Il ‘panino’ Topolino – Tv Sorrisi: il marketing come racconto

Non mi pare sia cambiato molto, nell’ultimo anno: di Topolino si continua a parlare poco, pur restando il settimanale di fumetti più diffuso in Italia.

Sarà la solita questione del declino ‘sociale’ dell’immaginario disneyano. Sarà il tema della crisi di qualità del prodotto (una discreta sintesi è nel recente Topolino e il fumetto Disney italiano. Storia, fasti, declino e nuove prospettive, di Andrea Tosti, Tunué). Sarà che la fumettologia italiana ha altri interessi. Eccetera eccetera.

Ma è anche vero che con la nuova direzione, da un annetto – e nonostante i tagli Disney allo specifico segmento della produzione di fumetto – sono arrivati alcuni segnali di rinnovata vivacità. E alcune idee quantomeno curiose. Come questa: imbastire un racconto intorno a una ‘mera’ operazione di co-marketing: il cosiddetto “panino editoriale”, ovvero l’abbinamento di due testate. In questo caso, Topolino e Tv Sorrisi & Canzoni:

In un curioso cortocircuito progettuale, il fumetto che racconta questa operazione è un “Toporeportage” (Topolino n. 2924). Ovvero la versione topolinesca del comics journalism – una tradizione inaugurata oltre due anni fa, da un’idea di Tito Faraci, caratterizzata da: un peculiare stile grafico “sketchy”, eccentrico rispetto ai canoni dell’estetica disneyana; e un’attenzione all’industria dei media e del giornalismo che mescola protagonisti immaginari (i paperi-giornalisti) e reali (celebrità, autori e redattori della testata stessa).

Alcune note sparse:

  • osservate i credits degli autori: se nei primi Toporeportage si parlava di testi e disegni, qui compare la dizione “graphic journalism”. Un dato doppiamente significativo: della crescente naturalizzazione di un termine pressoché esoterico solo pochi anni fa; e della consapevolezza di questo registro comunicativo da parte della redazione, che ritiene ormai opportuno dichiararlo (persino in inglese).
  • la tecnica grafica è a tutti gli effetti una “tecnica mista”: disegno e fotografia. Il collage è quindi facilmente legittimato, persino nel tradizionale universo del visivo disneyano.
  • l’avventura tra redazioni immaginarie (il Papersera) e reali (Topolino e Sorrisi) testimonia la consapevolezza della redazione su un nodo cruciale: la centralità della testata Disney nel sistema dell’informazione. Lo segnala l’importanza assegnata al ruolo ‘ponte’ di Vitali, ex vice di Topolino ora vice a Sorrisi: il trasferimento di professionalità tra il settimanale disneyano e quello mondadoriano diventa un fatto raccontabile, che dice di come esistano legami ‘naturali’ tra l’universo della produzione Disney e quello dell’informazione in senso lato.
  • la breve storia si presenta, in definitiva, come una sorta di piccola “pedagogia del marketing”, in grado di raccontare la quotidianità dietro alla vita di una testata di fumetti, qui “svelata” come prodotto culturale immerso in un mercato (l’editoria periodica).

Da un certo punto di vista, niente di che: nella tradizione pedagogica del fumetto disneyano, questo episodio non è che una variazione sul tema (se volete, sempre più di attualità). Ma da un altro punto di vista, è anche un piccolo gesto di radicale svelamento della “macchina”: un raccont(in)o sulla complessità nel tracciare confini tra giornalismo e finzione narrativa, tra creatività e lavoro, tra immaginari e mercato.

Il fumetto Disney, accusato – e spesso a ragione – di vivere solo in una “bolla” fatta di autoreferenzialità – astorica, con questi Toporeportage (e con questo specifico caso) arriva a mettere a nudo i propri meccanismi di ancoraggio sociale. Quasi sfacciatamente. Ricordando che sono anche (soprattutto?) di natura produttiva, commerciale, di marketing. E rendendo così *visibili* ai suoi lettori – grandi e piccini – le sue regole, ovvero i suoi limiti: gli articolati confini entro cui prende vita, oggi.

