Graphic novel come analfabetismo: parola di linguista

Graphic novel è una parola molto di moda? Siamo d’accordo. Ma che si possa sostenere che è un “nuovo limite raggiungo dalla superficialità nella scala Mercalli dell’analfabetismo”, sia detto sommessamente, non so se siamo più d’accordo.

Eppure capita di leggere anche questo. Oggi.

Nella rubrica FuoriGlotta, per Saturno (inserto culturale del Fatto Quotidiano) così ha scritto Diego Marani, scrittore e linguista (glottoteta).

Un intervento lunare, nel solco di una estesa tradizione di semplificazioni e torsioni ideologiche. Che oggi pare sempre più fuori dal tempo. Ma che ancora si annida in alcune sacche della cultura italiana, e in particolare nel segmento degli umanisti più “incastrati” in quelle che Alberto Abruzzese chiamava “culture alfabetiche”, dominate da un logocentrismo (quasi) inspiegabile, alimentato da preoccupazioni d’altri tempi.

Lo riprendo qua, accompagnandolo con qualche breve commento.

Imperversa la moda della Graphic Novel, nuovo limite raggiungo dalla superficialità nella scala Mercalli dell’analfabetismo.

Marani ha ragione sulla premessa: c’è una moda, intorno a questo termine. E molti tra noi – intesi come operatori dell’editoria di fumetto – lo dicono da tempo. Ma non si può non ricordare che questa moda è figlia di un percorso storico complesso, le cui contraddizioni non cancellano le ragioni – artistiche, culturali e sociali – della nascita del termine. L’abuso sarà pure da analfabeti. Ma il suo uso, in sé, no. Viene allora da porre una domanda: se “novel” sta per l’italiano “romanzo”, come spiegare perché – da linguista – Marani lo abbia coniugato al femminile – “la graphic novel”?

Quel che una volta si chiamava fumetto e che leggevamo senza troppi complessi ma anche avendo chiara in mente la sua differenza dalla parola scritta, ora pretende di usurpare il posto del romanzo.

Eh già. Una volta, qui, eran tutte letture senza ‘troppi’ complessi… Magari non troppi – ma qualcuno forse c’era. E anni dopo un Gramsci (per dirne uno) che li fece notare, raccontando come l’Italia abbia avuto un clamoroso vuoto di narrativa popolare a causa della distanza (‘complessi’?) dei suoi letterati, siamo sicuri di non fare passi indietro? Ovvero: cosa si intende per “avere chiara in mente la sua differenza dalla parola scritta”? Forse si allude alla presenza del disegno? O è piuttosto una predica ottocentesca sulla differenza “di valore” con la parola scritta?

Temo peraltro che il fumetto – detto anche, in alcuni casi, graphic novel – non abbia in programma di usurpare il campo del romanzo. Soprattutto perché le forme culturali non usurpano sovranità. A meno di continuare a intendere la cultura in chiave prescrittiva, come un ambiente in cui la sola preoccupazione è la “legittimità” stabilita secondo una visione gerarchica (avete presente Bourdieu?). Un secolo di dibattito sulla cultura, per Marani pare fermo alla fase pre-moderna.

O forse c’è chi adesso si vergogna di farsi sorprendere con un fumetto in mano e gli vuole dare un nome più nobile.

Vero: questa è una dinamica reale. Ma cosa c’entra con la stigmatizzazione sociale, il bollare di analfabetismo l’uso di una parola dotata di un significato, nato non solo in funzione anti-stigma?

Eppure ci sono fumetti che nel loro genere sono capolavori.

Certo, come ci sono romanzi che nel loro genere sono capolavori. Lapalissiano: romanzi che sono capolavori per il romanzo, fumetti che lo sono per il fumetto. Certo, che esistano fumetti superiori a romanzi potrebbe far gridare al trono letterario “usurpato” dai fumettisti. Black Hole di Charles Burns è meglio di Mare al mattino di Margaret Mazzantini. Capita. Ma questo non si estende sul piano generale: lapalissiano dire allora che romanzo e fumetto (o graphic novel) non sono “in sé” forme culturali in competizione per usurparsi troni a vicenda.

