Francia: arriva la quarta major (indipendente?)

Per l’editoria fumettistica francese, è la notizia del mese: Delcourt ha acquistato una quota di maggioranza in Soleil.

Alcuni dettagli in più qui e qui. In sostanza, dopo anni di collaborazione (20 anni fa la gestione condivisa dei diritti esteri, dal 2003 la logistica e distribuzione comune con DelSol, che tutt’ora serve anche altri marchi come Futuropolis, Humanoids Associés, Panini, Bamboo), i due editori si preparano a diventare una struttura unica.

Oltre alle ragioni legate alle sinergie gestionali (costi, organizzazione, logistica) ha pesato sulla decisione la sempre più scarsa motivazione del proprietario di Soleil, Mourad Boudjellal, la cui attenzione negli ultimi anni si è andata rivolgendo sempre più ad altre attività. Ovvero il rugby, come primo azionista e presidente della squadra della sua città, Toulon: “ero frustrato dal non potermi occupare della squadra per più del 20% del mio tempo. Ora diventerà il contrario”, ha detto.

Il nuovo gruppo editoriale diventa così il quarto, per fatturato (dati 2009: circa 50 mln di euro, più 4,5 di DelSol), del mercato francobelga. Dietro a Média-Participations (Dargaud, Dupuis, Lombard), Glénat e Casterman, ma da quest’ultimo non più così distante.

Un dettaglio curioso, infine. Guy Delcourt, attraverso il comunicato stampa ufficiale, ha voluto dichiarare: “diventa così il primo gruppo indipendente del mercato francofono del fumetto”. Indipendente? E da chi?

E’ sempre interessante osservare come gli operatori autopercepiscano la propria posizione rispetto al settore di riferimento. Ed è vero che, oggi, mentre i tre altri gruppi sono parte di più ampie e differenziate media companies, Delcourt e Soleil non sono che “editori puri” di fumetto.

Ma che questo configuri, per un gruppo presente anche nella distribuzione (e per parecchi altri editori ‘medi’), e in un contesto storico in cui gioca da protagonista (la sola Delcourt occupa circa il 10% del mercato), una posizione da ‘indipendente’, beh, è una autodefinizione pressoché retorica.

Il nuovo gruppo è ormai la quarta (terza?) forza del fumetto francofono. E dovrà imparare a comportarsi da major – altro che indipendente.

7 Risposte

  1. Non credo che Guy Delcourt intendesse indipendente in senso “indie” (opposto a mainstream), il che sarebbe ridicolo: di indipendente in quel senso c’è al massimo la collana Shampooing diretta da Trondheim (anche se Menu, che citi altrove, ovviamente non sarebbe d’accordo nemmeno su questo). Il termine indipendente è tuttavia corretto rispetto al panorama francese, dominato da gruppi giganteschi e transmediali, quotati in borsa e con imperativi finanziari, mentre Delcourt rimane una grossa azienda a gestione familiare. Nello stesso modo si dice di Gallimard che è il primo editore indipendente, anche se si tratta di un gruppo piuttosto potente. Ma un dibattito sul concetto (e sul mito) d’indipendenza nell’industria culturale e nel fumetto, magari appunto proseguendo le riflessioni di Menu, sarebbe certamente interessante farlo.

    • certo, sono anche io convinto che il riferimento non sia ‘indie’ (come credo non sia indie la collana Shampooing, per inciso).

      Ma è proprio questo il punto che sollevavo: che valore ha dirsi allora ‘indipendente’, se sei la 3a o 4a major? Se il mercato lo “fai” tu, perché questo affanno a distinguersi su un piano ‘proprietario’?

      Cosa distingue Delcourt/Soleil da marchi integrati in media companies grandicelle ma non enormi (chessò: MediaPart o Glénat), se i suoi azionisti hanno diverse altre attività variamente collegate, tra distribuzione (Delsol), immobiliare (edifici di alcune società del gruppo), librerie (piccole, ma storiche), oltre che nello sport (rugby), nell’advertising, e qualche ovvia micro-holding di controllo (con cui fare altri investimenti)?

      Perciò i proprietari sono diversi, sì. Ma i profili societari sono analoghi: azionariato composito, di matrice familiare, con vari livelli di diversificaizone e integrazione.

