Un tratteggio leggermente inquietante (anteprima)

Uno dei maggiori disegnatori del Novecento, diceva di sé:

Non so perché, ma lo scopo della mia vita consiste nell’instillare un disagio generale. Penso che il disagio sia una reazione dovuta verso questo mondo.

Era l’americano Edward Gorey. Su di lui ho recentemente letto – e guardato e riguardato – il catalogo di una mostra retrospettiva, organizzata dal Brandywine River Museum di Chadds Ford, in Pennsylvania.

Parentesi aneddotica: il Brandywine è un posto alquanto sconosciuto ma prezioso, perché ospita le maggiori collezioni dei pittori e illustratori N.C. Wyeth e Andrew Wyeth. E A. Wyleth è quello tanto amato da Charles Schulz, spesso citato nei Peanuts: in una striscia Snoopy lo preferisce persino a Van Gogh:

Ma torniamo al libro. Che non è una vera e propria monografia, approfondita ed esaustiva. Quel che offre è piuttosto uno sguardo d’insieme sul lavoro di questo gigante del disegno. Nel testo di accompagnamento alla mostra, la curatrice – e amica di Gorey – Karen Wilkin lo presenta come un maestro di atmosfere:

I suoi disegni mostrano spesso un gruppo di personaggi facilmente riconoscibili che l’artista utilizza alla stregua di maschere della commedia dell’arte. La sua penna tratteggia instancabile un mondo di uomini in smoking, vamp piumate e bambine con i fiocchi tra i capelli, rigide governanti, giovanotti in giacche a righe, personalità in cilindro, gelidi maggiordomi e maschiacce dalle lunghe collane di perle. Gorey evoca dive dell’opera con i loro fan infatuati, sinistri impresari, bambini crudeli e angelici, gatti antropomorfi e creature innominabili, sia benigne che minacciose, che popolano gli interni e qualche occasionale panorama misterioso. Il quadro temporale sembra nascere dalla fusione tra le epoche vittoriana ed edoardiana, con sporadiche incursioni nei ruggenti anni ’20. Lo scenario può essere o non essere inglese: quel che è certo è che si caratterizza per la presenza di interni claustrofobici e stranamente démodé traboccanti tappezzerie chiassose e inesorabili stanze pannellate dove felci e aspidistre occhieggiano da vasi elaborati, le capezziere proteggono poltrone trapuntate e i tendaggi sono fissati con fiocchi opulenti. Quando i personaggi si avventurano all’esterno, superando i cancelli in ferro delle loro dimore vagamente inquietanti, indossano enormi cappelli con veletta e pellicce alla caviglia, guidano biciclette antidiluviane e automobili aperte da avviare a manovella. I gatti e le altre indescrivibili creature hanno comportamenti umani o rimangono nascosti.

L’atmosfera, in Gorey, è l’effetto non solo di un gusto idiosincratico per oggetti e ambienti, ma anche di una non comune abilità nel disegno. Più precisamente, del suo eccellere in un suo aspetto: il tratteggio. Riprendo la Wilkin:

Il tratteggio urgente e meticoloso di Gorey spazia dalla pietra alla pelliccia, dalle tappezzerie sgargianti sino al broccato della stola da sera di un acclamato soprano. Lo spettro dei grigi creato dalle texture nei disegni più accurati è paragonabile a quello delle migliori stampe fotografiche d’epoca. Ne L’ala ovest (The West Wing, 1963), una delle opere più belle e poetiche dell’artista, il testo è assente e il significato è affidato alle sole immagini. (L’ala ovest è dedicato al critico Edmund Wilson, un ammiratore che scrisse la prima importante ed entusiastica recensione del lavoro di Gorey per il New Yorker nel 1959. Sostenendo che Wilson lo aveva sempre castigato per la sua prosa, Gorey scelse di dedicargli un libro senza testo per prevenire ulteriori rimproveri.) Provocatori, quanto mai vari e inquietanti, i disegni de L’ala ovest trasportano il lettore negli angoli di stanze spoglie, talvolta tappezzate, talvolta con pannellature barocche, talvolta arredate con eleganti tappeti. Una rampa di scale sembra non condurre da nessuna parte, tre scarpe sportive giacciono abbandonate sotto una finestra, le porte si aprono su spazi incomprensibili, un mare interno, profondo sino alla vita, occupa una stanza pannellata, alcuni indumenti, o forse fogli, fluttuano nell’aria, un uomo nudo in pantofole osserva il vuoto oltre una balaustra. Non accade nulla, ma l’aura di inquietudine e vibrante silenzio evocata dalle immagini, unita alla pura bellezza dei tratteggi, fanno di questo libro uno dei più convincenti.

