Anteprima: IL VIAGGIO. Il fumetto come ginnastica per l’occhio

Uno degli autori di fumetto più interessanti degli anni Duemila è un giapponese. Si chiama Yuichi Yokoyama, e per la prima volta un editore italiano si è deciso a presentarne un lavoro.

Il libro è Il viaggio, pubblicato da Canicola, in libreria proprio nei prossimi giorni. Ne trovate qui una breve anteprima. Non solo perché mi premeva segnalarlo, ma perché credo sia utile offrirvi qualcosa di più di una mera copertina: per esempio, un paio di sequenze significative.

Avviso ai naviganti di fretta: occhio, questo post è un po’ lunghetto. Se siete gente resistente, invece, un consiglio: tenete accanto un buon collirio. E buona allucinazione lettura.

Yuichi Yokoyama è un autore di fumetti, giapponese. In buona sostanza: uno sconosciuto. Nessuna serie di successo, nessuna collaborazione particolarmente celebre. Ma i suoi libri sono stati pubblicati da alcuni tra gli editori americani e francesi più esigenti (PictureBox, Editions Matière). E lo meritano, eccome.

Di Yokoyama ho scritto da queste parti qualche tempo fa, sottolineando come per l’autore il manga sia più un “brodo di coltura” che uno scopo. Come disse in una chiacchierata:

Dopo anni dedicati a fare tele a olio, poi acquerelli, poi racconti, poi illustrazioni, Yuichi pare avere scelto da qualche anno il manga – mi dice – “because are many seeings”: molte immagini, molti ‘colpi d’occhio’.

E in effetti, per questo bizzarro artista che fuma sigarette elettroniche, il fumetto è più un bagaglio iconologico che un modo per costruire racconti. Un repertorio di grammatiche da esplorare e a cui abbandonarsi, attraverso libri che sono esercizi di ipnosi per lettori un po’ speciali: quelli che amano farsi prendere per mano (o meglio, per la retina) e lasciarsi condurre lungo viaggi disegnati ai confini della percezione.

Potremmo anche giocare con la solita metafora: se i fumetti fossero droga per lo sguardo, Yokoyama è il loro LSD. D’altro canto è per questo che vi avvisavo. Leggere i suoi fumetti, rispetto agli standard abituali, rischia di sembrare un po’ un ‘viaggio’: una allucinazione artificiale.

Dunque, Il viaggio racconta questo: la ‘storia’ di un viaggio in treno. Protagonisti sono tre uomini (li vedete qua sotto, tav.3) che entrano in stazione, comprano un biglietto, saltano sul treno, cercano un posto continuando a spostarsi da una carrozza all’altra, vivono un viaggio che pare infinitamente lungo e, alla fine, scendono dal treno.

Happy end.

Ma i veri protagonisti di questo viaggio non sono tre ometti, bensì gli sguardi.

Il treno attraversa città e campagne, pioggia e neve, forse – chissà – persino l’acqua e le nuvole, sott’acqua e in cielo. Si fa largo tra gelide maschere, edifici improbabili, paesaggi inorganici, e linee, tantissime linee cinetiche. E questo continuo movimento è l’oggetto cui sono rivolti, costantemente, tutti gli sguardi in scena: quello dei protagonisti, quelli dei passeggeri comprimari – e il nostro. Perché Il viaggio è, al suo cuore, una storia dell’occhio. Un mero supporto per una bizzarra e artificiale esperienza oculare: la nostra, di fumettolettori.

Entriamo nel merito, allora, iniziando con una singola tavola (la n. 47, ovviamente contando sempre dalla “fine”: è giappo, e si legge da destra a sinistra). Indicativa del setting tipico del libro: la scena è un “esterno treno, in movimento, con personaggio”. Un’immagine ricorrente, come a scandire – con un momento di quiete – l’ultradinamico viaggio dei 3 uomini. Vediamo il treno inquadrato di sbieco, un personaggio-maschera al finestrino, la tavola stessa costruita intorno a un taglio diagonale che invita lo sguardo (da dx a sin) assecondando la prospettiva cinetica del mezzo in movimento:

Possiamo dire che questa scena offre lo script cognitivo essenziale alla comprensione del fumetto: la dialettica tra la decisa, gelida distanza tra i passeggeri e l’ambiente esterno, e la loro esperienza di percezione – tutta visiva – del movimento. E quei personaggi bidimensionali che guardano noi, e quelle linee e vettori che dicono dove guardare, sempre a noi.