Insomma, non vorrei essere frainteso: questo episodio non è che un piccolo aneddoto, che di certo non resterà nella storia del fumetto disneyano. Ma un piccolo aneddoto il cui nodo sta in un punto a mio avviso importante: la trasparenza sull’identità del prodotto.

E allora qui sì, sarò ottimista: per me è un segnale. Che la redazione di Topolino ha ripreso un percorso di riflessione – non scontata – sul prodotto. Lo testimonia anche un ciclo di storie in corso proprio in queste settimane: “La storia dell’arte di Topolino”. Ci ritorneremo presto.

6 Risposte

    • grazie per la data: fanno ‘oltre’ due anni, e non ‘meno di’.
      A latere, ci sarebbe da dire anche sul diverso registro dei Toporeportage, in mano ad autori diversi (dal creatore tumedesimo, ad oggi): sembrano uguali, ma non lo sono.

  1. Io l’ho usato sostanzialmente per fare interviste, cercando di unire le mie origini di giornalista con l’attuale status.

    A margine, non capisco come si possa accusare di astoricità un fumetto così legato al proprio tempo – così mutevole con il mutare degli anni – come è il fumetto disneyano. Può averlo fatto bene o fatto male, ma ha sempre – sempre – rispecchiato il mondo che lo circondava, con il mutare di costumi, rapporti sociali, mode più e meno effimere. Non è un discorso di qualità, che può (deve) essere sempre discussa, ma di un DNA di questo fumetto, a cui non può sottrarsi.
    Altrove, il fumetto italiano raccontava le avventure di intrepidi eroi, in luoghi esotici, lontani, immaginari… mentre su Topolino, anche se trasfigurati in paperi e topi, i protagonisti erano vicini a noi. Erano, in più di un senso, come noi. Così era e così è.
    E difatti ancora oggi una storia di Topolino o Paperino, o dia qualunque personaggio disneyano, può ancora svolgersi fra mura domestiche, con problemi di lavoro, soldi, relazioni sociali e affettive…
    Sai che sono molto critico, da dentro, verso la produzione disneyana. Ma non si può negare quella che è la sua evidente natura.

    • non credo che la critica alla sua “astoricità” si possa contestare parlando di “rispecchiamento”. Peraltro su questo la penso come te: il fumetto disneyano ha sempre rispecchiato mutamenti sociali di varia natura. Nulla da aggiungere a ciò, da parte mia.

      Ma l’immaginario disneyano è sempre stato anche un “mondo a sé”, con le sue regole. E per molti aspetti si è evoluto in senso sempre più autoreferenziale: la realtà che rappresenta somiglia anche alla nostra, ma spesso non ne è che una vesione profondamente – diciamo – “eufemistica”.

      E quindi: la critica alla sua astoricità (penso anche a disneyologi come Alan Bryman) non è una critica al suo “world building” (anche se questo non ne è esente: vedi le sensatissime critiche ideologiche sulla ‘disneyzation’ sociale). Ma il mondo disneyano si è spesso ripiegato su sé stesso, rendendo sempre più filtrate, indirette, mediate le sue radici in quello reale.

      La critica alla sua astoricità dunque mi pare legittima se sottolinea come il fumetto Disney abbia badato sempre più alla sua coerenza ‘interna’, che al suo radicamento ‘esterno’ (e qui c’è chi giustamente mena il torrone con il Topo, dal post-Gottfredson a oggi; dimenticando i paperi, però).

      Come vedi: nessun discorso sulla “qualità”, dunque. Che resta una questione ben diversa.

  2. […] ovvero l’abbinamento di due testate. In questo caso, Topolino e Tv Sorrisi & Canzoni…”. Click qui per l’articolo […]

  3. […] ovvero l’abbinamento di due testate. In questo caso, Topolino e Tv Sorrisi & Canzoni…”. Click qui per l’articolo […]

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