Graphic novel (autobiografico): meno novel, più graphic

Finalmente, dopo anni di dibattito sul graphic novel schiacciato, soprattutto in Italia, su questioni nominalistiche – le “mode” giornalistiche scatenano di questi effetti – pare che la discussione inizi a entrare nel vivo.

Un buon esempio mi sembra lo spunto sollevato dal blog Conversazioni sul fumetto e sviluppato nei commenti a questo post. Che provo a riprendere, per svilupparne con calma gli argomenti, in tre passaggi.

Uno. Il graphic novel è troppo spesso autobiografico?

La discussione era a proposito del “graphic novel autobiografico”. Un genere che ha avuto grande spazio negli ultimi 20 anni. E che finalmente – complici anche le sempre più numerose traduzioni – sta diventando oggetto di una rilettura critica, attraverso una storicizzazione che inizia a coglierne opportunità e limiti. Come ha scritto nel suo post Andrea, con semplice schiettezza:

Sostanzialmente, ai graphic novel attuali servono autori capaci di scrivere e disegnare un romanzo, ma recentemente in molti hanno trovato un escamotage. […]

Per portare degli esempi, fumetti come Fun Home di Alison Bechdel, Blankets di Craig Thompson, la ripetitiva produzione di Jeffrey Brown e My New York Diary di Julie Doucet, citando autobiografie di successo, sono letture vuote che non hanno nessuno scopo e che non conducono il lettore da nessuna parte; figlie di una generazione di autori che, non sapendo inventare o faticando a trovare storie valide, cercano una scappatoia nel raccontare la propria vita.

La percezione di questa “assenza di scopo” è stata ripresa nei commenti e, di esempio in esempio, la discussione ha preso la forma di una polemica tanto classica quanto inevitabile: il problema del narcisismo degli autori, e quindi dei rischi di una deriva ‘ombelicale’ presente in molte opere. Come ha chiosato un autore, Ausonia:

in un’autobiografia l’effetto “confessionale del grande fratello”… è terribile. se rimane solo il guardatemi, cagatemi… boh. e negli ultimi anni ne abbiamo lette di cose così, e alcune erano scritte pure benissimo.

Al di là dei casi specifici citati (Bechdel, Brown, Thompson, Doucet, Joe Matt, Gabrielle Bell, Vanessa Davis…), discutibili o meno, la domanda sugli “eccessi autobiografici” è estremamente opportuna, per due ragioni:

  • la prima è che, se da un lato è vero che la crescita del graphic novel ha fatto emergere narrazioni su molte “storie di vita”, dall’altro è vero anche che non tutti i lavori in questa vena autobiografica si sono mostrati altrettanto densi, simbolici, originali, interessanti.
  • la seconda è che la discussione si aggancia a un altro aspetto, forse più importante: il nesso tra dimensione “romanzesca” del graphic novel e questo sotto-genere “autobiografico”.

Due. Il graphic novel autobiografico è poco *novel*?

La discussione sul post si è presto complicata, e l’insoddisfazione per i graphic novel autobiografici, nei commenti, si è tradotta in una posizione a favore di una “riscossa della fiction”, contrapposta alla stanca rappresentazione delle storie di vita individuali. Una posizione espressa da Ratigher con una sintesi particolarmente chiara per illustrare il punto di vista delle motivazioni autoriali:

Per me il problema è politico. Per me è IL problema politico. L’autobiografia è un genere e come tale capace di alti e bassi (anche altissimi e bassissimi). Ma decidere di dedicarsi nel nuovo millennio all’autobiografia significa contribuire, a mio parere, a ciò che più ci rende schiavi: il culto della persona (o il disprezzo). Non è il momento di tifare od odiare una squadra, è il momento di pensare ad un nuovo sport.

Tuttavia questa posizione non è senza conseguenze. O meglio, non è priva di confusioni: la contrapposizione tra fiction e autobiografia è infatti un’approssimazione rischiosa, persino fuorviante. E non funziona. Lo ha ricordato Giorgio:

se penso alla distanza che c’è tra la vita e la rappresentazione della vita, le autobiografie per me sono comunque fiction.

Ma se quella opposizione non funziona, ecco allora emergere uno snodo ulteriore. E molto interessante: il tema della dimensione “romanzesca” del graphic novel. In un commento Massimiliano lo ha messo a fuoco in modo esplicito:

Secondo me dobbiamo intenderci su cosa sia «romanzo». […] La non fiction novel è altra cosa. La biografia è altra cosa.

Il contributo di questo post e dei suoi commenti ritengo si esaurisca qua. Ma non è di poco conto. La questione che solleva è pertinente e rilevante: in che misura è legittimo chiamare ‘romanzi’ i graphic novel?

Nel contesto del post ci si limita all’opposizione tra fiction e nonfiction, superficiale ed equivoca: un problema antico del dibattito letterario, che ovviamente non serve riprendere qui. Ma mi pare importante sottolineare la domanda che genera, finora rimasta sottotraccia nella riflessione: quali sono i contorni di “genere” narrativo entro cui ha senso parlare di graphic novel, di “romanzo” grafico/a fumetti? Detto altrimenti: cosa fa di un graphic novel un *novel*?

La riflessione su questo aspetto, come sappiamo, è stata a lungo dominata da considerazioni di ordine meramente tecnico (la ‘lunghezza’), editoriale (la formula “one shot”) o merceologico (il formato “libresco”). Mentre una discussione compiuta sul piano della forma narrativa è stata solo abbozzata, e resta tutt’oggi ancorata a discorsi che affondano nelle idee di Will Eisner, Eddie Campbell e pochi studi: dalle banalità naif sull’opera di “lungo respiro” alla ripresa di concetti della teoria letteraria (il romanzo (grafico) come “opera-mondo”).

Insomma: per quanto minuscolo ed embrionale, mi pare che il dibattito in quel post segnali il bisogno crescente di fare passi avanti nella comprensione dello statuto “romanzesco” del graphic novel. Un segnale positivo, dunque.

Eppure, in tutta questa discussione è anche evidente un limite. Uno che mi pare particolarmente profondo: l’assenza di un fattore decisivo per la comprensione del graphic novel autobiografico. Sullo sfondo di un limite ancora più generale: la consapevolezza che si tratti un fattore decisivo per la comprensione del fumetto, al di là della sua configurazione “graphic novel autobiografico”.

Tre. Autobiografico o no, quanto è *graphic* il graphic novel?

Come i commentatori al post di Andrea Queirolo, condivido anche io l’idea che sia importante – tanto più nel 2012, a oltre 25 anni da Maus – rileggere il passato recente e mettere in discussione il nesso autobiografia/graphicnovel. Anche per criticarne le sue derive o la sua cristallizzazione. Tuttavia mi ha sorpreso che, da questa discussione, fosse assente un aspetto fondamentale: non tanto la dimensione “autobiografica”, quanto quella “graphic” del graphic novel.

Tutta questa discussione ruota infatti intorno a un aspetto parziale del graphic novel: la dimensione narrativa. Ma il graphic novel è disegno, oltre che romanzo.

Ho perciò il timore che, procedendo in questa direzione, ci si scordi di qualcosa di decisivo: nel graphic novel il progetto narrativo è solo ‘metà’ (detto per capirci, ovviamente) di un progetto espressivo che è anche “auto-grafico”. Creare un graphic novel – un fumetto – è anche esprimere, creare, tracciare il *proprio* segno. Un segno che, per un buon autore, non può che essere unico, individuale.

Una qualche base bibliografica per sostenere questa tesi fumettologica, per quanto limitata, è peraltro nota: basti pensare al solito John Berger (Sul disegnare, Scheiwiller, 2007) oppure a Philippe Marion (Traces en cases, Academia, 1993; ma anche nel suo capitolo qui).

