Disegno satirico e giornalismo surrogato

Ha debuttato in edicola, tra i collaterali del Corriere, la collana Giannelli – la storia sono loro. Una raccolta piuttosto vasta (20 anni) di vignette del disegnatore satirico del primo quotidiano italiano. Ma soprattutto, per noi, un’occasione da manuale per ribadire un vecchio problema: il livello sconfortante in cui versa la cultura del disegno nell’informazione italiana.

Dalla presentazione online:

Giannelli, il grande vignettista del Corriere della Sera racconta 30 anni di vita italiana. Politica, attualità, costume: le migliori vignette di un autore di satira dal tratto inconfondibile, una matita affilata che non ha mai risparmiato niente e nessuno.

Il contenuto-tipo dei volumi è semplice: vignette, nient’altro che vignette. O meglio, le vignette (pagina destra) sono alternate a didascalie (pagina sinistra) che illustrano la notizia cui ciascuna vignetta è riferita, per offrire un po’ di contesto.

Anzi, un altro contenuto c’è, almeno nel primo tomo: un breve testo. Il cui obiettivo è ‘presentare’ il volume. E in cosa consiste la presentazione di un simile libro? In un articolo (di Marco Ascione) che offre un riassunto in tre pagine del periodo cui il volume si occupa. Un bignamino sulle notizie principali del 2011.

Nessuna parola, invece, sulla “matita affilata”, o sul “tratto inconfondibile” citate nel testo di presentazione. Emilio Giannelli è il protagonista di una collana in 11 volumi, ma del suo utilizzare il linguaggio del disegno (al di là del giudizio di valore) non si fa parola (alcune sue idee in proposito le trovate in una recente intervista).

E cose da dire ce ne sarebbero. Quantomeno, più che sulla affilatezza (assai discutibile nel paese dei Teja, Scalarini, Galantara, Altan…), sul suo essere “inconfondibile”. Perché per il Corriere il segno di Giannelli è senza dubbio un elemento di forte caratterizzazione grafica:

  • la sua linea sempre accompagnata dal tratteggio, con texture per abiti e oggetti, ha contribuito non poco a rafforzare l’identità cromatica della grafica di via Solferino: l’inconfondibile grigio Corriere.
  • la sua costruzione di corpi lievemente squadrati, legnosetti, si è sposata pienamente con l’identità un po’ ingessata del quotidiano (un tempo detto) “della borghesia produttiva”, o con i toni “istituzionali” del più tradizionalista tra i quotidiani nazionali.

Insomma, anche senza entrare nel merito dello stile e dei riferimenti, su un vignettista come Giannelli ci sarebbe da dire. Ma in quanto disegnatore, e non (solo) in quanto narratore (satirico) di certe notizie. Perché le vignette sono disegno, e non (solo) una forma – simpatica, semplice, visiva – di giornalismo. Insomma, il disegno satirico non è un surrogato del giornalismo.

Come è noto, in USA o UK l’attività di quelli che noi chiamiamo vignettisti è comunemente detta editorial cartooning. In Francia, dessin de presse. In entrambe i casi è evidente sin dal termine che il disegno ne è l’elemento costitutivo, la lingua con cui comunica.

In Italia, invece, l’uso della parola vignetta (rotonda, efficace, quasi musicale) si è accompaganto a una progressiva perdita di senso del disegno che in essa è sostanza. Per certi versi si può dire che abbia trionfato il “contenitore”: la vignetta come box, scatola grafica il cui contenuto (linguistico) è relativamente indifferente. Una visione del dispositivo para-teatrale, come il palco per uno spettacolo di burattini, per quanto immateriali.

Marionette disegnate, la cui presenza è giustificata da una funzione pseudo-giornalistica più che di de-formazione grafica del reale: questa è la condizione cui pare essersi ridotta molta satira disegnata italiana, sempre più distante dalla tradizione della caricatura. Un percorso perfettamente sintetizzato da un Vauro, passato ormai al ruolo di cabarettista-disegnatore come ospite “recitante” nel programma di Michele Santoro. E in uno scenario ormai ingolfato da disegnatori di mediocre abilità segnica (da Forattini a Disegni), non è un caso che riescano a suscitare interesse culturale e affetto popolare solo due generi di ‘vignettisti’:

  1. da un lato quei dessinateurs de presse che dal disegno si sono progressivamente allontanati (le vignette di Ellekappa sono quasi dei monogrammi; quelle di Bucchi sono collages e mashup grafici);
  2. dall’altro, quelli che riescono a riappropriarsi del valore comunicativo del disegno, declinandolo però in contesti nuovi, come la rete (è il caso di Makkox).

