Riguardare le figure

E’ tornato in libreria uno dei testi fondativi della fumettologia italiana: Guardare le figure, di Antonio Faeti, questa volta per Donzelli (a suo tempo, nel 1972, uscì per Einaudi).

Come ha racconta Repubblica, edizione di Bologna:

Faeti studia matite scomode, anche delle riviste fasciste, proprio mentre il 1968 attacca la tradizione e l’immaginario italiano. Ma in Einaudi c’è chi ha capito, come scrive Calvino, di essere in presenza di un figlio di nessuno, ma «ottimo critico» […]

Al tempo in Einaudi è appena entrato Carmine Donzelli, che ricorda quanto il libro impegnasse tutti: «il direttore editoriale Giulio Fornari, il caporedattore dell’ufficio tecnico Oreste Bonina, il caporedattore Daniele Ponchiroli. Era una sfida grafica ed economica, tra nove figure a colori da stampare in quadricomia e altre usurate, difficili da riprodurre».

Per questa edizione, Faeti ha scritto una lunga introduzione di circa 30 pagine, in cui ripercorre – attraverso una personale topografia della memoria (via Zamboni a Bologna, via del Corno a Firenze) e una riflessione sugli stimoli e apporti di artisti, scrittori e studiosi al libro – il contesto storico e individuale in cui il suo lavoro prese forma. Scrive Faeti:

Guardare le figure non è assolutamente , né una storia della letteratura per l’infanzia né una storia delle illustrazioni dei libri per i bambini. Che cosa penso che sia, allora, mentre oso riproporlo, ben quarantatre anni dopo la sua prima ideazione? È un trattato di sociologia dell’Immaginario che prende a pretesto i libri per bambini, ma guarda ai sogni collettivi, indaga sulle mentalità, cerca di frugare nelle cantine in cui, nel 1968, non era ancora entrato nessuno.

L’“altro” da cui derivarono le premesse che mi portarono a scrivere il libro era un “altro” pittoricamente molto complesso, fondamentalmente derivato dall’incontro, a una Biennale veneziana, con l’opera di Öyvind Fahlström, un artista svedese di origine brasiliana, nato a San Paolo nel 1928, morto a Stoccolma nel 1976, divenuto un maestro della Pop Art dopo un soggiorno negli Stati Uniti a partire dal 1961. Nelle opere di Fahlström i sogni, le mentalità collettive, i condizionamenti, gli incubi, le ansie, i turbamenti subivano una accumulazione parodica – obbediente alle istanze della tendenza artistica di cui era seguace – ma anche una rivisitazione in cui la filologia si mescolava con l’ermeneutica.

Una foto dell'opera di Fahlström esposta alla Biennale del 1964

La giudicavo, allora come oggi, una specie di “pop art radicale” che non poteva esistere senza una intensa esplorazione visiva di tutto ciò che si poteva davvero raccogliere nella formula “popular art”. era indispensabile esplorare tutto il visivo sottoposto a esclusione da parte dei critici, perché proprio quello, disprezzato dai professori, era amato dai barbieri. […] Dovevo cercare un percorso che mi portasse oltre Fahlström, fino a “Signal”. Guardare le figure non si trova in quel percorso, è quel percorso. […]

Una delle copertine di "Signal"

Gli albi – che ci venivano regalati, nella gelida miseria del dopoguerra – contenevano anche due pagine con le avventure a puntate di Steve Canyon di Milton Caniff. Non tanti anni dopo lessi la straordinaria interpretazione offerta da Umberto Eco, in Apocalittici e integrati, dell’eroe di Caniff, ma già dal 1950 avevo compreso che quei contorni, quelle preziose sintesi grafiche, quello stile tanto imitato e inimitabile concedevano alla “comic art” un diverso statuto, una identità molto più nobile e alta di quella a cui pensavo leggendo altri fumetti. Erano, pertanto, “figure” di cui non dovevo vergognarmi […]

Sono, ovviamente, molto più convinto, oggi, della necessità di elaborare un “guardare le figure”, di quanto non lo fossi nel 1968, e naturalmente oggi esistono strumenti di cui non potevo valermi in quell’anno. Però un nuovo “trattato di sociologia dell’Immaginario che prende a pretesto i libri per i bambini” non è mai apparso, dopo il mio Guardare le figure, anzi, complessivamente, si è regrediti, rispetto alle condizioni in cui mi trovavo allora. Ecco un esempio: sono apparsi buoni libri che hanno ben ragionato sulle letture di Adolf Hitler, però delle sue autrici predilette, Elisabeth Marlitt e Elisabeth Werner, nessuno dice mai nulla. […]