Graphic Novel invece è una contraddizione in sé: sarebbe come chiamare Alphabetical Comics un romanzo.

Già: i romanzi sono parole, i romanzi “a fumetti” sono disegno. Suona banale, lo so, ma per usare categorie classiche, qui c’è il tema della “materia dell’espressione”. Tutto è arte, tutto è narrazione, ma non tutto è uguale. Segnare la differenza là dove è presente il disegno è una necessità descrittiva, non una petizione di principio: Asterios Polyp non è un romanzo dello stesso genere di La musica del caso. Fumetto? Romanzo a fumetti? Graphic novel? Per la scelta, dipende dai casi specifici; ma in generale, per Asterios Polyp vanno bene tutti e tre.

E poi in fin dei conti la Graphic Novel vale molto meno di un fumetto. Perfino il più becero Cristall del vecchio Intrepido o un Supereroica dalla carta ingiallita riuscivano a raccontare onestamente la loro storia con le immagini, ricorrendo a pochissimo testo: appunto, solo un fumetto.

Quanta confusione. Nel credere che il fumetto – in primis quello popolare italiano, che altrove è spesso descritto dagli editori come “fumetto di teste parlanti” – contenga poco testo. O che nel campo del graphic novel ce ne sia di più. O che il ‘valere’ del fumetto, la sua ‘onestà’, si misuri in proporzione fra testo e immagini.

La loro era un’eloquenza della modestia: disegni semplici per storie semplici.

Che bella cosa la modestia. Come quella di riconoscere che il fumetto non si riduce alla semplicità, o di comprendere come la costruzione di una pagina – l’unità linguistica del fumetto – sia un dispositivo che conta più dell’eloquenza dentro a un balloon.

Gli indiani di Tex Willer facevano persino il congiuntivo trapassato con il fumo vero dei loro messaggi in codice, mentre la Graphic Novel è il vorrei ma non posso della finzione letteraria.

La figura retorica di questa proposizione, che implica una comparazione tra due forme di fumetto (Tex e il graphic novel), è ellittica quanto basta a sottrarsi dalla banalizzazione: l’amara ironia sul declino del congiuntivo trapassato, che è caricaturale ed errata. Un ragionamento capzioso, semplicemente.

Solo il disegno non ce la fa a tenere in piedi la storia.

Vero, in diverse opere. Falso, in diverse altre opere. Perché il disegno è narrazione, forma, linguaggio. Che non si giudica con i metri dell’interpretaizone letteraria. Il graphic novel, purtroppo per chi semplifica, è questo: romanzo, e disegno. Insieme.

Serve allora il testo, che però è tutto fumo e niente fumetto: prolisso, contorto, né parlato né scritto.

Il gioco di parole è, qui, vuotamente retorico. Peccato: la retorica è preziosa. Quanto quella del testo nei graphic novel: una retorica grafica, peraltro. Perché sì, come scrive Marani, il testo nel fumetto è spesso “né parlato né scritto”: è disegnato, è allocato in zone della pagina, è dimensionato per apparire naturale, artificiale, immaginato, gridato, flusso sovrastante o suono di sfondo. Nemmeno nel fumetto più semplice il testo è solo *testo*.

Insomma, Parole Disegnate, Sketched Words: questo sì sarebbe un nome appropriato.

Si presenta come una descrizione della natura espressiva del lettering. E invece vorrebbe essere un gioco terminologico. Eterogenesi dei fini. Come quella avvenuta nei fini dell’intervento di Marani. Un lettore sfortunato di progetti noiosamente testuali e letterariamente mediocri. Per questo va certamente compreso: capita.