Il giornalismo surrogato con cui si ritiene di dover presentare Giannelli; il caotico assemblaggio di marionette con cui si ritiene di dover costruire periodici satirici come il Nuovo Male o il Ruvido: effetti collaterali di una visione del disegno satirico da cui è espunto il ruolo centrale del disegno. E che sarebbe ora di tornare a mettere al centro.

15 Risposte

  1. stavi andando tanto bene, ma poi:
    “quelli che riescono a riappropriarsi del valore comunicativo del disegno, declinandolo però in contesti nuovi, come la rete (è il caso di Makkox).”
    bah…

  2. a parte gli incontentabili come il LaForgia😉 ….
    ancora un ottimo e utile post!

  3. micgin: grazie, eh.

    pasquale: in che senso? Il lavoro di Makkox, a differenza di Ellekappa o Bucchi, è chiaramente fondato sull’uso del disegno, e a differenza di Vauro o Disegni non lavora su burattini di carta, ma sul segno e sulla grafica.

  4. matteo, siamo talmente disabituati al disegno che makkox è uno che lavora “sul segno e sulla grafica”. uno che tira via come pochi (che neanche pratt un minuto prima di morire) e che ammorba il tutto con chilate di testi illeggibili. e poi sono io che passo per incontentabile (non lo dico mica da offeso, eh ginevra).
    poi, per carità, non conosco personalmente l’uomo e in genere non mi pare che se la creda, ma mi stupisce l’entusiasmo con cui si accoglie ogni sua cosetta. che poi, “entusiasmo”. esagerato che sono. sempre di nicchiette stiamo parlando.
    comunque, in linea di massima nel post hai detto cose giuste e vere. se però per te – questa prendila con le pinze, eh – il punto d’arrivo (o perlomeno la strada giusta) è makkox, non ti seguo più.
    io la chiudo qua se no poi arriva uno che dice “eh ma è questione di gusti” e poi sono costretto a uccidergli la famiglia.
    abbracci,
    p

  5. Questione di gusti, Pasquale… Quando vieni, poi, ti fermi a cena, vero?

  6. che cazzaro che sei, paolino
    quanto ti voglio bene!
    vado a trovarti un altro payoff per il blogghe
    (adesso la chiudo davvero)
    bacioni

  7. pasquale: “siamo talmente disabituati al disegno” che quando qualcuno lo usa suona eccentrico (o nuovo, o retrogrado: de gustibus?).

    Makkox il disegno lo usa. Peraltro: il paragone – al negativo – non con Vauro ma con Pratt lo hai fatto tu…😉
    Lo usa bene? O invece male? Non sono nemmeno entrato nella questione. Perchè stavo parlando di ALTRO: non è che un esempio fra gli altri. Nessuna strada “giusta” o “punto d’arrivo”. Solo una tecnica: disegno, non collage, non pupazzetti-con-lo-stampino.

  8. Non la chiudo io. Perché ‘sta roba che fa notare Pasquale è verissima.
    Makkox è interessante. Per un po’ lo è sul serio. Perché prende il segno del grafico pubblicitario che fa bozzetti rapidi e lo usa in modo che non ci aspettavamo.
    Infatti le sue cose funzionano quando fa strisce verticali con ritmo da storyboard. Non innova e non fa nessun lavoro sul segno e sulla grafica. Disegna proprio come l’amico art director che visualizza rapidamente l’idea per farla capire a quel coglione della direzione marketing e comunicazione. Ha un certo fascino vedere l’amico art director con il pennarellone con la punta a scalpello che fa un disegno rapidissimo nel dopocena, ma finisce là.
    Poi, dopo un po’, a me viene voglia di vedere cosa sai fare se ti impegni. Perché, se devo pensare a uno che tira via sistematicamente ma è fottutamente dotato per il disegno, rivolgo lo sguardo a rosenzweig e non a makkox. Almeno quello sa costruire un’immagine tuttintera.
    Ho in mano il male uscito oggi (c’è anche pasquale), quello con 60 pagg di graphic novel. E’ tristanzuolo.
    A parte i miei amichetti (Pasquale, appunto, e suo fratello) di cui preferisco non dire nulla (ci faccio un giornalino bellissimo), mi pare che qua dentro ci sia della gente che lavora su segno e grafica. E mica solo giovinotti. Vuoi mettere Vincino?