Come è naturale che sia, non tutti i graphic novel autobiografici raggiungono l’eccellenza nell’equilibrio tra dimensione “autobio” e “autografìa”, come in alcuni casi riconosciuti: il Journal di Fabrice Neaud, il Grande Male di David B., il Maus di Spiegelman. Ma il punto rimane: non ha molto senso giudicare la qualità dei tanti graphic novel autobiografici chiamati in causa guardando solo al lato narrativo.

Peraltro, nel contesto del successo odierno del graphic novel, il rischio è quello di cadere nel ‘tranello’ dei discorsi dei media (o di certa vulgata fumettòfila troppo entusiasta), che tendono sempre più a ‘risucchiare’ il senso del fumetto in una specifica e parziale direzione: il graphic novel come “letteratura romanzesca” disegnata.

Il graphic novel ha una dimensione letteraria, come riconoscono sempre più scrittori, intellettuali, narratologi? Certo. Ma essa non può essere ridotta al suo solo baricentro. Come ha scritto Jan Baetens qui, il rischio è quello di produrre discorsi fondati su “troppa letteratura e non abbastanza fumetto”.

Habibi, di Craig Thompson

Il graphic novel è infatti anche scrittura grafica – “scrittura del corpo”, della mano, e della materia segnica e visiva che manipola. Molti possono o sanno disegnare, ma pochi sanno farlo creando segni unici, inequivocabilmente identitari. E qui la progettualità romanzesca c’entra poco. Per riprendere la provocatoria domanda di Baetens: è forse arrivato il momento di considerare <<il romanzo grafico “contro” la letteratura?>>. Esiste, come accaduto un tempo per la lunga stagione “cinema-centrica” (di cui ho parlato qui), una nascente ideologia “letterario-centrica” nei discorsi e nelle forme del fumetto, incarnata in queste discussioni sul graphic novel?

Il rischio, a mio avviso, è reale. E il solo antidoto è non sovrapporre i criteri di giudizio (parziali) sui romanzi – autobiografici o meno – a quelli (compositi e differenti) sui graphic novel, autobiografici o meno. Accettando la conseguenza che, alla luce di questi ultimi, le valutazioni su molti dei casi citati non potranno che cambiare: per non fare che un esempio, i graphic novel di Jeffrey Brown, che sul piano romanzesco offrono certamente poco, auto-graficamente hanno invece (avuto) un altro e ben maggiore peso.

E questa è la condizione comune a molti lavori del genere “graphic novel autobiografico”, persino ombelicali sul fronte narrativo, ma autenticamente comunicativi sul fronte del disegno: una scrittura talmente “al singolare” da essere irripetibile, incertezze (del segno) incluse. Forse perché una scrittura grafica è persino inevitabilmente ombelicale, là dove può mettere in gioco – mediato non solo dall’idea (la storia) ma dalla mano (il disegno) – il sé, nient’altro che il sé.

La potenza emblematica dell’autobiografia nel fumetto, che si è riverberata in capolavori capaci di segnare – e forse un po’ sconvolgere – la storia letteraria quanto quella artistica (oltre a quella fumettistica) quali Maus, Journal, Grande Male, non viene allora che dalla configurazione di un raro incontro tra materie espressive: l’energia di un raccontarsi grafico (un auto-segno) e l’energia di un raccontarsi narrativo (un’auto-biografia), insieme.

Il giudizio sulla qualità dei risultati era e resta cruciale. E ben vengano le critiche agli esiti più banali o infelici. A un patto: che si esprimano sull’incontro di queste materie espressive. Per una comprensione del graphic novel (del fumetto) orientata meno al novel, e più al graphic.

39 Risposte

  1. come al solito riesci a fare osservazioni di più ampio respiro rispetto a considerazioni e commenti istintivi, e poco esaustivi e convincenti

    mi trovo in disaccordo con Andrea Queirolo che vede la creatività, l’inventiva e quella “traccia personale” che dici anche tu, come “una scappatoia” o “escamotage” per raccontare “letture vuote che non hanno nessuno scopo e che non conducono il lettore da nessuna parte”… ASSURDO secondo me! per non parlare di come butta altra carne sul fuoco finendo l’articolo con un’ulteriore accusa al reportage, come se l’invettiva appena fatta all’autobiografia fosse esaustiva e conclusiva …

    non sono d’accordo nemmeno con Ratigher e seguaci.. perché “decidere di dedicarsi nel nuovo millennio all’autobiografia significa contribuire, a mio parere, a ciò che più ci rende schiavi: il culto della persona(o il disprezzo)” è un’affermazione sbagliata a priori.. e detto da uno che i fumetti li fa non capisco ancora di più…
    il “decidere di fare” non lo vedo come il decidere di comprare un gratta e vinci perché ora ne producono tanti e fanno tanta pubblicità e ci sono in palio tanti soldi, ma più come “necessità individuale” che racchiude il proprio “formarsi”, evolversi, diventare se stessi attraverso se stessi, “dire” se stessi per dire quello che pensiamo sul mondo che ci circonda, su come vediamo quello che vediamo…
    (ovvio ci sono i furbi, che pensano che svegliarsi e fare la moda del momento renda sempre, ma se non c’è la passione e la sincerità non credo si arrivi molto lontano)

    perché si accusa “l’essere di un’opera” con il suo “nome”, anzi con il suo bidone di raccolta differenziata?
    “graphic novel autobiografico” è un problema, o comunque un ambiguità, e questo si capisce, perché dentro ci si può trovare di tutto a quanto pare: storia vera, storia vera personale, storia inventata che sfocia nel reale, storia vera personale che sfocia nell’inventato, storia inventata personale, storia inventata, ecc..
    l’aspetto commerciale è evidente che sia fondamentale nel parlare di questo argomento

    se ad esempio prendo Makkox e leggo i suoi due volumi
    “Ladolescenza” e “Se muori siamo pari”, dentro ci trovo vari “racconti” che parlano di sé e del mondo, con personaggi “umani” e “non” (solo lui!!!), reali o immaginari… racconti e non romanzi perché non sono lunghi, non approfondiscono troppo la psicologia dei personaggi, però sono storie a sé stanti, e bla bla, le solite cose.. e sono racconti “disegnati”… e, perché lui se li è autoprodotti (prima dell’arrivo di Bao), addirittura è ostico a considerarli fumetti (figuriamoci graphic novel (autobiografici)) (ovvio che sono fumetti però) e nessuno ha obiettato perché non erano sugli scaffali di una libreria

    come ci diceva l’altro giorno Blutch, probabilmente ciascuno di noi cerca sempre di dare la versione migliore di sé o comunque quella che gli interessa dare.. ciò comporta il dover/voler fare delle scelte nel parlare di sé: o 1) si dice la “verità” su di sé a costo di scandalizzare, impressionare, o anche annoiare, ma effettuando forse una catarsi e una riflessione nel lettore, o 2) si “mente”, che etimologicamente sta per inventare, immaginare, perché legato alla propria mente, più che dire il “falso”, che avrebbe più il connotato di voler “ingannare” il lettore o se stessi..

    poi davvero non capisco un’affermazione come questa, sempre di Queirolo: “il nocciolo è questo: se voglio leggere un’autobiografia, mi leggo quella di un personaggio che mi interessa particolarmente. per fare un’esempio, ultimamente ho letto la autobio di agassi e ti poso assicurare che quella era roba interessante.”
    e che significa? io ci traggo due conclusioni: 1) gli hanno imposto di leggere quei “fumetti” (con quelle maledette autobiografie di gente sconosciuta); 2) solo la vita dei VIP è interessante e importante

    e “leggere” segni (le lettere d’inchiostro su un foglio) che non hanno nulla a che fare con la realtà ma che la “dipingono”, la “illustrano”, e la “raccontano”, non può essere forse più ingannevole di un disegno? come si fa a dire che “Non vi è più la ricerca di un messaggio o il voler rendere partecipe il lettore di un evento, ma un semplice raccontare se stessi e la propria vita”?
    come si fa a parlare di fumetti e dire “Opere nelle quali gli autori riversano le loro esperienze per arrivare a creare altro, per scrivere un vero romanzo.”, quando i fumetti non sono solo romanzi?