Per gli appassionati adepti del “culto goreyano”, al di là del piacevole e informato profilo biografico-critico della curatrice, l’interesse di questo libro tradotto in italiano – chi l’avrebbe mai detto? – è nel fatto che Raffinati Enigmi. L’arte di Edward Gorey (Logos Edizioni) mostra per la prima volta in Italia alcuni lavori e materiali mai visti, né ai tempi di Linus, né nelle varie raccolte per Rizzoli o per Adelphi. Ne segnalo [chiamiamola “anteprima in ritardo di 10 giorni”] tre.

1) The Nursery Frieze (1964, ‘Il fregio della cameretta’). Scrive la Wilkin:

Esperto di parole arcane, tra i volumi di cui è più soddisfatto annovera The Nursery Frieze, una parata di strane creature che declamano parole come “cremagliera” e “febbrifugo”. Gorey ammetteva di impazzire sulla prima frase di un testo finché non si sentiva abbastanza soddisfatto da completare l’intera storia con poche parole. Solo in seguito cominciava a disegnare. “Devo aver sistemato la prima frase per poter passare alla seconda e così via. Mi capita di riempire centinaia di pagine con versioni diverse della prima frase”, dichiarò in un’intervista esagerando come sempre, ma poi aggiunse, contraddicendosi come spesso gli accadeva: “non di rado elimino la prima frase e inizio direttamente dalla seconda”.  (Sebbene si descrivesse spesso e volentieri come “un uomo da siesta”, lavorava molto e con regolarità, battendo a macchina pagine e pagine di alternative per suoi libri da archiviare per utilizzi successivi. Talvolta sviluppava queste idee come piccole immagini estremamente schematiche, simili a storyboard in miniatura che a volte nemmeno lui riusciva a decifrare).

2)  The Haunted Tea-Cosy (1997, “Il copriteiera stregato”). Sempre parole della curatrice:

La parodia del Canto di Natale di Charles Dickens occupa un posto speciale tra le sue interpretazioni del lavoro di famosi scrittori. Originariamente commissionato come strenna natalizia dal New York Times (che annullò gli impegni assunti verso tutti gli altri artisti affidandosi all’inventiva di Gorey), Il copriteiera stregato deve chiaramente molto a questo classico abusato, pur inoltrandosi in territori tipicamente goreyani. Fortunatamente il piccolo Tim non c’è. Scrooge è dipinto come un tirchio solitario alle prese con un insetto dalle molte zampe, detto Bahhum, il cui ruolo è “promuovere il didatticismo”. Vari “personaggi oscuri, ma trasparenti”, identificati come lo spettro dei Natali mai stati, lo spettro dei Natali che non sono e lo spettro dei Natali che non saranno mai, mostrano al recluso alcune scene “toc- canti”, “angoscianti” e “strazianti” tra cui il ritrovamento della tappezzeria mancante. Pro- fondamente commosso da quanto mostratogli dagli spettri, Scrooge organizza una festa in cui “si ride, si balla e si grida e, al calar della sera, si sfiora l’indicibile”.

3) Le “buste illustrate”. Un tipico materiale da esposizione, qui azzeccatissimo, perché dimostra la “bulimia disegnativa” di Gorey, quel piacere a disegnare un po’ dappertutto, fin dalla giovinezza:

Nel 1948, durante il suo soggiorno ad Harvard, Gorey decorò le buste inviate alla madre con scene e figure che anticipavano lo stile della maturità. Ciò appare evidente soprattutto nelle figure umane, sorprendentemente simili a Mr Earbrass, il protagonista della sua prima pubblicazione, L’arpa muta. Le buste dipinte sono qui pubblicate per la prima volta.

Secondo Max Ernst, “il lavoro di Edward Gorey’s è notevole e misterioso. Lo trovo affascinante”. Per Oskar Kokoschka era semplicemente “sublime, assurdo e mistico”.

Meno di un anno fa, a breve distanza dalla riedizione della sua biografia The strange world of Edward Gorey, lo scrittore Alexandre Theroux diceva “in vita ebbe un riconoscimento davvero scarso per il proprio lavoro. Ho sempre pensato che questo abbia dell’incredibile”. Forse questa mostra, attraverso il suo catalogo, un contributo lo ha dato: anche in Italia è finalmente disponibile un testo di riferimento sul suo percorso artistico.

D’altra parte, opere a parte, ci ho trovato una delle più belle autodefinizioni mai sentite da parte di un autore di libri disegnati:

Penso ai miei libri come a romanzi vittoriani accartocciati.

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Bonus track: una visita della casa-museo “Edward Gorey House“:

2 Risposte

  1. perchè per rileggere gorey devo andare a rintracciarli nei linus (o era alterlinus) di metà anni settanta, perchè?

  2. gorey fa pensare all’autunno, anzi all’inverno sotto le coperte a leggere storie di mostri e gente strana. In pratica, una figata. Se si decide ad arrivare, ‘sto autunno…

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