Tuttavia, questo capita soprattutto quando si procede a tentoni in territori culturali complessi e articolati, senza preparazione, o senza sensibilità – o forse con quella antica visione logocentrica che speravamo superata da qualche decennio (un secolo) di cultura contemporanea.

E allora il solo invito che potrebbe essergli rivolto è a procurarsi fumetti (magari in forma di graphic novel) diversi da quelli che ha scelto come campione rappresentativo per un discorso fuori misura. Fuori Glotta. Che speriamo non finisca col procedere, in futuro, ancora più fuori – fuori strada dalla realtà del fumetto contemporaneo.

36 Risposte

  1. Mi è piaciuto molto quello che hai voluto chiarire al Marani, ma penso che gli hai dedicato troppo immeritato tempo, come si dice da noi, troppa confidena, inutile perchè niente potrà smuoverlo dal suo piedistallo senza sentimenti, emozioni e fantasie, A.

    • oltre al termine, sta diventando mainstream pure il dibattito critico su di esso. E allora mi pare valga la pena, una volta ogni tanto, segnalare i casi più emblematici (e in fondo anche di cui sorridere, come questo).

  2. No Alfonso, non ha sprecato tempo perchè è servito a scrivere la più lucida sintesi sensata e seriamente colta sull’argomento usabile per qualsiasi sciocchezza passata e futura rileggeremo. Otre a segnalarci uno in più da ascrivere agli sciocchi.

  3. Sinceramente l’articolo di Marani mi sembra aria fritta, la versione aggiornata delle solite e vecchissime polemiche riguardo al fumetto ora inteso come genere, ora come sottoletteratura ecc. ecc. Ha scritto parecchie banalità. Mi spiace per lui. Bene ha fatto Stefanelli a smontare e commentare.
    p.s. per la cronaca Cristall usciva su Il Monello.
    otto gabos

  4. Peraltro ho appreso sul libro “Eccetto Topolino” (di cui parlerò articolatamente altrove e in futuro) che Federico Pedrocchi almeno dal 1937 usò pubblicamente l’espressione “romanzo grafico” per designare i fumetti e che negli anni appena successivi altri usarono l’espressione “romanzo grafico a continuazione” (a partire, se ricordo bene dalla lettura, da Guglielmo Emanuel, l’agente esclusivista italiano del King Features Syndicate).
    Quindi di controargomentazioni su questo strambo corsivo di Marani ce ne sarebbero ancora molte altre… che penso verranno fuori nei prossimi giorni, chissà.

    • @Pellitteri: mi hai battuto sul tempo.
      A proposito: “Eccetto Topolino” è appassionantissimo: sono in piena immersione. Leggetelo!

  5. Oddio cosa mi tocca leggere in certi articoli di giornale…Non bastava oggi la notizia che la Rai avrebbe censurato la parola “profilattico” in Radio proprio il giorno dedicato alla lotta e prevenzione dell’AIDS?

    Comunque non trovo sia tempo sprecato…I miei complimenti per il chiarimento!

  6. Un’altra dimostrazione che i mercanti di graphic novel – tanto gli editori quanto gli autori – hanno raggiunto il risultato di far credere a qualche poveraccio che le graphic novel sono qualcosa di diverso dai fumetti.
    Alla base dell’articolo di Marani ci sono le stesse pirlate che scrive chi elogia le graphic novel.

  7. @massimo: per colto immagino tu intenda lo stesso che per Glotta in Marani: un ploblema di natula lettelalia [con tante scuse per la stupidera – è tardi, e passavo per chinatown]. Per il resto grazie: spero che qualche argomento possa tornare utile in futuro.

    @ottogabos: con il riferimento al Monello hai fatto una bella monelleria filologica. Grazie.

    @marco&simone: sìsì, Eccetto Topolino è splendido. E di controargomenti ne suggerisce diversi, e su parecchi fronti.

