Hanno ucciso Topolino

Il dibattito ormai decennale sulla “normalizzazione disneyana” sembra riemergere con un nuovo colpo d’ala. Almeno in Francia.

E’ uscito infatti pochi mesi fa un libro intitolato L’Assassinat de Mickey Mouse, in cui Pierre Pigot (storico dell’arte) sostiene la tesi di un’evoluzione del personaggio di Topolino che lo avrebbe snaturato, dalla fase contestataria delle origini a quella conformista odierna.

Nell’universo disneyano, secondo la lettura sociopolitica di Pigot:

vediamo dei personaggi sistematicamente spogliati della loro forza, altri sottomessi a un ordine del giorno bellicoso e propagandista, un’opera grafica sabotata da diktat finanziari

Naturalmente il primo responsabile di questa parabola sarebbe lo stesso creatore:

L’assassino non è altri che Walt Disney stesso, un Disney che ha sacrificato i poteri dell’arte per attribuirsi i poteri del denaro e del consorzio audiovisivo

Insomma, ho appena iniziato a leggere il libro, ma la diagnosi di Pigot pare fosca. E tutt’altro che immotivata: con il turning point del New Deal e soprattutto della Seconda Guerra Mondiale, l’identità della creazione di Walt Disney cambiò profondamente. Anche se i toni francofortesi dell’analisi suonano caricaturali:

dans ce vaste univers bruyant et aveuglant que constituent ce que Adorno & Horkheimer appellaient les « industries culturelles », plutôt qu’une masse indifférenciable d’images univoquement jugées médiocres ou perverties, donc subsumables dans la seule idée d’un pouvoir aculturisant (Debord), il existe une constellation de singularités, de possibilités de création authentique, perdues au milieu de la médiocrité ou de la répétition, mais apparaissant malgré tout au cœur de ces mêmes appareils de pouvoir, et qui nécessitent donc, pour qu’on puisse les distinguer, que notre attention critique ne se voile pas des préjugés méprisants du « grand art », mais prenne le risque d’y plonger un regard à la fois critique et généreux, afin le moment venu d’être là lorsque l’événement créateur voit le jour, inattendu et merveilleux.

In tutto questo processo di normalizzazione, Pigot riconosce però il contributo di alcuni autori disneyani, che avrebbero portato un’energia diversa, e non altrettanto normalizzante, mentre Topolino viveva questa pesante torsione simbolica. Si tratta di Carl Barks e Don Rosa, il fondatore (e il seguace/erede/imitatore) dell’epopea dei ‘paperi’, il cui contributo ha forse mantenuto in vita un residuo importante di quella energia iniziale.

E anche su questo, effettivamente, tocca dargli ragione.

14 Risposte

  1. Troppe storie sbagliate di Topolino hanno prodotto questa errata percezione. Ma Topolino non è questo. E se l’autore non nomina nemmeno Scarpa (UN nome, su tutti) non sa di cosa parla.
    Quanto a me, questa battaglia mi ha spossato. E preferisco che siano le mi storie di Topolino a parlare per me (e per lui), e non io per loro.

    • il piano su cui Pigot si pone non riguarda la qualità – diciamo narrativa o estetica – delle storie (Scarpa non lo ho visto ancora nominato, ma non c’entra, insomma).
      Pigot fa una comparazione sull’identità sociale del personaggio, che è veramente diversa tra gli anni 30 e oggi. E questo non si può dire che sia sbagliato: alle origini il topo non era un figlio della classe media urbana.
      Ovviamente Pigot non ha mai letto Faeti. Ma questo è un altro discorso.

    • concordo Tito!

  2. e cito: “questo è topolino, questa è casa sua.”

  3. Ma non è una banalità che un personaggio in 80 anni perda le eventuali caratteristiche contestarie e si conformi, magari contribuendo a modificare un poco l’ambiente in cui “vive”. A me sembra una cosa normale, Diabolik uccideva la gente, Tex Willer si chiamava Tex Killer, le Tartarughe Ninja erano in bianco e nero… Non so, le istanze che durano molto a lungo perdono inevitabilmente le componenti rivoluzionarie, in linea di massima le rivoluzioni diventano dittature, quindi io mi riterrei gia fortunato sul conformismo. Magari il libro è interessante, ma la tesi mi sembra un po’ hot water.

    • concordo con gio: è la scoperta dell’acqua calda. Importante però anche non illudersi che sia rimasto uguale. E capire in quale direzione è cambiato.