    • bene. Proviamo dunque col metodo “Mario Monti risponde a Calderoli”.

      1) ho scritto “lavora su segno e grafica”. Non ho detto che questo è sinonimo di “innovazione” o di “ricerca” (o chissà cosa). Ho solo detto che lavora con il segno e con la grafica. Vauro no: sul segno dorme, sulla grafica… temo non sappia di cosa si tratti. Ah: anche Vincino lavora su segno e grafica, sì.
      2) ho scritto che Makkox arriva a “riappropriarsi del valore comunicativo del disegno”. Tu parli di tecnica da visualizer (giustamente). Naturalmente mi hai appena dato ragione. Questa è una tecnica che evidenzia come il punto, nel dessin de presse, sia il disegno; gli stampini alla Vauro evidenziano invece un’altra idea (che il punto sia in una sorta di teatro di marionette, come ho scritto).
      3) ho scritto “declinandolo però in contesti nuovi, come la rete”. Ovvero: fa quel mestiere lì del disegnare. Solo che sviluppandolo su supporti ‘nuovi’ per il disegno satirico, e tentando un adattamento (vedi: scroll), il risultato è…una “declinazione in contesto nuovo”.

      E poi oh, puoi sempre rispondere come Calderoli: ”Mi spiace, ma la toppa è peggio del buco. E confermo un comportamento rispetto al quale un Paese in difficoltà non può che aspettarsi le sue dimissioni e le sue scuse ai cittadini”.

      • Tanto, anche se lo dico, quelle dimissioni non le dai. Lo so. E giuro che farei qualsiasi cosa per non leggere più un post in cui si parla di stagflazione del mercato del fumetto… bacini

  9. Beh, dico anch’io la mia.
    1. difendo vauro: non è un disegnatore che fa satira, è un satiro che disegna; nelle sue vignette domina la rappresentazione comicamente degradata dei corpi dei suoi bersagli (delle sue marionette, se vogliamo), funzionale ai testi; non credo che gli interessi minimamente il fumetto in quanto linguaggio, gli interessa solo il punto di vista morale della risata che la singola vignetta suscita; chiaramente, siccome lavora sulla quantità, non sempre diverte, ma rimane un satiro cazzuto; ce ne fossero;
    2. difendo anche Disegni; non è mai stato un gran disegnatore, ma secondo me non si possono negare le sue doti di narratore; il ritmo delle sue mezze pagine è sempre perfetto;
    3. Bucchi è un grande, il più grafico di tutti;
    4. ellekappa, in effetti se anche smette di disegnare è uguale (non nel senso che non sa disegnare, ma nel senso che il disegno nelle sue battute è esornativo);
    5. sul fatto che Vincino lavori su segno e grafica: mah…; a me pare che il segno e l’impostazione grafica delle cose di Vincino negli ultimi 30 anni non siano mai cambiati, se non in peggio, casomai (cfr Satira, Primo Carnera Editore); non che questo gli impedisca di essere a tratti fenomenale;
    6. Makkox a me piace proprio perché è scritto tanto, e in maniera intelligente; i suoi disegni mi appaiono una semplice ancora visiva al suo lavoro sul linguaggio (cioè mi pare che faccia il contrario di La Forgia, che punta sulla grafica e sulla parsimonia letteraria);
    7. sul Male ci sono le illustrazioni di Scòzzari, e ciò basti: la sua scorsa copertina, con la femmina cacata addosso che dice “Sei tu, la crisi?” al mostro zannuto blu che la tiene in palmo di mano, per me resta;
    8. in ogni caso, il più super meglio di chiunque oggidì a livello di segno, di cazzimma, di inventiva, di tutto, rimane Mannelli; smentitemi se avete coraggio.