    @paolocastaldi: oggi va così: Don Verzé autoparagonatosi con Gesù, leghisti che dichiarano ‘sgarbo istituzionale’ gli incontri governo/partiti nel giorno del “parlamento padano”, sparate della Rai e sparate sul graphic novel. Giornata surreale niente male, pare.

    @siviero: amara verità (anche se non concordo sulla generalizzazione: non tutti gli editori di graphic novel sono schiavi della moda), ma anche splendida sintesi sul concetto di “pirlata”😉

    • “Eccetto Topolino” lo sto leggendo. Per il momento mi sembra enormemente ricco di informazioni e di documentazione, ma sospendo il giudizio finché non l’avrò terminato.

  8. […] “Graphic novel è una parola molto di moda? Siamo d’accordo. Ma che si possa sostenere che è un “nuovo limite raggiungo dalla superficialità nella scala Mercalli dell’analfabetismo”, sia detto sommessamente, non so se siamo più d’accordo. Eppure capita di leggere anche questo…” Articolo completo su Fumettologicamente: click qui. […]

  9. A volte ritornano.
    L’unica cosa su cui si dovrebbe essere d’accordo con Marani – da linguista – è l’uso di graphic novel al femminile.
    Il resto è pura supponenza incompetente: semplicemente non ha idea di quello di cui sta parlando, eppure lo fa. Presumibilmente in nome della nobiltà della parola e della sua indiscussa superiorità sull’immagine. Roba d’altri tempi. Bui.

  10. La scala Mercalli mi ha sempre fatto incazzare.

  11. Prima di criticare bisognerebbe saperlo fare un fumetto, saprebbe questo signore disegnare una emozione, un’azione, un profilo femminile triste per es : saprebbe mettere in disegno un noir come 5 è il nr.perfetto di Igort ?
    Questa sua lapidaria presa di posizione mi ricorda tantissimo il mettere all’indice un q.cosa soltanto perchè non piace, roba da perfetti censuratori, cose già viste nelle dittature del ‘900.

  12. non sfugga una cosa importante. scrivendo questo assurdo articolo Marani intendeva, indirettamente, difendere il fumetto.
    Di cui, purtroppo, sembra non avere conoscenze precise.😦

    g.

  13. ben fatto

  14. Dalla Newsletter di DelosStore:

    “[…] La scrittrice è Barbara Baraldi, che scrive per Mondadori e che il Corriere della Sera non ha esitato ad omaggiare definendola “la regina del gotico italiano”. Un talento che per la prima volta si cimenta in un genere – la graphic novel – davvero stimolante.

    È così che arriva nelle librerie Bloodymilla, pubblicato da Delos Books che inaugura per l’occasione una nuova collana dedicata appunto ai romanzi grafici.

    COME UN FUMETTO, PIÙ DI UN FUMETTO

    La forma e la struttura delle graphic novel – o romanzo grafico come si traduce talvolta da noi – è particolare. In realtà non si distingue dal fumetto, da cui senz’altro deriva, se non per una maggiore complessità e lunghezza del racconto. Ma è implicito anche un concetto di autorialità: laddove il fumetto seriale implica magari l’alternanza di più mani e di più teste, il romanzo grafico presuppone una trama più articolata e temi più adulti e complessi. Potremmo dire che sta al fumetto come l’opera sta alla canzone popolare. O come l’affresco al disegno. […]”

    Anche qua ci sarebbe da dire…

    • E’ questo il tipo di discorso su fumetto e graphic novel che sta facendo danni irreparabili, non le sciocchezze di Marani.
      Marani può fare presa al massimo su qualche maestrina delle elementari in pensione. La reazione della maggior parte della gente è il riso o l’incazzatura.
      Invece chi legge robaccia come la newsletter della DelosStore (che poi coincide con quello che dicono autori ed editori italiani di graphic novel) si convince che le graphic novel sono intrinsecamente superiori ai fumetti e non cambierà mai idea.
      L’unica speranza per risolvere questa brutta situazione è che le graphic novel vendano sempre meno e diventino presto un fallimento commerciale. Siamo già sulla buona strada🙂

      • Ma Luigi, magari gli editori mandano in giro comunicati stampa scritti male, come quello della Delos, ma autori italiani che dichiarano: “le graphic novel non sono fumetti”, io non ne conosco.
        Con questo non vogio dire che magari non esistano, ma io non ho mai letto dichiarazioni così da parte di autori.

