Wilhelm Busch: dalla pittura fiamminga a Max und Moritz

In un recente viaggio a Berlino, a un giornalista capita di visitare un museo, e di imbattersi nei lavori di uno dei più importanti fumettisti della storia: Wilhelm Busch.

Le ragioni per cui credo valga la pena parlarne, sono diverse:

  • per la centralità assoluta nella cultura tedesca, come ponte tra la genealogia delle fiabe e quella del fumetto, con le sue filastrocche (Bildergeschichte) ancora oggi patrimonio diffuso della tradizione di narrativa per bambini
  • per la sua enorme influenza fumettistica su entrambe i versanti dell’Oceano Atlantico, negli Stati Uniti (con i Katzenjammer Kids ispirati ai suoi Max und Moritz) come in Francia o Italia (con innumerevoli imitazioni / calchi / plagi)
  • per lo spirito eclettico, che ne fece un fumettista e uno scrittore, ma anche un pittore degno di nota
  • e perché, in fondo, Busch è uno di quei giganti dimenticati della storia del fumetto di cui è bello, ogni tanto, ricordarsi.

Ringrazio quindi Renato Pallavicini – autore della rubrica di fumetto “Il calzino di Bart” per l’Unità – che al ritorno da Berlino ha scritto il breve contributo che segue.

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Capita durante un viaggio a Berlino, capita visitando l’Alte Nationalgalerie. Capita, insomma, nell’estenuante e un po’ stordente (sindrome di Stendhal?) scorrere delle sale, delle pareti, dei quadri, di imbattersi in due piccoli dipinti che attirano la mia attenzione. Il primo ritrae due ragazzini seduti uno accanto all’altro, un po’ di spalle e che indossano dei grembiuli (il titolo, Die beiden Schusterjungen, li definisce «giovani calzolai».

Quello a sinistra ha un naso a patatina e guance paffute, quello a destra un naso triangolare e ciuffi ribelli: tutti e due, pur in pose un po’ dimesse, lasciano trasparire dagli occhi socchiusi una vivacità birichina. L’altro quadro, accanto al primo, fissa sulla tela un povero interno contadino con una donna che cerca di imboccare un paffuto e recalcitrante bambino (il titolo, tradotto, suona «Piccolo ma testardo»). Anche in questo caso, visi, espressioni e atteggiamenti mi ricordano qualcosa di già visto che non so ben definire.

Poi mi avvicino per leggere le etichette dei due dipinti, eseguiti intorno al 1875, e scopro l’autore: Wilhelm Busch. Sì, proprio lui, quello di Max und Moritz, i due tremendi e perfidi monelli protagonisti di sette atroci scherzi e atrocemente macinati e mangiati dalle oche.

Di Max und Moritz, eine Bubengeschichte in sieben Streichen, uno dei fumetti “delle origini” più celebri, e della filiazione da Max e Moritz di generazioni di ragazzini terribili a fumetti (a cominciare dai Katzenjammer Kids – i nostri Bibì e Bibò – di Rudolph Dirks), si sa molto.

Wilhelm Busch, autoritratto

Un po’ meno – almeno chi scrive – sapeva del suo creatore, Wilhelm Busch (1832-1908), poeta, umorista e, come ho appreso, anche discreto pittore. Le biografie ci raccontano di un’infanzia di stenti, tanto che i genitori lo affidarono alle cure di uno zio; ma anche delle scorribande in compagnia di Erich Bachman, figlio del mugnaio del paese, che sarebbero la «fonte» delle storie di Max und Moritz. Nel catalogo dell’Alte Nationalgalerie, a proposito di Busch pittore, si scrive che fu influenzato da pittori come Adriaen Brouwer (1605-1638), pittore fiammingo e Frans Hals (1580-1666), artista olandese e dagli artisti suoi contemporanei, raccoltisi attorno al pittore Wilhelm Maria Hubertus Leibl (1844-1900), affini per stile e tecnica agli impressionisti e con punte di realismo alla Courbet. Analoghe «impressioni» e «realtà» che Wilhelm Busch, pescando da fonti iconografiche distanti, sembra aver riversato nella sua pittura e nelle sue straordinarie vignette.

un dipinto di Adriaen Brouwer

un dipinto di Frans Hals

un dipinto di Wilhelm Maria Hubertus Leibl


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