  2. Innazitutto: graphic novel come “bidone di raccolta differenziata” è una battuta riuscita. Credo piacerà a siviero: vero luigi?😉

    Anche io, come si sarà capito, non sono soddisfatto dalla discussione di Andrea Q. Però lo ringrazio molto, perché su alcuni aspetti ha ragione (la ‘moda’ autobiografica ha generato anche opere poco interessanti), e perché credo sia di grande aiuto per andare oltre nella riflessione sul graphic novel.
    Una discussione vera, insomma, di quelle che dal confronto (a partire dal disaccordo) permettono di fare passi avanti.

    Delle tante cose che dici, quella che mi pare più utile è nella opposizione tra “verità” e “menzogna”: il tema della “autenticità”, che nel post e nei commenti era rimasta implicita. Tema ovviamente già discusso nella fumettologia, ma forse indagato ancora poco. Soprattutto in relazione al punto che ho sollevato: l’autenticità del sé, nel fumetto, non passa solo per i fatti (anche immaginari) narrativi, ma anche per i “fatti grafici”. I fumetti “non sono solo romanzi”: in questa fase storica del graphic novel, credo servirà ribadirlo spesso.

  3. -“mi trovo in disaccordo con Andrea Queirolo che vede la creatività, l’inventiva e quella “traccia personale” che dici anche tu, come “una scappatoia” o “escamotage” per raccontare “letture vuote che non hanno nessuno scopo e che non conducono il lettore da nessuna parte”… ASSURDO secondo me! per non parlare di come butta altra carne sul fuoco finendo l’articolo con un’ulteriore accusa al reportage, come se l’invettiva appena fatta all’autobiografia fosse esaustiva e conclusiva …”

    Non do’ niente per esaustivo e conclusivo, come per altro non pretendo di avere ragione. Ho semplicemente lanciato un sasso nel lago per dare il là a una discussione, che mi sembra che Matteo stia portando avanti in modo intelligente.
    Il reportage è un altro aspetto del graphic novel attuale da tenere in considerazione, se non te ne sei ancora accorto, presto lo farai.

    -“poi davvero non capisco un’affermazione come questa, sempre di Queirolo: “il nocciolo è questo: se voglio leggere un’autobiografia, mi leggo quella di un personaggio che mi interessa particolarmente. per fare un’esempio, ultimamente ho letto la autobio di agassi e ti poso assicurare che quella era roba interessante.”
    e che significa? io ci traggo due conclusioni: 1) gli hanno imposto di leggere quei “fumetti” (con quelle maledette autobiografie di gente sconosciuta); 2) solo la vita dei VIP è interessante e importante.”

    è molto semplice: 1) se non avessi letto quei fumetti, non avrei potuto scrivere certe cose. inoltre alcuni di quei fumetti li ho trovati godibili, ma ovviamente ho cercato di trascendere il gusto soggettivo del mi piace/non mi piace. non avrebbe avuto molto senso. 2) scusa, ma quello che mi dici è davvero molto banale. ho semplicemente fatto l’esempio di una autobiografia di un certo interesse (mi sembra innegabile che la vita di Agassi non sia interessante). inoltre non ho mai detto che le autobiografie per essere interessanti debbano essere necessariamente di gente famosa.

    Tornando al discorso di Matteo: è ovviamente interessante e tocca un argomento che ho in effetti trascurato.

    • ciao Andrea, prima cosa scusa se non ho esternato il mio pensiero direttamente nel tuo post, troppi commenti per ricollegarmi a tutti..

      faccio una premessa: parlo avendo letto solo Blankets di quelli che citi, quindi parlo da ignorante.. ma se reputi Blankets tra le “figlie di una generazione di autori che, non sapendo inventare o faticando a trovare storie valide, cercano una scappatoia nel raccontare la propria vita.” e che “Il resto di queste autobiografie è davvero di poco conto. Spesso non aggiungo(no) nulla, ne a livello narrativo ne a livello fumettistico. La loro presenza sul mercato è solo superflua e va a inficiare e a mettere in secondo piano altri lavori molto più validi che restano oscurati dall’ombra di questo ammasso di carta che fa più moda che sostanza.”, allora al più presto colmerò la lacuna procurandomi le altre opere che rigetti.

      in Blankets io ho trovato uno stile grafico non solo sincero, ma anche originale, creativo e bello, per come riesce a trasmettere certi stati d’animo del personaggio e del narratore, per come riesce a (ri)creare le atmosfere, gli ambienti fisici e quelli mentali, e per come è in sé la linea, il tratto… e ho trovato una grande capacità di narrare, di passare da un flashback all’altro, dalla vita adulta a quella infantile e viceversa, di parlare di sé ma anche di ciò che gli sta attorno, perché ognuno è “uno” in relazione a qualcosa “altro”..

      dunque non mi sembra, come dici tu, che qui l’autore voglia semplicemente raccontare se stesso o la propria vita, semplicemente perché questo non esiste.. la propria vita è sempre in relazione all’ambiente, alla società, agli eventi, in un modo o nell’altro…
      persino Leopardi e Emily Dickinson che praticamente stavano rinchiusi in casa, le loro opere non parlano solo di sé..

      e ritornando a Blankets mi sembra che se avesse voluto raccontare solo di sé, l’autore avrebbe davvero potuto “scrivere soltanto”, e scrivere soltanto di “tutto” ciò che gli è successo, magari con ciò che più gli conveniva o solo per lasciare “testimonianza di sé da sé” dacché la sua coscienza ricordi, fino al momento in cui scrive..
      invece col suo (di)segno ci parla di sé in un preciso momento della sua vita, ci parla di un luogo preciso, della società che vi abita, che porta jeans firmati “Lee”, di magliette con il logo di Batman e Spiderman, di difficoltà economiche per cui si dormiva in due nello stesso letto o non si accendeva l’aria condizionata, di campi parrocchiali, di cerbiatti tra i boschi innevati, ecc. ecc.., di religione, di religione vissuta come un peso, di religione vissuta come un piacere, di vita familiare difficile, di vita sentimentale difficile, di maestri e istituzioni irremovibili, obsoleti e chiusi mentalmente, di macchine, festicciole, musicassette, poster e via dicendo… ora rispondi: parla solo di sé?

      comunque ripeto che sono dalla tua quando vedo chi si sveglia la mattina e vuole fare di un’arte una moda e di una personale espressività un commercio, ma anche di una critica un immenso fascio d’erba… sono dalla tua (come avevo scritto anche da Daniele Barbieri) che se uno prende un’idea e la esaspera, la ammala di banalità e superficialità e (però) gli agenti del commercio la mettono in prima linea oscurando nuove idee, o altre idee, altre opere sincere, genuine, innovative, allora sono da distanziarli..
      ma questo è un processo che deve fare il lettore, il critico, considerando l’opera, ma non a priori dicendo che ora (in questo caso) tutte le autobiografie sono baggianate, banalità, o citando e dunque prendendosi la responsabilità di quello che si cita, che “Non posso sopportare i fumetti dei piccoli borghesi con problemi e vite di merda che sono così piagnucoloni, con la posa triste e ridicola o la posa di “tutto il mondo è tonto, tranne me che sono così speciale”, puagh!

      ultima cosa.. non credo che si possa dare per scontato il fascino della vita di Agassi se non lo si conosce o se non mi interessa.. se dici che è interessante è perché lo hai letto, o perché ne conosci la storia e perché ti è piaciuto.. ma di una persona non famosa o sconosciuta non puoi dire gatto se …
      ciò significa che tu parli per piacere, perché mi vieni a dire che “me lo puoi assicurare” che è interessante.. su quali criteri universali?

      il reportage, come hai detto, è un altro paragrafo di sto capitolo.. ma pure lì, io cercherei le potenzialità che ha da offrire e non l’uso scorretto che alcuni ne fanno..