  15. “[…]Potremmo dire che sta al fumetto come l’opera sta alla canzone popolare. O come l’affresco al disegno. […]”

    Certo che se voleva essere lusinghiero, accostare la graphic novel a forme d’arte morte da 500 anni, o imbalsamate da 100, non mi è sembrato un bel colpo.

  16. Ho trovato giusto e puntuale il tuo intervento.
    Io ho dato il mio contributo all’argomento graphic novel qui: http://www.gud.it/fumetto/graphic-novel.htm

  17. I giganti della Bonelli cosa sono? Grafic novel o prodotto seriale? Che cosa intendiamo per prodotto seriale? “The dark Kight return” e’ un grande romanzo con icone popolari, cosi’ come “Una ballata del mare salato”. Il canone di Sherlock Holmes nasce come prodotto seriale mensile, come tutta la letteratura di genere. Forse che tutta l’Opera Lirica e’ arte? No tanto e’ vero che ne sono rappresentate solo alcune decine e da diversi decenni non se ne producono di nuove. Secondo me, la differenza e’ solo nel fatto che la grafic novel o romanzo grafico e’ un’opera unica con una storia che nasce e termina in quel volume, senza seguito, come un film.

  18. Si tenga presente che molti cosiddetti romanzi a fumetti sono nati programmaticamente come opere seriali, ma di una serialità a tempo determinato.
    La contrapposizione fra “seriale” e “romanzo a fumetti” è sballata in partenza. Trovo davvero sorprendente che ancora non ci sia chiarezza su questioni così ovvie. Mi sa che ci devo scrivere un manuale.

  19. mi sembra che Matteo Stefanelli abbia detto una cosa giusta in un commento passato, sempre sulla questione del/la graphic novel:
    “I graphic novel sono sempre volumi a fumetti? Certo. Ma non tutti i volumi a fumetti sono graphic novel.”.. e sono d’accordo.

    un racconto per bambini, di quelli che ogni due paginette c’è un disegnino, o di quelli illustrati ogni pagina con una didascalia narrativa qua e là, sono fumetti? non direi anche se possono rientrare nella narrazione per immagini.. perché un fumetto è un “racconto” con “disegni sequenziali” e scritte. Differisce dall’illustrazione che descrive più che raccontare. Il fumetto narra. E lo fa con disegni e scritte. A seconda del genere e dello stile, c’è chi narra maggiormente con i disegni e chi lo fa con molte scritte, chi in modo equo.
    Il graphic novel è, come osserva anche Marco Bello, più un libro a sé, più un progetto indipendente, auto-conclusivo, non seriale(inteso come topolino e non come detective dante), d’autore e quindi in primis meno di intrattenimento; è più il voler raccontare una storia con una personale weltanschauung.
    Uno dirà:” ma anche Schultz, da solo, esprime una sua visione del mondo con le sue Noccioline!”, si, ma sono strisce, prive di una storia a sé auto-conclusiva, prive della volontà di parlare di una tematica in particolare. Forse che nel romanzo grafico non distinguiamo i sottogeneri? può esserci un graphic novel di fantascienza? si, l’Eternauta. e uno umoristico? forse Bone? ecc. ma allora davvero è una moda e possiamo rietichettare molti fumetti come graphic novel anche a posteriori. Il punto forse è sulla forma del contenuto.
    Intuitivamente mi è facile distinguere un graphic novel da un altro genere di fumetto, tutto sta nella relazione, ché in modo assoluto anche un rosso può essere un arancione. Ma per metterli, i paletti dell’assoluto (inteso semplicemente come definire), penso alle cose in comune che hanno tutti quelli che considero gn, e vedo la presenza di: autorialità, un autore che indipendentemente vuol raccontare la sua visione del mondo riguardo un argomento importante, profondo; target adulto, ma non inteso come non adatto ai bambini, ma costituito da una forte caratterizzazione psichica-emotiva dei personaggi, in relazione con il mondo, con sé stessi e con dei drammi, che solo con una certa esperienza e predisposizione intellettuale da parte del lettore si può affrontare: un ragazzo di 15 anni può non capire il senso di ciò che è narrato in Watchmen (secondo me anche chi ha più anni a volte, come in un romanzo letterario), mentre può capire quello che si racconta nei Peanuts o in Dragon Ball; interezza e unicità, la presenza completa di quella storia, lì e solo lì (quindi anche di una certa longevità); e devono essere compresenti almeno tutti e tre questi (sicuramente ci sono anche altre caratteristiche), se manca uno secondo me non è un gn.