  4. I personaggi seriali vivono di riscritture. E’ nella loro natura industriale (il fisiologico alternarsi di autori diversi, l’evolversi degli stili e dei contesti nel tempo,etc.) e direi anche “filosofica”.
    Se Topolino fosse rimasto lo stesso di 70 anni fa, probabilmente non sarebbe sopravvissuto. In definitiva non sarebbe Topolino.

    Se è tutta qui la tesi del libo di Pigot, mi risparmio la fatica e passo direttamente la pratica a Pepe Carvalho🙂

  5. Tito e Laura. La riscrittura di Topolino in direzione normalizzante c’è stata eccome. Mi riservo di leggere il libro. Comunque: Pigot non avrà mai letto Faeti, ma di sicuro, da quello che ricavo dealla breve presentazione di Matteo, sull’argomento ha letto e il pezzo di Stephen Jay Gould sull’evoluzione grafico-biologica in direzione neotenica di Topolino (lo trovate nel suo libro il pollice del panda) -e ti dovrebbe interessare Tito, perchè è vero che si ferma al 1983, ma spiega anche perché i Paperi, meno soggetti a questa evoluzione biologica (merito di Barks?) hanno mantenuto quella libertà che ti ha permesso poi di fare una cosa come PK -che ha funz<ionato, per un po', a differenza di MMMM- e, di carattere più socicosico, il librone di Finch (sebbene troppo caro: circa 90,00 euro).
    salud

  6. Una cosa che Tito dimentica è che l’autore è francese quindi gli mancano quasi completamente le basi sulla produzione di fumetti italiani.
    Le storie di Scarpa, fuori dall’Italia sono ben poco note e solo recentemente l’autore sta riuscendo, seppur tra mille difficoltà, ad emergere. Purtroppo la grande sfortuna *personale* dell’autore veneziano (ma, nel contempo la grande *fortuna* della Disney Italia) è stato il fatto che ha prodotto in contemporanea a Barks ma qui da noi, quindi il suo nome e la sua produzione è circolata poco, discontinuamente (mi sembra che le prime storie serie di Scarpa ad uscire all’estero siano parallele alla ristampa anastatica dei Classici dalla fine degli anni 70) e con un pesante gap che lo stesso Barks non aveva.
    La grande fortuna di Don Rosa è che questi ha saputo/potuto fare cose che agli autori italiani è, se non vietato almeno caldamente sconsigliato, proprio perché autore statunitense.
    Inoltre l’opera di Don all’estero è pluri-ristampata in modo continuativo, cronologico e su testate alla portata di tutti, soprattutto in Francia dove volumi con le storie di Barks e Rosa escono mensilmente sull’analogo “Zio Paperone” (Picsou Mag.)
    Insomma, Tito, capisco la tua remora, ma questo saggio – pur probabilmente non essendo salvabile – andava quantomeno inserito nella sua realtà storica e culturale.
    E in Francia la realtà culturale sono il Topolino con i calzoncini corti dei danesi e, in precedenza, delle storiacce dello Studio Disney firmate Tello-Team o Diaz Studios). Scarpa è lontano anni luce, insomma.

    • “Una cosa che Tito dimentica è che l’autore è francese quindi gli mancano quasi completamente le basi sulla produzione di fumetti italiani.
      Le storie di Scarpa, fuori dall’Italia sono ben poco note e solo recentemente l’autore sta riuscendo, seppur tra mille difficoltà, ad emergere.”

      Allora il tipo impara l’italiano o lascia perdere.

  7. Però gli Italiani non conoscono ( o conoscono poco) Claude Marin, affermatissimo e valido collaboratore de ” Le journal de Mickey” che, in un certo senso, avalla le teorie di Pigot.

  8. boris: il tuo suggerimento di lettura su JayGould pare splendido.

    AMZ: non so tu, ma io sono tra quelli che – Don Rosa sì, okkey amare Barks, ma meglio l’originale.

    Fabrizio: hai stra-ragione: Marin non vale una cicca, rispetto ai ‘Disney italiani’. Però il Journal de Mickey, per altri versi, è anche più coraggioso di Topolino. Se riesco, sett. prossima faccio un post.

  9. […] de Mickey Mouse) è stato segnalato, qualche giorno fa, nel blog Fumettologicamente (click qui per leggerne la recensione) e potrebbe interessare chi fosse intenzionato a ragionare su come quei […]

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