Nella introduzione, Faeti rilegge l’iniziale accoglienza riservata al volume da parte di Calvino, Rodari, Fellini, del Buono, offre una splendida “rilettura programmatica” di una poesia Ardengo Soffici, e ricorda frammenti della sua “educazione alle “figure”:

Privo della madre in una città piena di macerie, con un padre che ancora si proclamava squadrista e rammentava il sodalizio con Arconovaldo Bonaccorsi, icona del fascismo petroniano, quasi ogni giorno andavo “fra le nuvole”, mi trasferivo nelle splendide sale dell’United States Information Service, l’USIS di via Zamboni, dove i dischi, le riviste, i libri d’arte, i film, forse soprattutto i “documentari”, mi consentivano di sentirmi un cittadino del “Grande paese” che poi ritrovava il buio dei suoi portici con un senso profondo di scoramento.

La parte forse più ambigua (e amara), da un punto di vista fumettologico, è in un passaggio in cui riflette sulle trasformazioni dello statuto del fumetto, oggi, rispetto alle condizioni in cui era immerso quando nacque il libro:

Negli anni trascorsi da quando ho iniziato a presiedere la commissione alla Fiera di Bologna, fra i tanti cambiamenti di cui sono stato testimone c’è quello che riguarda la sempre più netta separazione tra disegnatori di fumetti e illustratori. Sempre meno rivolti a un pubblico infantile, gli autori di fumetti non “raccontano” quasi più, compiono radicali esercizi di stile entro i quali la dimensione narrativa è reperibile più o meno come nei quadri di un loro collega pittore. Di questo mutamento non può rallegrarsi chi ha sempre pensato che i grandi fumetti giovassero all’intelligenza e alla positiva crescita dei bambini.

Inevitabile concordare con Faeti sulla progressiva separazione tra fumetto e illustrazione, che ha caratterizzato la traiettoria dei “figurinai” nella seconda metà del Novecento: percorsi formativi spesso differenziati, carriere spesso sempre più distinte, sensibilità variegate e difficilmente riconducibili, oggi, a estese basi “comuni”.

Difficile, invece, interpretare quel collegamento tra fumetto e bambini – che, in fondo, non ne ha segnato che una (pur vasta) porzione, una lunga parentesi della sua storia da fine ‘800 ai tardi anni ’60 – come una connessione quasi “genealogica”. Una ambiguità forse inevitabile per un un lavoro che (come riconosce lo stesso Faeti) ha valore anche come documento storico di una passata esperienza, e mentalità, intorno al fumetto e alla sua percezione sociale.

Di certo, però, restano le parole scritte a suo tempo da Italo Calvino, che in una lettera disse a Faeti:

Caro Faeti, ho letto Guardare le figure con grande passione. Nella definizione critica dei figurinai sei bravissimo, nel tirare fuori tutto quello che ognuno di loro ha significatato, nel definirlo attraverso la tecnica della sua arte: sei davvero un ottimo critico, hai quella dote critica mai abbastanza lodata di saper individuare e valorizzare i minori e i minimi, di sapere che l’arte – e la letteratura – vive della minuta verità dei minori e dei minimi.

Buon 40esimo compleanno, caro Guardare le figure.

 

4 Risposte

  1. Einaudi l’aveva ristampato di recente.
    I libri di faeti sono di difficile reperibilità.
    Non “va” più, forse perché non ha più la cattedra.
    Oramai vengono ristampati da piccoli editori, e non tutti.
    Comunque… Non che abbia mai avuto molto successo, se non tra le signore, a quanto ho potito vedere.
    Libri faticosi da leggere, troppa erudizione, sfugge il succo in mezzo ai meandri delle divagazioni.
    Vi ricordate le risse? Con Fumo di China (quella vera)? Con recensori dei quotidiani?

  2. troppa erudizione?
    troppa ignoranza.

  3. angelo: sacrosanto: ogni tanto a Faeti sfugge il punto. Però a me non pare che questo sia un limite: i suoi libri sono anche divagazioni narrative. E come tali vanno intesi.

    franco millero: dove ho già sentito questo nome? Parenti militaristi in USA?😉

  4. Ignoranza proprio no.
    è che chi si aspetta di trovare informazioni utili si perde in un labirinto di riferimenti. Poi si stanca e chiude il libro.

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