Manga e autoriflessività del fumetto popolare

Uno dei manga che ho trovato più piacevoli, fra quelli recentemente tradotti in italiano, è I am a hero di Kengo Hanazawa (negli ultimi tre anni continua a trovarsi in finale ai premi Manga Taisho, organizzati dai librai nipponici). La storia è questa:

Hideo Suzuki è un trentacinquenne, un assistente mangaka e un fallito. Sì perché da anni vorrebbe sfondare, diventare un mito grazie a una nuova incredibile serie, ma finora è riuscito solo a barcamenarsi tra la strana storia con la sua ragazza e le sue delusioni. Tuttavia il mondo sembra avere dei piani diversi per lui: sinistre e oscure macchinazioni cambieranno la realtà che ha imparato a conoscere…

Si tratta in sostanza di un thriller-horror psicologico, destinato a un pubblico adulto (è un seinen manga), e dagli elevati standard di scrittura e disegno. Nel primo episodio, oltre alla vita quotidiana e lavorativa del protagonista, e al progressivo affacciarsi degli elementi fantastici, mi ha colpito questa sequenza:

La ragione è una: mi pare un buon esempio del livello di autoriflessività presente nel fumetto giapponese. Una riflessione sul manga, all’interno di una manga. Ovvero qualcosa di piuttosto raro nel fumetto popolare nostrano.

Un inciso. Naturalmente bisogna intendersi sulla riflessività. In questo caso non intendo quella ‘meta’, ma quella ‘esplicita’: non si tratta di discutere del come una cultura fumettistica (italiana, giapponese, americana…) produca prodotti popolari che riflettono “sul linguaggio” del medium stesso, ma solo di come essa metta in scena questa riflessione nella narrazione, ovvero nei contenuti più che nel linguaggio. Detto altrimenti: non parlo qui di riflessività discorsiva, ma solo di riflessività rappresentazionale.

Premesso questo, il dato che mi è parso interessante è vedere mescolati insieme due livelli di questa riflessività rappresentazionale, ovvero:

personaggi e ambiente: I am a hero è un fumetto che ha per protagonista un autore di fumetti. Un elemento che compare sempre più spesso anche nel fumetto europeo o americano (Ludo, Rocky), ma in opere tendenzialmente distanti dal fumetto più popolare (gli esempi ‘indipendenti’ di Blotch o Box Office Poison), né tantomeno seriale (alcuni libri di Seth o Daniel Clowes, L’inverno del disegnatore di Roca, I tre paradossi di Hornschemeier). Inoltre l’ambientazione della serie mette in primo piano uno studio di mangaka, l’industria del fumetto e le sue professioni. Un tema caro anche ad altri fumetti come Manga Bomber o una delle serie cult degli anni 2000, Bakuman. Ma che anch’esso rimane un elemento raro, nel fumetto seriale europeo (e americano).

dibattiti/discorsi sul fumetto: al di là degli ‘attori’ della trama, il dato più interessante di I am a hero è però un altro: la presenza di momenti di esplicita discussione sul fumetto. Fino a, come nella sequenza che ho postato, una vera e propria riflessione sullo statuto sociale e culturale del mezzo.

Nel caso specifico, siamo quindi di fronte a una sequenza che, nello sviluppo della trama, offre un dibattito – tra fumettisti – intorno ad alcune domande:

Qual è la relazione tra fumetto e contesto sociale?

“I manga hanno sempre fotografato un singolo momento di un’epoca”

Quale rapporto ha il fumetto con l’identità nazionale (giapponese)?

“I manga sono il punto più alto della cultura giapponese […] se risaliamo all’origine, troviamo i comics americani, ma i manga si sono sviluppati in modo indipendente e hanno di gran lunga superato il modello iniziale. […] Il fumetto giapponese è ormai considerato lo standard mondiale”

Che cos’è un capolavoro – un “classico” – dal punto di vista del fumetto?

“Manga che verranno letti per centinaia di anni”

Nel merito, naturalmente, questi dibattiti in I am a hero non rappresentano che posizioni parziali e discutibili: quelle di specifici personaggi, ovvero di specifici fumettisti immaginari. Piccoli frammenti, in fondo.

Ma resta il fatto che, in una serie popolare e di successo, queste domande mettano in scena, offrendola ai lettori, un’articolata autoriflessione del fumetto su sé stesso e la propria cultura.

Non poco. Per un medium che continua a crescere, da circa due decenni, nella produzione di autoriflessività. E per un segmento di produzione (il manga) che ne rappresenta, forse, il principale avamposto.

5 Risposte

  1. Mi hai messo curiosità per l’opera in questione, sicuramente.

    Mi chiedo in generale, se nel fumetto (ma si potrebbe allargare il discorso ad altri medium), l’autoriflessività “rappresentazionale” come la chiami, possa essere considerata un indicatore di maturità del medium.

    Però vorrei capire dove dobbiamo porre la stanghetta e dove porre un discrimine tra “discorsivo” e “rappresentazionale”.
    Penso a molta produzione di Mark Millar: lì hai solo autoriflessività discorsiva?
    E She-Hulk di john byrne che parlava vent’anni fa con l’autore sulla copertina e durante la storia è solo discorsiva?
    E le didascalie che il (sorridente) Stan Lee piazzava già negli anni Sessanta nelle splash page per giocare con il pubblico?

    • si potrebbe sviluppare un bel lavoro…
      Non dimentichiamo Art Spiegelman in Maus poi come esempio di metafumetto…

  2. Un volumetto carino di certo, ma personalmente non esagererei nel lodare eccessivamente queste riflessioni sui manga. La storia, con il protagonista fallito assistente, e queste riflessioni incluse sembrano più originare da una mancanza di idee piuttosto che da qualche colpo di genio creativo.
    poi personalmente sono un po’ stufo di questi manga troppo riflessivi e sopratutto autocommiserativi come alcuni racconti di Asano sono l’esempio. (bunanotte pun pun è invece geniale perché da libero sfogo all’immaginazione artistica)

  3. dinko: siamo d’accordo, non si tratta di un manga che merita lodi eccessive sul piano artistico/narrativo. Semplicemente, solleva bene la questione che dicevo.

    marcod: giusta considerazione sui confini tra discorso e rappresentazione. Di certo non volevo (non con questo post) riprendere discussioni sul “metafumetto” – che peraltro è un’etichetta che tocca essenzialmente il piano linguistico/discorsivo (io tenderei a parlare di ‘meta’ là dove c’è una qualche mise en abyme).
    Veirssimo quindi che esistano molti esempi, inclusi alcuni di quelli che hai citato, in cui i due piani sono intrecciati, e la dominanza dell’uno non esclude la presenza dell’altro.
    Che poi questi casi siano indicativi di una “maturità del medium”, andrebbe però approfondito: cosa intendiamo per maturità di un mezzo? La sua capacità di produrre opere fortemente riflessive? O il loro avere un successo popolare? O la loro “influenza” su altre opere e altri autori?

    Da un punto di vista generale, nel 2012, non possiamo certo dire che la riflessività del fumetto sia una novità. Casomai mi pare interessante osservare come questa riflessività abbia toccato nuovi aspetti, come la sua stessa storia. E su questo da tempo vorrei scrivere un post. Magari è la volta buona.

  4. Sembra un manga interesante. Grazie!

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