Topolino, la storia dell’arte e il fumettocentrismo

Da alcune settimane Topolino (dal n. 2922) pubblica una saga a episodi dedicata a raccontare l’evoluzione storica dell’arte, La storia dell’arte di Topolino.

In termini complessivi si tratta di una serie piuttosto ben riuscita. Sia per quanto riguarda l’efficienza pedagogica (la periodizzazione è sufficientemente equilibrata – dalla preistoria alle avanguardie; autori e contesti storici sono indicati con buona precisione; i riferimenti iconografici alle opere ‘reali’, sebbene parodiate, sono inclusi in modo quasi puntuale, e non elusi attraverso allusioni generiche; i redazionali didattici completano le informazioni di base con cura e scarsa pedanteria). Sia per la qualità della scrittura comica, che si regge sull’abilità dello sceneggiatore Roberto Gagnor, sempre più a suo agio con il genere gag comedy.

Ma non è di didattica dell’arte né umorismo che volevo parlare.

Piuttosto, in questa rilettura della storia dell’arte mi hanno colpito due altri aspetti.

1) Il primo è di ordine storico, e riguarda il rapporto con la religione. Penso al fatto che, in questa ricostruzione disneyana, l’arte appaia evidentemente slegata dal suo legame – simbolico e antropologico – con la dimensione del sacro. E sebbene questa scelta sia legittima per il primo episodio, ambientato in una sorta di pastiche tra Paleolitico e Neolitico (in cui l’arte era connessa alla vita quotidiana più che a funzioni propiziatorie o magiche di legame col divino), mi è invece parsa azzardata per i capitoli successivi, dedicati alle epoche medievali e moderne. Insomma: in questa saga la religione è espunta dal significato storico e sociale dell’arte. Una distorsione evidente, figlia di quello straniante laicismo disneyano maturato in seno a un politically correct contraddittorio e, in definitiva, paradossale: una buona pedagogia dell’arte è impossibile, senza riconoscere il ruolo delle religioni terrene. (e non stupiamoci, perciò, se online continuano a proliferare discussioni come queste).

Una immagine per tutte. Sul finale del primo episodio della saga, Topolino e Pippo hanno una “visione”: dal fuoco primordiale si genera una nuvola di fumo suggestiva, che offre ai “primitivi disneyani” un saggio di cosa li attenderà nel futuro della civiltà, dal punto di vista della produzione artistica. La battaglia di San Romano di Paolo Uccello, il discobolo di Mirone, un Bonaparte di Jacques-Louis David, Manet, Mondrian, Magritte, Warhol, Disney stesso… Le sole presenze di soggetti religiosi: un profilo di Anubi, e un vaso greco con decorazioni mitologiche. Di cristianità, quasi nessuna traccia (tranne forse un dettaglio caravaggesco).

2) Il secondo aspetto che mi ha colpito è invece sul piano fumettologico. Penso qui alla centralità del fumetto come metafora (metonimia?) dell’arte, presente in diversi episodi.

Nel primo racconto, intitolato – non a caso – Il primo fumetto della Storia, le iscrizioni rupestri sono rappresentate come veri e propri ‘fumetti muti’ (per la gioia di Lancelot Hogben e del suo indimenticabile From Cave Painting to Comic Strip):

Nel secondo episodio, Il romantico papiro di Paperinubi, ambientato nell’antico Egitto, la scrittura geroglifica è assimilata al fumetto. Ed è inoltre accompagnata da una lettura fumettistica della quasi-infografica con cui viene presentata quella antica forma di rappresentazione:

Nel terzo episodio, collocato nella Grecia antica (Le tre o quattro fatiche di Paperogate di Creta), l’associazione con il fumetto è meno esplicita, ma pur sempre allusa nel testo redazionale, che parla di ‘storie dipinte’ sui vasi:

Nel quarto episodio ambientato nel Medioevo (Maestro Topolinius e il portale rivelatore), sono i bassorilievi sulla porta di un edificio ad essere descritti da Topolino come una sorta di fumetto:

Negli episodi successivi l’analogia scompare del tutto. Ma il dato – metà della saga – resta pur sempre significativo di una prospettiva: una visione fumettocentrica della storia dell’arte. Ovvero l’idea che il fumetto possa rappresentare una metafora particolarmente utile a comunicare il significato antropologico dell’arte.