      Dunque no: questi gruppi non si distinguono per quasi nulla. Non più.

      Se non per i residui di una memoria che guarda all’indietro. E per qualche malcelato velleitarismo (noi più ‘editori puri’ di voi). Simboli, e retoriche, che non hanno più ragione di esistere. E anzi, potrebbero rivelarsi la vera palla al piede – nella cultura aziendale di D+S – per un gruppo che dovrà lavorare in modo sempre più competitivo. E iniziare a distinguersi con discorsi che indichino strategie, più che generiche affabulazioni da ‘indipendenti’ che furono, e non sono più.

  2. Hai ragione quando dici che editori come Delcourt “fanno il mercato”. Il termine “indipendente” suona allora forse improprio o ipocrita, eppure é di uso comune in questa accezione sul mercato francese. Secondo me é comunque possibile fare una distinzione qualitativa, oltre che quantitativa, a questo livello. Ho trovato una citazione che lo spiega bene:

    “La notion d’indépendance fait référence au fait que bon nombre de maisons d’édition sont aujourd’hui possédés par des groupes financiers, par des acteurs ayant une autre logique qu’une logique purement éditoriale, ayant surtout des obligations de résultat imposés par des actionnaires : exigence de retours sur investissement sur le court terme, attente d’une marge bénéficiaire alignée sur les demandes exigées par les marchés financiers. La marge bénéficiaire attendue par ces actionnaires est à deux chiffres, bien supérieure aux bénéfices classiquement dégagés par une maison d’édition inscrite dans un projet culturel. ” (http://mediadix.u-paris10.fr/cours/Edition/205Maisonsindependantes.htm)

  3. Secondo me si: una cosa sono gli imperativi economici e un’altra gli imperativi finanziari!

    • posto che sia sempre vero (e non lo è), sto al gioco. E però ricordo di stare ai fatti, che sono:
      – né MediaPart né Glénat né Delcourt/Soleil sono parte di gruppi quotati in borsa (solo Casterman lo è)
      – lo stesso più grosso editore, MediaPart, è al 70% circa nelle mani di un solo azionista (Vincent Montagne)
      – allo stato attuale, Glénat ha una proprietà meno frammentata del gruppo Delcourt/Soleil, una simile diversificazione di business (forse tranne la proprietà di una tipografia) e un fatturato comparabile: in cosa sarebbe meno indipendente Glénat di Delc/Sol?

      Il discorso, in altri casi, può funzionare. Mi ripeto: non qui, a mio avviso. Non più.

  4. Glénat lo consideravo “indipendente” (nel senso di Delcourt) e Casterman-RCS chiaramente no. Direi che questi due poli funzionano in modo un po’ diverso, anche se forse non “sempre”. Su MediaParticipations, le tue obiezioni mi invece paiono del tutto pertinenti, sia in termini quantitativi (basta confrontare MP con RCS) che qualitativi (mi stupisce quel 70%, credevo molto meno). Secondo l’accezione che difendo, allora, MP dovrebbe allora essere considerata indipendente, e infatti guarda che dicono qua: http://www.cdcentreprises.fr/portefeuille/fiche/entreprises/M127/media_participations.php.

    Questione di punti di vista, di “retorica” aziendale? Certo, sicuramente. “Indipendente” é una parola magica, ambigua, fondamentalmente problematica nell’industria culturale contemporanea. Lo prova il fatto che Delcourt si dichiara (facendo riferimento a un uso invalso) “primo” indipendente scavalcandone uno o due che potrebbero, con una definizione larga, essere inclusi nella categoria. In fin dei conti l’esibizione di una differenza tra imperativi finanziari e imperativi economici (o addirittura “culturali”) fa parte della comunicazione dell’azienda, ed é notevole come Delcourt sia riuscito con questa fusione a “imporre” il concetto di “primo editore indipendente”. E questo, non dicendo qualcosa di scorretto: ma semplicemente ritagliandosi su misura il concetto di “indipendenza”.

    Insomma c’é un uso invalso — che tenevo a sottolineare — ma c’é soprattutto molta ideologia e retorica — che tu giustamente hai decostruito.

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