      • io capisco che tu stia cercando di difendere blankets che tu stesso dici che è l’unico fumetto fra quelli che ho citato (tanti) che hai letto.
        il mio discorso è un po’ più ampio e non ho mai detto che “ora (in questo caso) tutte le autobiografie sono baggianate”, anzi, ho portato degli esempi concreti di autobiografie riuscite.
        incentrare il discorso su blankets, opera che ha il solo merito di essere riuscita ad arrivare a un pubblico ampissimo (come per altro tu stesso confermi), è del tutto fuorviante.

        -“ultima cosa.. non credo che si possa dare per scontato il fascino della vita di Agassi se non lo si conosce o se non mi interessa.. se dici che è interessante è perché lo hai letto, o perché ne conosci la storia e perché ti è piaciuto.. ma di una persona non famosa o sconosciuta non puoi dire gatto se …
        ciò significa che tu parli per piacere, perché mi vieni a dire che “me lo puoi assicurare” che è interessante.. su quali criteri universali?”

        qua davvero faccio fatica a seguirti. è ovvio che l’ho letto se te lo dico.
        di una persona non famosa come fai? ma ovviamente non puoi!😀
        e qua si aprirebbe un discorso molto ampio sull’autobiografia.
        il problema è chi legge fumetti non si rende conto di stare leggendo autobiografie di gente sconosciuta, ma ne legge a pacchi senza porsi il problema. difficilmente succede la stessa cosa con un libro.
        curioso vero? ci hai mai pensato? com’è strana la vita…

        -“il reportage, come hai detto, è un altro paragrafo di sto capitolo.. ma pure lì, io cercherei le potenzialità che ha da offrire e non l’uso scorretto che alcuni ne fanno..”

        ma perché, non si può avere un appoggio diverso? bisogna sempre incensare tutto indistintamente? non si può cercare di scavare un po’ più a fondo?
        cercare l’uso scorretto vuol dire automaticamente evidenziare i pregi.

        • è vero che ho letto solo Blankets (e non è che gli altri non abbia voluto leggerli, ma non ho avuto occasione e possibilità), ma è vero anche che lo hai messo nel “gruppetto cattivo”, quindi io da lettore che lo ha apprezzato posso dirti che non è come dici tu, che “l’ampissimo pubblico” che ha avuto (che io non confermo, perché non è che vivo in Patagonia, sto a Bologna, non sono un bambino di 12 anni né faccio il farmacista) non è il “solo merito”, e mi sembra di averne illustrato qualcun altro (e alla mia domanda non hai risposto, tra l’altro)…

          è facile seguirmi, ti ripeto il concetto: tu hai detto
          “il nocciolo è questo: se voglio leggere un’autobiografia, mi leggo quella di un personaggio che mi interessa particolarmente. per fare un’esempio, ultimamente ho letto la autobio di agassi e ti poso assicurare che quella era roba interessante.”

          il mio riscontro a questa tua affermazione è: 1) tu non mi puoi assicurare niente, perché a me può non piacere e di conseguenza può risultare non interessante 2) è un’affermazione personale, non obiettiva, perché l’hai buttata lì senza motivarla e senza criteri, e infatti nonostante tu reputi non interessante Blankets, io invece l’ho trovato interessante.. ma ho pur dato delle motivazioni, mi sembra più obiettivo..
          e mi sono pur scordato di dire che il protagonista “ci” racconta del suo “desiderio” e della sua “passione” per il “disegno”, che vorrebbe poter fare anche in paradiso.. e questa cosa mi sembra che si rifletta proprio sull’aspetto puntualizzato da Matteo, sull’importanza che ha la “graficità” di un fumetto, per come contribuisca a “creare l’opera e il suo senso”.. una “metanarrazione” che lega l’aspetto narrativo con la produzione grafica.. e scusate se è poco!
          3) ti leggi quella di un personaggio che “ti” interessa particolarmente: magari a un altro gli interessa quello che non interessa a te.

          certo! ma c’è chi beve la metà acqua presente in un bicchiere e dice cosa manca e chi soffia l’altra metà dell’aria nel bicchiere una volta bevuto!

      • Mi sembra alquanto strano costruire una critica basandosi solo sulla lettura di Blankets e assumere il lavoro di Thompson come epifenomeno di quello che Andrea notava: e cioè una sorta di deiezione del genere, sempre più votato all’onanismo e al banale, e sempre meno indirizzato ad una costruzione valida sia a livello narrativo che a livello segnico. Ma, se vogliamo concentrarsi solo su Blankets a rischio di ripetermi la bontà del lavoro è quello di condurre un tema generale come è quello dell’emancipazione, ricorrendo ad un espediente come quello dell’innamoramento a cui credo nessuno si è mai sottratto. Ci sono senza dubbio cadute retoriche nel lavoro dovute molto probabilmente alla non-buona-messa-a-fuoco di alcuni passaggi, ma senza dubbio resta ancora godibile: soprattutto per le ragazze😛 .
        Per aprire una breve parentesi sul linguaggio del corpo: è indubbio che il Thompson di Habibi abbia sviluppato un linguaggio personale molto più incisivo e complesso quando si è confrontato con un’alterità complessa come quella orientale. E per certi versi alcuni passaggi hanno una forte assonanza con le astrazioni e le parti più teoretiche di Asterios di Mazzucchelli.
        Per ritornare a noi, il problema è tutto quello che ne è derivato e soprattutto la tendenza a costruire romanzi grafici insulsi e banali, che non conducono a nulla se non alla mera cronaca del quotidiano. Ora, non credo si volesse demonizzare la quotidianità, ma questa quotidianità deve alzare la testa e parlarci di altro: della Malattia come fa David B., della sessualità come fa Brown, delle Teologia come fa Huizenga etc etc. Di quante seghe ti fai ogni giorno a me, come a molti altri, suppongo, non interessa?

        • Blankets è stato citato, quindi se si parla in “generale” si può anche parlare in “particolare”… che problema c’è?

          ad altro ho già risposto su..

          per la cronaca (forse questo ti sorprenderà e ti farà supporre diversamente) a me delle seghe (mentali) mi interessa…

  4. Mi sbaglio o facciamo un offesa a Eisner – lo facciamo rivoltare nella tomba – ogni volta che cerchiamo di definire graphic novel con concetti che hanno a che fare con i generi? E mi pare anche una questione di linguaggio.
    Poi se lo avviciniamo in modo generalistico alla biografia facciamo un ragionamento vecchio. Era un periodo, rimane un filone, e poi il buon Harvey Pekar faceva la biografia mi gli importava un accidente dei termini…
    Sul fatto che sia un po’ superato, un paio di anni fa Nate Powell a Lucca mi diceva che ha sempre più l’impressione che la biografia in certi casi superata e che ora si tende di più a metabolizzare l’esperienza personale con ispirazioni e stratagemmi narrativi più astratti. E di questo cominciano a esserci diversi esempi nella produzione autoriale americana.
    (Poi vabbe’, è molto semplicistico dare di superficiale a certi autori di biografie, e mi pare un classico caso di prosciutto sugli occhi – perché la critica sulla qualità dei mezzi e delle idee si esaurisce in modo sterile con questa nonargomentazione)

    Forse io sono anche un po’ disfattista nel confronti del termine graphic novel. Ma son d’accordo con te, al netto dell’abuso che se ne fa nel mondo del fumetto commerciale, il graphic novel è scrittura grafica, dove ognuno dei due termini ha un peso uguale.
    Il problema invece della traduzione del termine, secondo me è ormai viziato dagli usi che ne fa il mercato. È diventato quasi impossibile tradurlo se si vuole rispettare tutti gli ambiti che ha abbracciato. Per la miseria, ogni TPB di serie commerciali viene chiamato GN…

  5. A Valerio: “ora si tende di più a metabolizzare l’esperienza personale con ispirazioni e stratagemmi narrativi più astratti. E di questo cominciano a esserci diversi esempi nella produzione autoriale americana.”: da mò! The Invisibles è forse una delle più incredibili autobiografie “mutanti”, ed è finita nel 2001.