Il che mi pare doppiamente significativo:

  • da un lato perché rimanda a una questione profonda, ovvero la relazione tra arte, disegno e narrazione, ben incarnata dal “quasi-medium” [inciso: prossimamente spiegherò cosa intendo dire inserendo quel ‘quasi’] fumetto nella sua traiettoria storica.
  • d’altro canto perché indica lo stato di riflessione sul fumetto presente nell’attuale gruppo redazionale alla guida di Topolino, che – come ho già avuto modo di dire – mi pare essere tornato a mettere al centro l’identità strettamente fumettistica del proprio prodotto. Anche a costo di commettere un peccatuccio ‘ideologico’, ovvero questo fumettocentrismo che è – insieme – un moto d’orgoglio e un’inevitabile semplificazione.

Per finire, un dettaglio. La migliore gag della saga, a mio avviso – dopo la satira ai ‘lumbard’ – è nell’idea di un Paperoga-Duchamp:

11 Risposte

  1. […] da queste storie targate Disney. Potete leggere l’articolo, opportunamente illustrato, facendo click qui e discuterne colà. Condividi:FacebookEmailStampaShareDiggStumbleUponReddit ← Daniel Craig […]

  2. non sono certo un esperto di paperi, ma credo che il primo aspetto da te evidenziato (il rapporto con la religione) sia questione annosa e irrisolta.
    in “zio paperone e i misteri della cattedrale” del 1965 (ma il titolo originale “uncle scrooge – the phantom of notre duck” è ben più eloquente) carl barks disegnava la cattedrale di paperopoli in guisa di chiesa gotica esplicitando così il riferimento all’opera di victor hugo a cui parte del [titolo del] fumetto è vagamente ispirata.
    orbene, già la presenza di un luogo di culto a paperopoli è di per sé straniante; ma c’è di più.
    per conservare quel laicismo disneyano che hai definito in maniera esemplare barks semplicemente sceglie di omettere i simboli religiosi, sostituendoli con vasi e armature medievali quasi la chiesa fosse un castello. nel far ciò egli è probabilmente inconsapevole che l’architettura stessa di una cattedrale gotica è la summa (teologica) di s.agostino materializzata sotto forma di pietra, rendendo quindi il tutto ancora più straniante e contraddittorio.
    la cattedrale di paperopoli, poi, è stata ripresa in un paio di storie successive realizzate in brasile da altri autori addirittura vent’anni dopo (mi affido qui ai redazionali del 30° volume dell’edizione integrale delle storie di barks allegata tre anni fa al “corriere della sera”).
    tornando ai “misteri della cattedrale”, personalmente non trovo qui quella delicata leggerezza di cui parla tito faraci nella sua introduzione
    al suddetto volume. ci trovo invece una (legittima) indifferenza dell’autore alla materia o una sua (più che legittima) scarsa conoscenza della materia
    che però in questo specifico caso mette ancor più in evidenza un aspetto irrisolto della mondo disneyano.

    • quella storia di Barks è forse il più noto riferimento sulla questione. E concordo su tutto quel che hai ricordato.

      Il punto che ho posto non è naturalmente sulla religione in generale (le regole dell’immaginario Disneya le conosciamo e rispettiamo per quel che sono). Più semplicemente, mi sono soffermato sulle “conseguenze” di quell’immaginario, tutt’altro che neutre e pacifiche: il riflesso sull’idea di arte, in particolare, che ne esce oltremodo distorta.

      Che fosse inevitabile, o viceversa si potesse fare diversamente… diventa poi una questione creativa, che non sto qui a discutere (potremmo dibatterne per giorni). Quel che rimane è un effetto distorsivo che mi pare davvero tosto, soprattutto a causa della missione pedagogica di questa saga. Insomma: una saga piacevole, ma che solo in apparenza offre una pedagogia “credibile”.

