Estetica della frustrazione: il gioco di Dan Clowes

E’ in uscita nei prossimi giorni il nuovo libro di Daniel Clowes, Death-Ray, per Coconino Press. Interessante, ben scritto, ben disegnato, ben disegnato (nel senso del design editoriale). Una lettura consigliata, insomma. Prima la copertina, poi qualche commento.

Qui il protagonista, Andy:

E qui lo stesso Andy, nella veste in cui si presenta in alcuni momenti chiave della sua (triste) vicenda:

In Death-Ray il personaggio di Andy è un classico loser alla Clowes, la cui psicologia raccoglie – in proporzioni diverse – elementi di inedia, anaffettività, inettitudine, depressione. Come David Boring, Wilson o Marshall Wonderful, Andy è tendenzialmente qualcuno sopraffatto dalla delusione: per i compagni di scuola, per i parenti, per gli amici, per le donne, per sé stesso, e in genere per la società che lo circonda.

La trama in tre righe: Andy scopre fortuitamente (gli effetti di una sigaretta…) di avere strani poteri, particolarmente letali quando esercitati stringendo una bizzarra pistola – col suo death-ray – ereditata dal padre; con essa, disintegrerà un tot di persone che “se lo sono meritato”.

Daniel Clowes è uno di quei narratori che, per certi versi, raccontano sempre la stessa storia. Una delle sue caratteristiche fondamentali è la capacità, in ciascun libro, di declinare questo insieme di ingredienti psicologici in equilibri sempre lievemente differenti. E la declinazione specifica di Death-Ray mi pare sia la frustrazione. Non solo in sé, ma nelle sue conseguenze più estreme: la violenza. Trattandosi di fumetto, però, il racconto degli “effetti violenti della frustrazione” assume un significato completo se lo consideriamo anche dal punto di vista visivo. Un significato che rende quest’opera la più ‘compiuta’ del Clowes maturo. Ma una cosa per volta. Innanzitutto, dunque, il tema.

Nel libro si fanno eco due sequenze che mi sembrano particolarmente indicative, perché incarnano la frustrazione e la rabbia di Andy in episodi di quotidianità minuscola. Nella seconda pagina del racconto, Andy (da adulto) si accende per una cartaccia gettata sul marciapiede:

Circa a metà del libro, Andy (versione in costume) si scaglia contro due teppistelli, predicando nientepopodimeno che la necessità che “qualcuno debba imporre una struttura al mondo”:

Meglio – o anzi: peggio – di tante altre più ‘motivate’ occasioni, qui Andy si scaglia (li avrà poi disintegrati? In tutto il libro non si vedranno mai disintegrazioni ‘frontali’, lasciate all’immaginazione tra le vignette/pagine) contro chi alimenta le meno ‘personali’ tra le sue profonde insoddisfazioni. Sul finale [occhio allo spoiler] si chiariranno alcune delle altre:

Ma a ben guardare questo libro, quel che mi ha più colpito è altro. Mi sono trovato a domandarmi: quanto è cambiato lo stile grafico di Clowes, negli anni? Parecchio.

Non intendo però il disegno, ovvero la linea, che mi pare rimasta complessivamente vicina a Lloyd Llewellyn o Caricature, sebbene lievemente alleggerita (le figure sono meno volumetriche, più ‘piatte’). E’ il resto ad essere cambiato.

1) Innanzitutto il layout della tavola che, come già in Ice Haven o Mister Wonderful, gioca coi formati grafici della pagina fumettistica, mescolando strips e one-pagers, griglie regolari e doppie splash pages. Con il layout il Clowes ‘maturo’ ribadisce costantemente un approccio che oscilla tra passato e presente, classico e moderno.

2) Inoltre Clowes è cambiato per la crescente perizia nell’uso degli elementi grafici e tipografici. Dalle onomatopee ai titoli/frontespizi dei brevi capitoli/sequenze interni, dai colori piatti e ‘tipografici’ all’uso complesso delle bicromie (caso magistrale: la sequenza della ‘cartaccia’ che ho mostrato più sopra), dai giochi infografici (la terza striscia della tavola finale, pure questa mostrata sopra) all’intero e spettacolare colophon lungo due pagine:

Di questi cambiamenti, Death-Ray mi pare la rappresentazione più riuscita e compiuta. Perché Death-Ray è anche – soprattutto – un gioco. In almeno tre sensi:

  • il giocattolo-personaggio. Il co-protagonista della storia, che compare proprio dopo il colophon, è non a caso la stessa “pistola a raggi”, che giganteggia in una doppia pagina bianca:

  • la grafica come gioco. Ovvero – come abbiamo visto – sia un piacere estetico in sé, sia una risorsa strumentale il cui obiettivo è suggerire l’ “identità fumettistica del fumetto”
  • il fumetto come gioco. Ovvero una risorsa espressiva sia in grado di giocare con sé stessa, sia di funzionare come simbolo (si vedano anche i fumettisti protagonisti di altri lavori di Clowes) di esistenze frustrate

Il risultato è la tipica atmosfera di evidente, scarsa “credibilità” delle storie del Clowes maturo, sempre più ‘vere’, eppure sempre più ‘finte’.

Un autore – e graphic designer – sempre più interessato non solo ai loser in sé, ma ad un’estetica della frustrazione che, nelle sue mani, fa del fumetto uno specchio inquietante e insieme straordinariamente distante dalla (frustrante?) realtà dell’esistenza.

7 Risposte

  1. secondo me Clowes si emoziona davanti a una onomatopea: “ZAP!”

  2. Matteo-recensore?

  3. giorgiop: quando spara, la pistola raggiodellamorte di Clowes fa ‘POP!’. Un’onomatopea da sogno, per un artista pop, no?

    valerio: non è esattamente una recensione, ma in effetti ci somiglia😉

  4. Fra l’altro, Matteo, mi è appena arrivato il volume Clowes Modern Cartoonist, e ovviamente nell’intervista affrontano anche questioni come quelle sopra. Con domande tipo “come ti spieghi il fatto che da piccolo non volevi essere come gli altri bambini?”🙂
    Lo sto divorando!

  5. […] Barbieri, Il senso frantumato di David Boring Daniele Barbieri, Di Daniel Clowes e del ridicolo  Matteo Stefanelli, Estetica della frustazione: il gioco di Daniel Clowes  Ken Parille, The Death-Ray Discussion Forum Michele R. Serra, L’importanza di essere […]

  6. […] lo stesso Clowes – come ho discusso a proposito del suo ultimo lavoro – è di collocazione ambigua: mentre David Boring era un progetto fortemente […]

  7. […] o eccentrico, eppure proprio in queste pratiche del fandom trovo uno specchio di quel che scrivevo sul Clowes ‘maturo’: l’ambigua convivenza tra realtà finzione e […]

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