    “Per la miseria, ogni TPB di serie commerciali viene chiamato GN…”
    Lo era già da prima che il termine GN venisse usato come grimaldello di un certo modo di fare fumetto. Leggiti un qualsiasi Starmagazine del 1993, per dire.

    Per il resto, il problema del genere è un non-problema, hai ragione.

    • Antonio, apparte specialmente sul secondo punto non dicevo “ora”. Constatavo infatti che il discorso è più vecchio di quello che diciamo, come mi confermi.
      Il primo punto, mi pare una estremizzazione… e comunque mi riferivo al suo discorso proprio per la successione che ha il filone rispetto alla biografia pura anni 90 e post (al di là del fumetto seriale – se mi permetti la definizione per Invisibles).

  6. metto in due tranches, ché non mi permette in una sola, sembrerebbe:

    Matteo, come ti ho risposto anche sul blog di Conversazioni sul Fumetto, sebbene esista il limite che tu poni in risalto, la posizione di Andrea non è così peregrina, specie quando la maggior parte degli autori citati nel suo pezzo sembra mettere il “come” (il segno) al servizio del “cosa” (il racconto biografico). È interessante notare che, probabilmente inconsciamente, Gipi non abbia intitolato la sua opera “Brutti disegni della mia vita”, ma “La mia vita disegnata male”, per esempio.
    Si può discutere, come ha fatto Guglielmo, sull’ordine temporale e di pubblicazione. Nello specifico, mi pare che Guglielmo non abbia torto.
    È anche un fatto, però, che nel caso di molti “autobiografi”, il virtuosismo grafico sia abbandonato e il segno sia in qualche caso solo e soltanto un mezzo per raccontare una storia: come tale, subordinato.
    Nel caso dello stracitato Jeffrey Brown, per esempio, il segno e il modo di raccontare sono talmente anti-narrativi, e la mise en scène così volutamente povera, che quando venne presentata la sua prima storia in Italia (qui, http://www.glamazonia.it/board/t-de-code-v-2-0-anno-i-numero-2, ché magari qualcuno se l’è persa) venne dileggiato come uno che non sa disegnare.

  7. Nel caso di opere autobiografiche di altri autori più mainstream (perché si può fare autobiografia anche solo da sceneggiatori, con un disegnatore diverso, e anche questo andrebbe affrontato: come la mettiamo qui per il discorso dell’autografia?), i casi di gente come Alan Moore (“Birth Caul”, ma non solo), dimostrano spessissimo che il segno del disegnatore scelto è poco “invasivo” e artatamente sottomesso alla scrittura. Nel caso delle cose di Brubaker e Bendis si tratta di scrittori prestati anche al disegno (e la carriera successiva lo dimostra).
    Citi Maus come configurazione di un raro incontro tra materie espressive: sarà, ma a partire dal giudizio del New York Times (“un’epopea narrata a disegni minuscoli”) a quello di un campione a caso di lettori (presi da qui) sembra che la citata “autografia” sia percepita come non dico subordinata ma magari non importante come il racconto fine a sé stesso (“Lo stile di disegno non mi entusiasma, ma è molto efficace per la storia.”, “Il fumetto non è di quelli che disegnano alla perfezione ogni dettaglio, eppure…”, tutte gli altri commenti a proposito della “storia”). Non è che forse la grandezza di Maus sta proprio nell’astrazione che quel segno così dimesso, che ti scompare di fronta agli occhi, impone al lettore?

  8. http://www.dillinger.it/maus-la-shoa-a-fumetti-secondo-art-spiegelman-30611.html

    Mi scuso per aver usato un sacco di post, ma non mi permetteva diversamente.

  9. valerio: la coincidenza TPB=GN è un ulteriore elemento di casino. Come dico sempre: anche per queste ambiguità e conflitti tra forme e formule, il fumetto è un campo interessante. Se non le avesse, lo sarebbe molto meno.
    Sul resto, non aggiungo nulla: come ho detto mi interessa poco, qua, discutere di romanzo e generi letterari. Mi interessa ricordare che oltre alla narrazione, c’è il disegno. E che anch’esso ha carattere “autobiografico”, e va valutato con strumenti diversi da quelli letterari.

    PS un dettaglio: la biografia di Agassi è davvero una gran bella sorpresa

    • Certo! Il fumetto è interessante ma la discussione sui generi rende interessanti molti campi. Succede lo stesso nella musica.
      E in tutti i campi la pura definizione viene presto viziata dai meccanismi commerciali…

      Certo, è il discorso sul disegno che rende da non sottovalutare l’esperienza di gente come J. Brown o G. Bell. o la Douchet.

      PS. avevo sentito parlare bene anche io di quella biografia.

  10. antonio: non ho detto che ritengo peregrino l’argomento di andrea, anzi. Solo, lo ritengo parziale e distorsivo.

    Questa idea del “disegno al servizio della storia”, peraltro, è un ennesimo luogo comune della vecchia vulgata fumettologica. Perché un conto è il piano delle intenzioni di un autore (“voglio creare una storia” versus “voglio sviluppare immagini/segni”), un altro la logica della forma-fumetto, che non può essere ridotta a questa altalena tra “dominanza narrativa” (il fumetto ‘tradizionale’) e “dominanza segnica” (quel che talvolta si chiama maldestramente ‘fumetto astratto’).
    Gli stessi autori danno spiegazioni diverse. Come immagino ti sia accaduto di sentire, rispetto alle intenzioni c’è chi dice “sono partito dalla storia”, e chi dice “sono partito da un’immagine/disegno”. Niente di più comune: da Kirby a Giandelli…

    Per fare l’esempio più fresco che ho in mente, lo stesso Blutch, a Bilbolbul, ha espresso splendidamente questo paradosso: da un lato dichiarandosi un autore sempre in cerca di una visione ‘letteraria’ del fumetto, e dall’altro dicendo quanto il disegno sia spesso la sua partenza. E oltre: sostenendo che vada considerato esso stesso come una particolare forma narrativa…impossibile però da descrivere/comprendere narrativamente. Un bel garbuglio, certo.
    Ma è il paradossale garbuglio del fumetto: una “scrittura grafica”, in cui il disegno e la narrazione si “servono” l’uno con l’altra (in equilibri diversi a seconda dei casi).

    Dici inoltre: “sembra che poi la dimensione “autografica” sia percepita come non dico subordinata ma magari non importante come il racconto fine a sé stesso”.
    Non credo: la percezione di quali lettori? Quella dei giornalisti letterari, o di costume, che devono partire dalle storie? Certo. Ma allora potremmo opporre casi contrari (tanti Moebius o Mattotti, per dire), per altrettanti lettori (ed eviterei di “fare la conta” in stile maggioranza/minoranza).