  3. Bella nota, veramente, la discussione sulla religione in Disney vorrei riprenderla in altri giorni ( stò leggendo l’ultimo volume di Mancuso e la mia testa è lievemente troppo presa da questi argomenti) ..personalmente trovo l’intero progetto piuttosto bello e spero vivamente che il prossimo anno sia raccolto in un’unico volume – nello stesso stile di quello dedicato a Silvia Ziche – Che ne pensi dell’ultimo episodio ??

    • se intendi ultimo episodio di questa saga, non mi ha divertito come altri, ma il giovane Picasso amante di bande dessinée … mi è piaciuto (perché vero).

  4. Caro Matteo, grazie per la tua attenzione per il mio lavoro (e il lavoro di Paolo, Vitale e Mirka, senza dimenticare l’ottimo Davide Catenacci, il mio editor!): quanto alla religione, in Disney è così. E’vero che l’arte medievale e rinascimentale E’religiosa. Ma la cosa non mi ha bloccato tantissimo perché, sinceramente, tutta questa idea della serie è partita, da parte mia, pensando PRIMA all’arte contemporanea: inizialmente avevo addirittura pensato di parlare solo di quella. Poi, in redazione, abbiamo deciso di fare qualcosa di più organico e completo. E in Disney, niente religione. Cosa che a me va benissimo, sinceramente: Topolino è di tutti e non guarda a razza, credo politico, religione, orientamento sessuale. E’bello, in fondo, avere un posto in cui puoi tornare bambino, senza complicazioni, senza steccati. E’una scelta che capisco e che apprezzo. Certo, a volte ci sono effetti collaterali, tipo questo. Ma, soprattutto nella storia del Portale Rivelatore, ho cercato di raccontare quell’arte il più possibile, nonostante tutto.

    Ho poi trovato molto interessante il tuo appunto sulla ricerca SUL fumetto, all’interno di “Topolino”. E’esattamente quello che stiamo cercando di fare! Nel mio piccolo, sono stanco di vedere la classica storia che inizia con la quadrupla col titolo, poi la doppia e infine Paperone che cerca un tesoro. Naturalmente ci vogliono anche quelle storie lì. Ma a me piace buttare all’aria questi stilemi. Inizi “cold”, col titolo magari a tavola 3, o alla fine. Una gabbia di 7, 8, 9 vignette. Splash-pages. Didascalie diverse dal solito. Insomma, usare tutto l’arsenale narrativo che abbiamo a disposizione, senza farci bloccare da presunte “tradizioni” o, peggio, per far piacere solo ai lettori che vorrebbero la quadrupla di cui sopra. Certo, è una storia Disney e tale deve rimanere. Ma viviamo in un mondo in cui i Simpson, Family Guy e non solo hanno squadernato la narrazione a ogni livello. E i bambini e gli adulti che ci leggono lo sanno. Per cui, mi piace pensare che sul Topo ritrovino un po’ di quella stessa complessità, maturità narrativa e anche di postmodernismo della narrazione seriale di oggi. E poi, sinceramente, in caso contrario mi annoierei troppo. Grazie ancora per la tua attenzione: torno a scrivere una storia senza quadrupla iniziale!

    • Roberto, sul primo punto (religione) nulla da aggiungere a quanto già detto.

      Mentre sul secondo (auto-riflessione sul fumetto), rilancio su un dettaglio: notavo la quantità insolita di storie che non iniziano col titolo, ma con quella sorta di ‘prologo’ (che tu chiami ‘cold’). Domanda: questa piccola trasgressione è stata dunque resa possibile (e istituzionalizzata tra le tecniche possibili) solo quest’anno? Qualcuno ricorda casi precedenti?

      PS Catenacci: lo sappiamo che ha lo zampino lungo, lo sappiamo😉

  5. In realtà il cold opening (termini della TV, e precisamente del Saturday Night Live, in virtù dei miei tristi trascorsi televisivi) si faceva anche prima, non è che ci fosse un diktat “contro”: è che lo faccio spesso, e qualche collega pure, e tutti cerchiamo di fare qualcosa di diverso. Personalmente, a me piace moltissimo: si parte in medias res e siamo subito in quel mondo lì!
    E… Davide ha lo zampino lungo? Conoscenze comuni, allora?😉

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