    ultima cosa: per il discorso sul genere del gn, sono d’accordo sul fatto che (riflettendo sull’affermazione di Daniele Barbieri sul suo blog http://guardareleggere.wordpress.com/2010/02/26/del-fumetto-prima-del-fumetto/) novel derivi da novella e quindi si potrebbe/dovrebbe usare “la”, ma visto che in italiano diciamo romanzo grafico forse è giusto anche “il”, ma non sono d’accordo sul fatto che “è l’uso che fa la regola, e non viceversa”, perché secondo me è l’uso “corretto” che fa la regola.. altrimenti, perché molti usano non mettere il casco, regola vorrebbe poterlo non mettere, o perché scrivono “un pò” con l’accento allora sarebbe corretto così, ecc.. per le altre parole come samba, sauna o weltanschauung, mi sembra naturale usare l’articolo che useremmo con la traduzione letterale della parola: la sauna è una sorta di dimora invernale, la samba è una danza, la weltanschauung una visione del mondo, una ideologia… il film è strano in effetti, forse è inteso come prodotto, ma io intravedo anche un istinto ad usare articoli che vadano bene con la parola in sé: samba e sauna finiscono con la “a” e molte parole italiane di genere femminile hanno questa caratteristica, mentre quelle che finiscono per consonante come sport, film, jeans, ci ispirano il maschile, forse perché più vicino al neutro nell’italiano, come quando si usa dire “l’uomo” per indicare l’umanità, uomo e donna.. per questo forse vien da dire “il” graphic novel, ma a me sembrano corrette entrambe, come il wii o la wii.. possono coesistere, come obiettivo e obbiettivo..