    La tua stessa chiusura ti contraddice, o meglio centra esattamente il puno che mi sta a cuore: “Non è che forse la grandezza di Maus sta proprio nell’astrazione che quel segno così dimesso, che ti scompare di fronta agli occhi?”. Appunto. Ma questo non significa che il disegno conta meno della narrazione, o che è al suo servizio! Piuttosto è il contrario: dimostra quanto la dimensione grafica contribuisca a creare l’energia, il senso di quell’opera.

    Lo statuto del segno, in Maus, è un motore poderoso, un filtro decisivo per la comprensione del progetto di Spiegelman. Maus è non solo una cronaca/memoir (ce ne sono state parecchie, nel genere), ma un’esperienza di scarnificazione della memoria, in cui il realismo del ricordo si sfibra – e così il segno, che ci mette di fronte un significato solo apparentemente “al servizio di”: è già esso stesso un mattone decisivo per la comprensione dell’opera. Che la storia non fa altro che argomentare e dettagliare.

    Non sarei il primo a dirlo, credo: il disegno, in Maus, è la vera arma che costruisce la nostra esperienza percettiva: assistiamo a una memoria sfibrata, che solo un segno sfibrato (che contiene la memoria del disegno ‘solido’ del fumetto popolare) può suggerirci con la forza della suggestione. E il plot, poi, non è che una lunga, dettagliata, ‘illustrazione’ di quello straordinario progetto percettivo.

    Potrei proseguire a lungo e in dettaglio, argomentando come in Maus sia la storia a servizio del segno, e non il contrario – e proprio questo ne abbia fatto la differenza rispetto a tante altre opere. Ma un po’ mentirei, per amore di paradosso. Perché la questione è che Maus stupisce, avvince, emoziona, proprio perché capitalizza l’incontro tra “autobio” e “autografico”. Al di là del fatto che, come dice Blutch, vogliamo o meno provare a spiegare con parole il ruolo del disegno.

    • Quando una semplice constatazione della possibile deiezione autorefenziale di un genere conduce a discussioni ben più ampie riguardo endiadi come storia e segno e del rapporto che fra questi elementi si instaura all’interno dell’economia del romanzo grafico (sia esso autobiografico o no) a mio avviso si è un po’ trasceso l’orizzonte della discussione, ricadendo in problematiche su cui sono stati spesi fiumi di inchiostro come quello tra forma e contenuto. Abbiamo a che fare, mi sembra, con una materia dove ordito narrativo e ricerca segnica sono correlati non come qualcosa di disgiunto, ma come un tutto organico, dove ogni singola parte ha un ruolo nel gioco finalizzato alla riuscita dell’opera: a far si che le intenzioni siano teleologizzate in un’opera che non trascuri nessuna delle parti e che se lo fa – apparentemente – lo fa solo perché quella è la migliore forma entro cui “incarnare” un dato tema. Detto ciò, la discussione credo che dovrebbe anche contemplare non come vengano a strutturasi le dinamiche di ricerca segnica, ma come un segno non possa supplire a carenze narrative forti: è questo il problema la sontuosità, l’essenzialità, la ricerca di un segno (e potrei dire di una scrittura o di un timbro allargando il contesto) non può supplire a mancanze di contenuto: il lettore ha bisogno per la maggior parte delle volte che qualcosa venga narrato e che venga narrato nel migliore dei modi possibili (dove il migliore non deve essere letto come nella maniera più tecnica, ma in quella che meglio incarna la logica formante dell’opera). Ripeto un esempio su tutti rimane Il grande Male di David B. dove quotidianità, storia, questioni sul disagio, sulla sua medicalizzazione, sul tentativo di uscire fuori dalle logiche nosologiche classiche, l’autoanalisi, il romanzo di formazione collidono utilizzando la forma autobiografica ed un segno ed una simbologia essenziali, pertinenti ed efficaci.

  11. Matteo, non mi fa mettere il link. è un blog a caso (dillinger.it), e i commenti dei lettori a caso sono:

    “Lo stile di disegno non mi entusiasma, ma è molto efficace per la storia.

    L’ho letto a piccole dosi perché in alcune parti era così crudo e toccante da non poter far altro che fermarsi a riflettere, troppo doloroso da sorbire nella sua scarna semplicità e verità.

    Il fumetto non è di quelli che disegnano alla perfezione ogni dettaglio, eppure

    Maus è stata una delle letture più intense della mia vita. Verso la fine leggevo solo poche pagine a volta per paura di finirlo…

    da leggere assolutamente

    Felice che questo capolavoro a fumetti vi sia piaciuto

    Gran bel libro, io lo adoro e ho pianto un sacco dopo averlo letto”,

    Questo per dire che non è contraddittorio dire che le scelte grafiche, anche quelle raffinate possono essere pensate per subordinare il cosa al come, come dicevo prima. Dei lettori presi a caso (e giuro, è il primo risultato che ho trovato) sembrano percepire più la storia dei disegni. Meritano rispetto lo stesso, o no?

    Che poi il segno sia importante (importantissimo) sono d’accordo anche io. Che la discussione su come interpretare il “grafico” in “autobiografico” sia interessante e meritevole, è sacrosanto.
    Ma non mi venire a dire che, per dire sempre il solito, Jeffrey Brown non sa di stare disegnando in modo sgradevole, perché non mi convincerai mai.
    Dopodiché, ognuno la vede come vuole. Per me, quella scelta grafica è per generare dei risultati più a livello di narrazione che non a livello visivo/estetico. Stessa cosa per tanti altri “autobiografi” citati, ripeto. E “subordinato” non vuol dire necessariamente inferiore o tirato via. Vuol dire con una funzione diversa. In qualche maniera, come il lettering, che funziona quando è subordinato alla storia. Un lettering invasivo difficilmente è un lettering riuscito. Ma divago.

    P.S.: ti sono lieto di non aver portato avanti la provocazione della storia di Maus al servizio del disegno. Sarebbe stato un disservizio all’enorme lavoro di caratterizzazione di Spiegelman, anche se, in un certo senso, posso capire quello che vuoi dire. Per me, il lavoro concettuale dietro la scelta dei pupazzetti è enorme, ma motivato a determinati effetti, come ho detto.

  12. Credevo di avere partecipato anch’io alla discussione sull’autobiografismo, e persino con un post, che dovrebbe valere di più che un semplice commento. Evidentemente non ho detto nulla di interessante.
    Nello specifico, trovo sbagliata la posizione di Matteo, e certamente non perché io ritenga irrilevante il disegno. Il problema è che qui si presuppone tacitamente che in un romanzo (verbale, non grafico) lo stile di scrittura sia al servizio della storia – e di conseguenza, per analogia, che si possa pensare che nella graphic novel questo valga, corrispondentemente, per il disegno. Insomma, si presuppone tacitamente la dominanza della storia.
    Ma questo non è vero nemmeno per il romanzo verbale, a cui non basta affatto il racconto di una bella storia per essere riuscito – anzi spesso qualcosa di ben scritto può farci reggere storie altrimenti impossibili. Insomma, la costruzione specifica del discorso ha un peso non inferiore a quello della storia nell’effetto complessivo, sino a poter dire che la storia non è che l’architettura generale che ci fornisce lo spunto per continuare a godere di una buona scrittura.
    Se vediamo le cose in questo modo, è evidente che quando parliamo di graphic novel consideriamo le cose allo stesso modo, solo che la “buona scrittura” qui è quella grafica del fumetto. E questo – io credo – per chi partecipa a queste discussioni, è un fatto abbastanza assodato, visto che non siamo giornalisti ignoranti che passano per opportunità dal commento del romanzo verbale al commento di quello grafico (come ce n’è tanti, per fortuna altrove).
    A questo punto, fare obiezioni alla modalità autobiografica nel fumetto (graphic novel o meno) non significa dire che, poiché la storia è la cosa che conta, tutti i fumetti autobiografici sono cacca; ma solo che le storie di carattere autobiografico incominciano a stancarci. E poiché non è affatto detto che la storia sia al centro del discorso (né in un fumetto né altrove), solo quando lo è davvero, il risultato corre il rischio di essere noioso o irritante; e ribadisco corre il rischio, perché persino a questo solo livello c’è chi riesce a rendere interessante la cosa. Essere stanchi di autobiografie non vuol dire condannare il genere, ma solo rendersi conto che i fumetti che lo portano avanti si espongono molto più di altri al rischio dell’insofferenza: poi, io personalmente non ho patito nessuna insofferenza nei confronti dell'”Io le pago” di Chester Brown, mentre “Al capolinea” di Joe Matt mi è apparso insopportabile (pur essendo, senza dubbio, confezionato con grande competenza).
    Insomma, Matteo, io non vedo la pertinenza del ribadire l’importanza del disegno all’interno di una discussione in cui tutti la danno per scontata, a partire da Andrea Queirolo. Se il tuo obiettivo sono i giornalisti poco competenti (obiettivo che sarebbe in sé validissimo) allora non è l’ambito di questa discussione quello in cui dovresti insistere sull’importanza del disegno.
    Ciao
    db