    • matteo, grazie assai: commenti interessanti. Solo brevi appunti su tre dei tuoi punti:
      1- Vauro nasce come disegnatore (scuola Pino Zac), e la sua parabola verso un ruolo da guitto/giullare televisivo mi pare dimostri come il disegno non sia tra le sue preoccupazioni, né tra i suoi talenti. Per questo non stupisce che, da lui, la scena del dessin de presse italiano non abbia avuto grandi contributi: dubito sarà celebrato, tra 100 anni, come uno Scalarini, un Mondaini o un Galantara del XXI secolo.
      2- Disegni ha fatto della logorrea un’arma grafica efficace. Altro, però, non mi sentirei di difendere troppo.
      8- non so se è un tentativo di smentirti: Mannelli si mangia a colazione dozzine di disegnatori satirici. Talvolta, però, mi pare giocare una partita diversa dal dessin de presse (e per questo, direi, non sempre funziona come ‘vignettista’).

      • 1. credo anch’io che Vauro non rimarrà nella storia del disegno satirico, ma penso che non gli importi minimamente; lui fa satira, casualmente disegnata anziché scritta; passerà alla storia della satira, cioè sarà presto dimenticato, perché la satira che fa nomi e cognomi scade a stretto giro di posta; comunque guitto/giullare mi pare una definizione un poco riduttiva (ingenerosa?) per un personaggio che al potere sta sui cosiddetti e che dalla televisione ha ricavato più rotture di kazoo che prebende (non dimentico, tra i tanti, il linciaggio mediatico che ha subito ai tempi del terremoto a L’Aquila);
        2. secondo te è logorrea, per me è capacità affabulatoria (hehehe). Poi m’ero scordato di scrivere che Disegni sì disegna, ma non è un autore di fumetti; basta leggere il suo libro “Dodici atti impuri” (Mondadori) per capire che la sua dimensione è quella scritta;
        8. concordo, Mannelli spesso va “oltre”, allarga gli spazi e alza il tiro, anche perché in lui è forte la deriva vagamente autobiografica e il ritratto iperrealistico delle miserie piccolo-borghesi di un Italia che crede di essere furba, moderna, originale e spregiudicata e invece è legata al più becero conformismo e trito senso comune; eppure le sue vignette che appaiono random sulla prima pagina del Fatto quotidiano mi sembrano sempre riuscitissime, sommando un disegno che rivela più di quel che mostra a un testo che non fa sconti a nessuno, soprattutto l’uomo della strada (il quale, diciamolo spassionatamente, è una bella cacca).
        Sarà una questione di gusti, tanto per far arrabbiare La Forgia?

        812/bis. comunque ci siamo tutti dimenticati di Krancic. Il punto di riferimento verso il basso. Neanche Forattini fa così schifo. Anzi sì, Forattini è pure peggio, ma è così scarso che perde anche la palma di peggiore.

        • 1. guitto/giullare non voleva indicare altro che il suo ruolo in tv. Che poi stia sulle balls al potere è vero, e va bene rubricarlo tra i meriti, ma diciamo anche che un conto è stare sulle balls a Pertini (per dire di uno che il disegno satirico lo capiva) altro stare sulle balle a Schifani…
          2. vedi? Disegni, più che disegnare, parla😉
          8bis. gosh

          Ah: torna più spesso da queste parti😉

  10. in questo post matteos ha proposto, come fa spesso, una sua classificazione. il dibattito qui si è invece sviluppato sul pro e contro gli autori, aspetto marginale, qui.
    su makkox, ma sì: ha saputo costruire anche delle storie. e ha sfruttato benissimo la rete. ecco perché si arriva già così ottimamente bendisposti verso le sue vignette quotidiane, che fanno puntualmente il giro del web. paolo e pasquale, avete ragione rispetto al suo disegno. ma ha più ragione matteos nel collocarlo come ha fatto😛

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