insieme. Uno dei vertici nella storia del “fumetto muto”, quel Little King (ma senza togliere troppo ai precedenti The Ambassador e Sentinel Louie, già notevoli), in grado da solo di ricordare una realtà talvolta dimenticata: arrivare così prossimi alla perfezione formale nel fumetto muto significa, in fondo, sfiorare una perfezione “quintessenziale” nella forma-fumetto.

In secondo luogo, perché con il suo stile fatto di pochi segni essenziali, grande abilità nella ‘recitazione’ dei personaggi, e senso dello spazio (grafico) pieno/vuoto, ha influenzato nientepopodimeno che tutti i grandi maestri del dopoguerra, come Charles Schultz o Mort Walker – fino a diventare un esplicito riferimento in autori più recenti come Chris Ware, Seth o Ivan Brunetti.

In terzo luogo, infine, perché lo stile di Soglow non è stato rilevante ‘solo’ per il fumetto, ma ha lasciato il segno – è il caso di dirlo – nella cultura visiva del Novecento, grazie al suo contributo per una delle riviste-modello della grafica moderna: il New Yorker.

Quando vi debuttò Little King (1931), il New Yorker aveva già accolto disegnatori dalla linea particolarmente semplice e nitida, da Rea Irvin a John Held jr; Steinberg sarebbe arrivato solo una decina di anni dopo. Ma fu con Soglow che le vignette del settimanale raggiunsero quella perfezione recitativa che rese lo “stile New Yorker” un marchio inconfondibile della sua – a dispetto dell’apparente ‘facilità’ estetica – energia comunicativa.

Sono perciò d’accordo con quanto ha scritto Jared Gardner nell’introduzione al volume:

Come ha detto Daniel Clowes, “Otto Soglow è un tizio di cui nessuno parla”. La ragione per la quale il nome di Soglow è, con ogni probabilità, meno noto di altri cartoonist della sua statura e influenza, ha decisamente a che fare con la disarmante semplicità di cui parla Clowes, e con il fatto che il suo approccio al cartooning ha aiutato a modellare l’aspetto dei fumetti del dopoguerra in un modo tale da farlo sembrare quasi naturale, inevitabile.

Ancora oggi il New Yorker pubblica talvolta vecchi disegni di Soglow, opere ormai senza tempo, nelle pagine della sezione “Talk of the Town”:

Finalmente, quindi, arriva un volume che ci impedirà di continuare a dimenticare quel piccolo Re – del fumetto – dalle grandi poporzioni.

Un'edizione italiana, Garzanti (1966)

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Tintin senza Tintin

Le copertine di Tintin, private degli elementi grafici e del personaggio stesso di Tintin, nei détournement del gruppo “Compagnie Adesso”:

Nella versione sempre senza i personaggi, ma con i titoli modificati:

 

Natura del linguaggio (“Why is Lenguage, Ignatz?”)

Una strip, semplicemente tra le più note e memorabili, del Krazy Kat di George Herriman [clicca per ingrandire]:

Krazy: “Why is Lenguage, Ignatz?”

Ignatz: “Language is that we may understand one another.”

Krazy: ”Can you unda-stend a Finn, or a Leplender, or a Oshkosher, huh?”

Ignatz: “No,”

Krazy: “Can a Finn, or a Leplender, or a Oshkosher unda-stend you?”

Ignatz: “No,”

Krazy: “Then I would say lenguage is that that we may mis-unda-stend each udda.”

Krazy Kat daily strip, 6 gennaio 1918

Rodolfo Cimino ritornerà

Il saluto ufficiale di “Topolino” a Rodolfo Cimino sta in un sevrizio di quattro pagine, aperto da un disegno di Giorgio Cavazzano che ho trovato, nel piccolo della contingenza, splendido: isole o atolli lontani che emettono puri balloons, e Paperone a osservarli.

Come si diceva qui, Topolino continua a mostrare una ritrovata attenzione per la produzione e la cultura del (proprio) fumetto. E nel ricordare la morte di uno dei suoi più bravi e importanti autori, ci mostra frammenti di una storia ancora inedita, disegnata dallo stesso Cavazzano:

Arrivederci a presto, Rodolfo Cimino.

Astérix secondo Vauro

Credo siano in diversi, se non molti, i lettori di fumetto – e di questo blog? – a leggere il settimanale Il Male. Almeno ogni tanto. E come me, credo possano facilmente trovarlo confuso e discutibile, ma talvolta divertente – almeno ogni tanto.

Sarà che Il Male di Vauro e Vincino sembra esprimere un tot di consuete, contraddittorie caratteristiche arcitaliane. Alcune buone idee e una frequente sciatteria realizzativa, banalità ridondanti e improvvise trovate, autori di talento e autori che mah, gente sbagliata al posto giusto accanto a gente giusta al posto sbagliato (ma anche a quello giusto), giovani di grande qualità e vegliardi che sottraggono loro – ingiustificatamente – spazio.

Di questa stralunata condizione arcitaliana, mi pare che il nuovo numero rappresenti un buon esempio.

L’idea: intervenendo sulla surreale protesta dei ‘centurioni’ romani, la rivista ha pensato di mandare al Colosseo alcuni redattori travestiti da Astérix e Obelix. Una trovata pagliaccesca che mi è parsa, semplicemente, una cialtronata né più né meno che simpatica: mi ha fatto sinceramente sorridere.

Ma al di là degli echi sulla stampa, il risultato è stato anche un contenuto del giornale. Ovvero un fumetto, che racconta l'”incursione” mescolando fotoromanzo e vignette estrapolate dal fumetto stesso di Goscinny e Uderzo:

L’idea, pur simpatica, mi pare mostrare un paio di limiti:

  • uno è la discutibile riuscita visiva: un collage bruttino, non tanto per l’aspetto volutamente kitsch (anzi), ma per la sciatteria nell’amalgama e nell’impaginazione, con vignette riprodotte bene, altre sgranate, altre zoomate male, e disegni inseriti nelle foto con malagrazia grafica.
  • l’altro è la conferma della tendenza di Vauro – come si è detto più volte – a sottolineare la dimensione pupazzettistica del fumetto, valorizzandolo non troppo in sé ma quanto risorsa per praticare un teatrino – satirico – di marionette (sebbene, qui, motivato da una buona idea), con scarsa attenzione alle sue proprietà grafiche, alla riproduzione del disegno, alla buona impaginazione. Una tendenza esplicita nella retrocopertina, in cui Vauro si ritrae in secondo piano, come attore stesso di questa messa in scena:

Nel frattempo, sulle pagine del settimanale, accanto alle brutte pagine/collages di vignette in formati e stili diversi, proseguono anche interventi visivi stimolanti. Come quelli di Francesco Cattani, Roberto LaForgia, Mp5. E la buona satira disegnata, diciamo di livello ‘medio’ – che sarebbe ciò di cui il Male dovrebbe essere composto prioritariamente, se solo non si abbadonasse a certo personalismo incontinente di Vauro e Vincino. Quella buona, tradizionale satira disegnata, che troviamo nel ritorno di Carali:

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