    • se ti riferisci al mio primo commento “come al solito riesci [matteo] a fare osservazioni di più ampio respiro rispetto a considerazioni e commenti istintivi, e poco esaustivi e convincenti”, era riferito alle qualità di istintività, poca esaustività e poca convinzione di cui mi son sembrati portatori alcuni commenti riguardo la faccenda e non allo strumento “commento” (che tra l’altro non reputo valga “meno” di un post, visto quello che significa) o “considerazioni” (nel quale rientra anche il tuo post).. il tuo post è interessante, e infatti ho partecipato.. se invece ti riferivi a qualcosa scritto da matteo, allora lascio a lui ribattere.. ma in tutti i casi questa tua sottolineatura la trovo solo molto presuntuosa e si poteva risparmiare

      riguardo alla questione, l’unica cosa che non mi scende mai giù è la presunzione di dire “ti posso assicurare che quella è roba interessante”, “siamo stanchi”, “non se ne può più”, “facciamo un’offesa a Eisner”, ecc.. facendo del proprio pensiero un “giudizio obiettivo”, o del “plurale maiestatico” un’appropriazione indebita del pensiero e del giudizio altrui..
      personalmente apprezzo di più chi è capace di parlare in prima persona e prendersi le responsabilità di quello che dice..

      non vi darebbe fastidio se dicessi: “(ci) avete rotto le scatole (a tutti) con questi vostri dibattiti”? come faccio a sapere io se a un’altro ha annoiato o interessato quel dibattito?

      • Naturalmente non mi riferivo al tuo commento (e perché mai avrei dovuto? Non mi pare di aver fatto “rispondi” al tuo commento, bensì al post di Matteo).
        La sottolineatura naturalmente è presuntuosa, e me la potevo risparmiare. Ma non me la sono risparmiata. E questo ha un senso.
        La presunzione che ho io è solo quella di rappresentare il mio pensiero. Sono io che dichiaro la stanchezza, e la motivo. E poiché la motivo presumo che qualcun altro la possa pensare come me.
        “Qualcun altro” è cosa ben diversa da “tutti gli altri”: qui nessuno parla per tutti, anche quando usa (per uso retorico diffuso) un “noi”. Al massimo il “noi” vuol dire che chi parla ritiene di non essere il solo a pensarla in un certo modo. Io, per esempio, ritengo di non essere il solo.
        Non per questo mi infastidisco se qualcuno mi dice “noi non la pensiamo così”. Perché mai dovrei pensare che quel “noi” comprende anche me?
        Mi prendo sempre tutte le responsabilità di quel che dico. È anche per questo che qualcuno mi ascolta, ogni tanto.
        Con Matteo mi va benissimo di avere qualche disaccordo e di punzecchiarci ogni tanto. Litighiamo un po’, e volentieri, e chi ci legge si schiera un po’ dall’una, un po’ dall’altra parte – e un po’ da parti ancora diverse. Siamo tutti presuntuosi: sennò non sosterremmo quello che diciamo. E per fortuna lo siamo; altrimenti tutte queste parole non sarebbero qui.

        • mi sa che sono vere tre cose:
          – che daniele non alludeva a un commento specifico
          – che qumodink ha ragione: dopo una giornata di commenti, sarebbe legittimo dire “mi avete rotto” (io stesso mi dichiaro annoiato – da me medesimo, anche)
          – che matteo e daniele sono a volte daccordo e altre no (e non siamo che agli inizi: proseguiremo, e splendidamente)

        • hai ragione, ma spesso capita di non usare la funzione “rispondi”.. ti chiedo scusa..

          per quanto riguarda il “noi”, il fastidio ovviamente non c’è sempre, ma solo quando non lo trovo pertinente, e forse ho parlato perché non lo trovavo pertinente..

          non volevo dire che non ti prendi le responsabilità di quello che dici, figurati.. hai ragione a dire che è per questo che qualcuno ti ascolta, ogni tanto, e io sono tra i “qualcuno”, perché seguo con interesse, ammirazione e ispirazione quello che dici tu, o Matteo, o Andrea, o altri.. poi capita che la penso diversamente e lo dico, per confrontarmi e (far) capire se dico qualcosa in meno o qualcosa in più, o semplicemente qualcosa di diverso..si migliora un po’ tutti.. e son contento se si crea dialogo.. pacifico, eh.. non faccio invettiva a nessuno! (bugia, un po’ forse sì, ma poi mi passa, nessun rancore)🙂

          ciao

        • ops, è arrivato prima il commento di matteo..

          @ matteos: comunque non ho ragione, perché era un esempio, e a me fa sempre piacere passare del tempo in questi dibattiti😉

  13. La prima riflessione al volo, questa mattina quando ho letto questo articolo, l’ho espressa in un tweet:

    “Io quando parlo di fumetti parlo di #fumetti. Non c’è prima testo e poi disegno. Continuare a dividere le cose mi sembra tornare indietro.”

    Vedo con piacere che anche qualcun altro la pensa così.

    Besos,
    c.

  14. Innanzitutto: state bboni😉

    daniele: no, non sono intervenuto per riprendere un implicito ‘classico’ che vale sempre. Ma perché nel post di andrea, a fronte di una stanchezza che condivido (leggo ora il tuo post, e concordo: quel Joe Matt è ovviamente un buon caso), si offriva un metro di valutazione fuorviante su quella “stanchezza”: la sola dimensione narrativa dell’io, e non quella grafica.

    Lo ripeto: stanchi della narrazione autobio in J.Brown o C.Brown o J.Doucet? Possiamo concordare. Ma non basta, per giudicarne la qualità come “graphic novel autobiografici”: se guardiamo anche alla loro scrittura grafica, non possiamo valutarle negativamente. Non possiamo dirci ‘stanchi’ dei loro plot autobio, e liquidarli.

    Se possiamo concordare su alcuni casi (Matt), su altri questa visione narrativo-centrica dell’autobiografia ci fa sottovalutare che il “progetto autobiografico” viene dal fatto che, a fronte anche di una banalità nella narrazione dell’io, possa esistere una forte originalità espressiva sul piano dell’espressione grafica di questo “io”. Anche il disegno – con la sua logica auto-grafica – è una forma di scrittura autobiografica, di cui giudizi devono tenerne conto. Andrea, semplicemente, non lo ha fatto. Col risultato di mettere sulla stessa barca un sacco di opere e autori che, invece, hanno un peso molto distante nel contesto di questa ‘stanchezza’.