    • Parole molto assennate, Qumodink!
      Aggiungo solo che il genere maschile in italiano della parola “film” non è un’anomalia; le lingue naturali sono tali perché non sono create con regole ferree a priori. In molti testi di cinema e teatro, specialmente con qualche anno sul groppone, si usa la parola “gag” al maschile; oggi è invalso invece l’uso al femminile. Il gag al maschile è traducibile come “lo scherzo”, “il momento comico”, al femminile invece come “la scenetta”, “la battuta”.
      Con la parola film, è vero che l’accezione più comune è di “pellicola”, ma in italiano le parole che terminano con una consonante spesso vengono declinate al maschile (per un maschilismo intrinseco della cultura, e quindi anche di quella linguistica, italiana); tanto più che molti anni fa, in tempi di autarchia, si scriveva spesso “il filmo”, aggiungendo la o finale a italianizzare la parola. Inoltre, se è vero che la parola significa in genere “pellicola”, in italiano ci sono dei sinonimi maschili come “velo” o “strato [sottile]”. Certo è che la storia delle parole non è scritta a priori.
      In ogni caso è andata così: non ci possiamo fare più nulla.
      L’espressione “graphic novel” invece è un’altra cosa, perché l’uso si sta diffondendo in questi anni, quindi la diatriba sul maschile o femminile non viene condotta a posteriori, ma nel momento stesso in cui la parola sta acquisendo un suo posto nel lessico italiano. Da qui l’insistenza con cui gli studiosi e i critici professano la preferenza per il maschile o il femminile. Non condivido la motivazione con cui Barbieri predilige il femminile, ma di questo abbiamo già parlato altrove e non ripercorro quelle nostre rispettive linee di ragionamento, perché nessuno dei due ha convinto l’altro.
      Barbieri ha invece ragione (anzi, dirò di più, è un suo insegnamento che ho incamerato in una nostra chiacchierata) senza riserve sulla questione delle regole a posteriori: nelle lingue naturali è così. Più un uso (anche “sbagliato”, visto hic et nunc) si diffonde, più acquisisce statuto. La lingua si trasforma in continuazione e quello che oggi ci sembra un lessico normale non è altro che il frutto di innumerevoli contorsioni, modifiche e “involuzioni” (ma in realtà, sono sempre e solo cambiamenti senza un segno positivo o negativo) delle parole. Un altro discorso sarebbe da fare per la sintassi e le voci verbali, perché una sintassi più semplice, dicono i linguisti e i neuropsicologi, determina modalità di articolazione del pensiero meno complesse e quindi meno sofisticate e sottili. Ecco perché noi italiani in media sembriamo più intelligenti dei francesi: quelli hanno eliminato il congiuntivo imperfetto!🙂

  20. Minchia, Stefanelli! Sono andato a guardare su wikipedia chi è Marani. Uno studiosone: ha progettato l’europanto. Mica cazzatelle! La lingua di Jar jar.

    Cmq, ha ragione. Un lettore di graphic novel sa fare quasi tutto quello che fa un lettore di fumetti. Solo ci mette un po’ più di tempo.

  21. Pezzo sbalorditivo! Un bel concentrato di castronerie. Ma di che fumo va parlando, sul serio?

  22. …”raggiunto”

  23. Ma… mi pare molto semplicemente che l’articolista non abbia proprio capito cosa sia la Graphic Novel. Come se io mi mettessi a sparare giudizi su tendenze contemporanee del gioco del golf.

    La colpa é del Fatto che spaccia ignoranza facendola passare come una riflessione sulla cultura. E di Marani che, a quanto pare, ostenta una ignoranza colpevole e non se ne cura

  24. […] è stato infatti debitamente commentato dal blog Fumettologicamente, per cui rimandiamo a quell’analisi puntuale, a cui non c’è molto da aggiungere. Contestualmente a quell’articolo Marani è stato […]

  25. […] è stato infatti debitamente commentato dal blog Fumettologicamente, per cui rimandiamo a quell’analisi puntuale, a cui non c’è molto da aggiungere. Contestualmente a quell’articolo Marani è stato […]

  26. […] crescente del termine “graphic novel”, come abbiamo visto anche di recente, suscita ormai anche l’attenzione dei linguisti di professione e, in generale, degli […]

  27. Il Fumetto e il caso graphic novel…

    un particolare genere di fumetto, vicino (dopo ci sono anche i limiti), per caratteristiche formali e contenutistiche, al “romanzo” o “novella”, realizzato al modo, però, della nona arte…

  28. […] tema non è nuovo da queste parti. Per esempio, ne ho discusso qui, qui e qui (by Gipi), con l’aggiunta di qualche commento qui e qui. Ma per tenerlo vivo […]

  29. […] “Graphic novel è una parola molto di moda? Siamo d’accordo. Ma che si possa sostenere che è un “nuovo limite raggiungo dalla superficialità nella scala Mercalli dell’analfabetismo”, sia detto sommessamente, non so se siamo più d’accordo. Eppure capita di leggere anche questo…” Articolo completo su Fumettologicamente: click qui. […]

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