Un festival delle differenze creative: Bilbolbul

Tra i tanti parzialissimi aspetti che compongo le ragioni per partecipare a un festival, c’è n’è uno (non l’unico) piuttosto personale: talvolta sono buone occasioni non solo per informarsi, ma per costringersi a riflettere.

Per questo continuo a essere grato a Lucca Comics e a Bilbolbul: perché preparare gli incontri che mi trovo a condurre in quelle occasioni, significa (anche) costringermi a riflettere su aspetti che non necessariamente sono in cima all’agenda dei miei interessi. Un esercizio essenziale, per un fumettologo.

Il genere di riflessioni che mi sollecitano i due festival, però, è molto diverso.

A Lucca, con i ‘Comics Talks’, mi trovo a dover ragionare soprattutto su questioni “di scenario”: fenomeni culturali, tendenze editoriali, dinamiche professionali. A Bologna, invece, mi trovo a dover ragionare d’altro: le pratiche artistiche, le poetiche, i progetti espressivi degli autori. Sono passate poche settimane dall’ultima edizione di Bilbolbul, e allora qualche osservazione su quest’ultimo.

Sono passate poche settimane dall’ultima edizione di Bilbolbul, e una fresca pubblicazione credo mostri bene quanto la riflessione sugli autori e le loro pratiche sia il cuore intorno a cui ruota l’identità specifica del festival bolognese. Il nuovo numero della rivista Lo Straniero, diretta da Goffredo Fofi, ospita una sezione dedicata a Bilbolbul 2012. Nel testo di apertura Edo Chieregato, tra i curatori del festival, descrive in modo molto chiaro il baricentro di questo festival:

La sesta edizione è un’occasione per considerare come il fumetto, negli anni più recenti, stia vivendo una trasformazione profonda, che lo porta a dialogare, quasi a fondersi con altre forme espressive, più vicine alla grafica, all’illustrazione, all’arte contemporanea. In quest’ottica la compresenza di tre autori come Atak, Francesca Ghermandi e Blutch ci sembra importante perché attraverso la loro opera hanno in qualche modo anticipato questa direzione. […]

Atak (1967) in Germania, e la Ghermandi (1964) in Italia, hanno respirato negli anni del loro esordio quell’aria di nuovo, in cui il fumetto in Europa inizia a contaminarsi con gli altri media. Il gruppo Valvoline e il Nuovo fumetto da noi, l’avanguardia del gruppo Renate, artisti come Anke Feuchtenberger e Martin Tom Dieck, da loro, sono tra le esperienze più significative a livello internazionale in cui il fumetto negli anni ottanta ha iniziato a dialogare e a mescolarsi con l’arte grafica, la moda, la pubblicità, il design, il video

Di Francesca Ghermandi parla quindi Enrico Fornaroli, in un articolo che prende in esame soprattutto l’ultimo libro, Cronache dalla palude. Un intervento utile per mettere a fuoco il lavoro della fumettista bolognese come “costruttrice di mondi” grafici, dotati di regole autonome, che vanno dagli oggetti alla lingua al character design, fino a un segno che – paradossalmente – insegue sempre più l’imperfezione come risorsa espressiva.

A proposito di Blutch ho scritto invece in un pezzo che mi è stato molto utile: è servito a prepararmi per conversare insieme, mettendomi in grado di chiarire alcune questioni: la natura anti-narrativa di molte sue ‘trame’ (come quella del suo ultimo libro, di cui parla Daniele qui), la dissimulazione – attoriale – che caratterizza tanti suoi personaggi, e il rapporto tra disegno e corpo. Temi a mio avviso affascinanti e complessi, di cui abbiamo poi discusso in una conferenza che ricorderò come particolarmente interessante (una sintesi veloce si trova qua).

A questo punto, però, credo valga la pena aggiungere un elemento. Un dettaglio. Voglio parlarvi di una singola sala espositiva dell’ultima edizione di questo festival.

Le mostre dedicate ad Atak e Ghermandi erano allestite, in sale diverse, nello stesso contesto espositivo, il Museo Archeologico. Il passaggio dall’una all’altra mostra avveniva attraverso una piccola stanza, buia. Una sala piuttosto misteriosa, senza alcun pannello o didascalia, riempita solo da un tavolo e piccole luci rivolte verso libri anch’essi misteriosi: dai formati diversi, ma tutti con copertine bianche come la carta:

Si trattava di una stanza dai contenuti “condivisi”. Che il curatore mi ha descritto così:

era la prima volta che facevamo ‘congiungere’ due mostre. In questo caso, i due autori hanno molti punti di contatto: l’innovazione della generazione artistica di appartenenza (Valvoline/Frigidaire e Renate); la trasversalità dei linguaggi (disegno, fumetto, illustrazione, grafica, animazione); la fascinazione per l’immaginario pop americano; l’attrazione per il gioco, per l’infanzia, il mondo matto e il “mondo gomma”, ma soprattutto il mondo rovesciato che deriva dall’Alice di Carroll e sembra essere una lente con cui entrambi, spesso, guardano e interpretano la realtà. Da Alice Atak ha realizzato una sua opera, e Francesca è partita per il progetto che poi divenne Pastil.

Abbiamo pensato così a un percorso con una stanza comune. Una possibilità poteva essere quella di una composizione e mescolanza delle opere dei due che potesse mettere in luce alcune similitudini, ma anche così mi sembrava di banalizzare. Siccome la mostra di Atak è costruita con l’intento di partire dal suo fumetto delle origini per poi mostrare, nonostante l’allontanamento dal linguaggio, una costante e continua immersione nel mondo fumetto attraverso i suoi progetti e la sua collezione personale, mi sembrava che mettere nella stanza comune dei libri di “fumetto fumetto” potesse dire che, nella sostanza, è di questo che stiamo parlando.

Sul tavolo erano disposti dodici libri/autori. Otto dei quali indispensabili per cogliere la complessa genealogia (invisibile) da cui Ghermandi e Atak discendono:

  • Little Nemo
  • Terry e Pirati
  • Tintin
  • Silver Surfer
  • Jacovitti
  • Pazienza
  • Paperino (by Carl Barks)
  • Tales of the Crypt

Quattro libri/autori, invece, erano presenti in quanto più volte menzionati, consapevolmente, dai due diversi autori:

  • Gary Panter
  • Dick Tracy
  • KAZ
  • Ghost World

In quella stanza bizzarra e misteriosa, dai confini incerti e un po’ spiazzanti, era presente – in una forma più allusiva che didattica – la “lingua comune” dei due fumettisti. Una chiave di accesso alla creatività degli autori, e insieme un gioco di sponda tra i percorsi da cui provengono e le incomparabili individualità che sono diventati. Nelle parole di Edo Chieregato:

La gente si fermava un po’ a guardare i libri. Non so se e quanto riflettendo sul suo significato. Ma penso – spero – che abbia influito su una fruizione anche un po’ inconscia, o a posteriori. Credo che anche una mostra possa avere il suo ‘spazio bianco’.

In questa stanza ho trovato uno splendido riassunto dell’approccio di Bilbolbul: un festival che mette al centro le pratiche artistiche, sottolineando le differenze creative, ma cercando anche di esplorarne i punti di contatto ‘invisibili’.

Una Risposta

  1. Anch’io ne accenno http://sonoioche.blogspot.it/2012/03/bilbolbul-fotoreport-uan.html e ho trovato affascinante ed efficace questa idea di allestimento concettuale.

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