    Peraltro dici una cosa che non condivido: disegno e narrazione, proprio perché convivono, possono talvolta “reggere” le carenze dell’altro. E considerando tutto ciò, i nostri giudizi possono cambiare anche profondamente: i bistrattati graphic novel “omebelicali” (narrativamente) di Jeffrey Brown devono a mio avviso essere giudicati con maggiore favore, da questo punto di vista, grazie al loro offrire un progetto auto-grafico forte e emblematico, ben più di un Joe Matt (che però viene da una diversa epoca creativa).

  15. Vado giù piatto, e sottolineo che queste sono mie convinzioni, ma senza pretesa di verità rivelata.
    1. l’autobiografia è un genere letterario; e fin qua…
    2. il graphic novel è un formato editoriale e indica i fumetti che vengono pubblicati direttamente in quel formato (a rigore, per me Maus non è un g.n.);
    3. il suo contrario, dal punto di vista del formato, è il fumetto seriale (quello che viene pubblicato a puntate periodiche, in albo o rivista, e non necessariamente è ripetitivo e/o banale)
    4. ogni tanto in un’opera i punti 1 e 2 coincidono, e abbiamo il g.n. autobiografico; qualcuno è bello, qualche altro no;
    5. per quanto sia un genere di nicchia, ci sono anche fumetti seriali autobiografici (quelli di Chester Brown e di Joe Matt sono nati come serie di albi spillati; ma ci sono anche quelli di Harvey Pekar, per dire);
    6. ovviam la maggior parte del fumetto seriale esplora altri generi, meno di nicchia;
    7. tra i g.n. ci sono anche tantissime opere che con l’autobiografia c’entrano poco o nulla, per esempio 5000 Km al secondo o Asterios Polyp, per citare i primi due che mi vengono in mente;
    8. ci sono fesserie tremende e gioielli sublimi sia tra i g.n. che nel fumetto seriale, al di là che siano autobiografie o meno.

    Riassumendo: l’autobiografia per me non ha più legami con il g.n. di quanti non ne abbia il fumetto seriale con il genere supereroistico: è una buona fetta, ma non lo esaurisce, nemmeno alla lontana.

    A margine: anche per me il fumetto è un linguaggio in cui testo e disegno vanno assieme, non disgiunti, e si chiama appunto fumetto (non g.n.). Tautologico, ma vabbe’. Detto in altro modo: perché un fumetto sia riuscito, per conto mio testo e disegno devono fare sistema tra loro; ciò accade più frequentemente con gli autori completi, e non è un caso.

    Infine: a me, al contrario di molti, Joe Matt fa impazzire e, sempre secondo me, defeca sul capo di tutti gli altri autobiografi citati finora (tranne Spiegelman); sarò malato, non dico di no, ma la sua radicalità ombelicale che sfiora la mise en abyme me lo fa diventare non so se universale, ma almeno internazionale; inoltre, il modo in cui scandisce il racconto a tratti verbosissimo delle sue imbecillità, ha per me dello stupefacente per quanto è tremendamente efficace nell’imporre il suo ritmo, inesorabile, irrefrenabile. Occhèi, forse l’autore è una testa di vitello, ma l’avete letto fino in fondo e avete provato delle emozioni, o no? Quegli altri invece, a me danno solo sbadigli, ammirati magari, ma sbadigli. Yawn.

    • quoto tutto… Joe Matt lo adoro (non mi dispiaccion neanche i suoi soci Chester Brown e Seth), l’easatto opposto di quella roba emo/indie sdolcinata di Blankets…
      Anche se confesso di averlo apprezzato quando lo lessi in sala borsa nella sua prima edizione. Ma non avevo ancora ben elaborato la figura dell’hipster in cerca di riconoscibilità

  16. Mi associo agli adoratori di Joe Matt e da tempi non sospetti (seguivo l’albo dal numero 1 quando usciva!!!).

    Su di lui ci sarebbe parecchio altro da dire, tra l’altro: io lo considero, non so quanto consapevolmente da parte sua, un vero e proprio “artista contemporaneo”, nel senso che il suo raccontarsi a fumetti è stato qualcosa che gli ha modificato la vita (la ragazza che lo lascia nel primo ciclo narrativo perchè legge quello che pensa delle altre donne sui suoi fumetti). Se lo faceva un “artista vero” ne parlava mezzo mondo, mentre tra le chiacchiere sui fumetti sembra una cosa irrilevante. Il fumetto che racconta la vita e la vita che viene influenzata – e modificata – dal fumetto…

    Poi boh, Blankets – che nè adoro nè aborro – secondo me è un romanzo sull’influenza dell’estremismo religioso in certi stati americani, l’elemento autobiografico mi sembra un elemento giusto di contorno, un pochino in più che in Maus, ma non il “core-business” della faccenda.

    besos!
    c.

    • Aah! Verissimo! La seconda cosa che mi interessa (relativamente) meno, che Blankets racconta meglio altre questioni rispetto a quelle che sembra a prima vista.
      E poi anche a me che lo seguivo te tempo ha sempre esaltato quell’aspetto lì di Matt. Che era riuscito non solo a raccontare la vita col fumetto, ma a fondere le due cose. Anche se poi il babbo di Matt è Pekar, eh. Che ha fatto lo stesso 20 anni prima. Anche per lui il fumetto dove raccontava la vita cominciò poi a influenzargliela.
      Ma vabbe’, quando parlo di quei due mi esalto, meglio se mi fermo.

  17. qualcuno mi fa un riassunto di tutto?

    • lo so che alla fine leggerò tutto, ma dio mio, non vi sto più dietro, sto invecchiando.

  18. Riassumo?
    C’era una volta il fumetto. Poi arrivò il graphic novel, e ci fu chi ne approfittò per mettersi in scena/gioco. Gradualmente divenne un casino, e un sacco di gente prese ad azzuffarsi. Fine.

  19. che riassunto scadente…🙂

  20. Ho letto l”‘inizio” da conversazioni e il seguito qui. La discussione è interessante anche se forse parte senza basi solidissime. Chi ha la certezza che le opere citate siano veramente autobiografiche? O è autobiografica l’ambientazione e di conseguenza l’immaginario? (come potrebbe essere altrimenti?).

    Quello che dice Rathiger sul culto della persona spaventa in qualche modo anche me:

    “Per me il problema è politico. Per me è IL problema politico. L’autobiografia è un genere e come tale capace di alti e bassi (anche altissimi e bassissimi). Ma decidere di dedicarsi nel nuovo millennio all’autobiografia significa contribuire, a mio parere, a ciò che più ci rende schiavi: il culto della persona (o il disprezzo). Non è il momento di tifare od odiare una squadra, è il momento di pensare ad un nuovo sport.”

    Ma tutta la discussione mi sembra basata oltremodo sulle persone (gli autori che decidono di utilizzare l'”autobiografia”) e non sulla validità del fumetto. Quello dice Ausonia sull’effetto confessionale è ugualmente vero, ma tutto dipenda da cosa ci viene confessato.

    Nel complesso si cerca di dare delle conclusioni abbastanza confuse sul come e sul cosa gli autori raccontano, perdendo di vista un tema più ampio: perché lo fanno.

  21. […] proprio qui che ho ripensato al dibattito su questo blog della scorsa settimana. Rispetto al quale mi pare che le parole di Shaun Tan siano una buona dimostrazione della […]

  22. […] questione, in quest’anno, sono ritornato più volte – per esempio qui e qui – ma mi pare che meriti una nuova sottolineatura. Perché un conto è condividere la […]

  23. […] tema non è nuovo da queste parti. Per esempio, ne ho discusso qui, qui e qui (by Gipi), con l’aggiunta di qualche commento qui e qui. Ma per tenerlo vivo rimando al […]

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