La “sequenza della pioggia” (tavv 62/71) che vi presento adesso è, invece, uno dei passaggi chiave del libro.

Il treno schizza via come un razzo – così rapido che si stenta a riconoscere i volti ai finestrini, deformati dalla velocità, le cui linee cinetiche li rendono solo vagamente percepibili – fino a incontrare l’acqua che inizia a cadere dal cielo.

Nella tav. 66 ne vediamo la progressione regolare, di vignetta in vignetta, dalle prime nuvole alla prima goccia di pioggia, fino all’infittirsi delle precipitazioni – che è anche l’infittirsi dei segni: i segni-goccia riempiono mano a mano le vignette. Nella rigida regolarità plastica delle vignette, i segni-goccia sembrano quasi elementi sovrapposti, di layer in layer. E sulle vignette-finestrino, nelle tavole seguenti, si affastellano quindi linee, forme geometriche, macchie che “coprono la visuale”.

A farsi via via più confusa è la visuale disponibile ai passeggeri attraverso i finestrini. Ma insieme, anche la stessa superficie delle vignette, strumenti di visione per altri soggetti guardanti, diversi dai passeggeri. Che saremmo poi noi, lettori.

La pioggia è insomma, qui, un evento micro, fondato su piccoli dettagli (ovvero piccoli segni) che consentono a Yokoyama un lavoro di decostruzione formale progressivo e cadenzato. La figurazione (i volti, i panorami) si scompone. E il supporto di questa figurazione, ovvero le vignette, si riduce a spazi grafici elementari, fatti di lineee e di forme (si vedano le tav. 69 e tav. 71, che seguono). Le pagine del manga sono diventate disegni ormai astratti.

La “sequenza dell’evaporazione” (tavv 80/83) prosegue e rende ancora più esplicito, se possibile, l’approccio di Yokoyama al fumetto. La pioggia finisce di cadere, e lascia il posto ai raggi di sole e ai vapori successivi. Il treno riprende così il suo viaggio, e noi lettori “torniamo a vedere”: con un’inquadratura semisoggettiva, un passeggero riporta il suo sguardo al finestrino, e guarda ‘fuori’. Noi, con lui, ritorniamo a osservare vignette-finestrino con cui scrutare il mondo esterno. Un mondo in pieno movimento, che arriva quasi a ‘sparire’ dietro a una folla di linee cinetiche.

Come il finestrino è il filtro ottico alla visione in movimento dei passeggeri, così le vignette zeppe di linee cinetiche sono un filtro alla nostra visione, rivolta verso (o mediata da) un oggetto grafico che insiste sul movimento.

Tutta questa insistenza per “mostrare il movimento”, e per metterci nelle condizioni (simulate) dei personaggi che lo percepiscono, ci dice del vero interesse di Yokoyama in questa storia: farci capire che stiamo guardando. Che guardare è un’azione piena di sorprese e di scarti improvvisi, di indecisioni e ambiguità, di spazi visivi (e grafici) che assumono un senso nel progredire dell’esperienza di soggetti guardanti (la sequenza della pioggia). E che il fumetto, non è che uno strumento straordinariamente efficace per vivere quella esperienza sensoriale: leggere fumetti significa guardare – e attraversare artificialmente, nello “spazio sfogliabile” della paginazione – immagini.

Con il fumetto Yokoyama ha quindi trovato uno strumento eccellente per un discorso intellettuale: come è stato da più parti sottolineato, il suo è una sorta di “fumetto astratto”. Ma di certo l’astrazione figurativa – che pure è presente (la sequenza della pioggia) non ha lo stesso scopo delle tele di un Kandinskij: il punto vero non è la scomposizione delle forme in altre forme ‘essenziali’. Il punto è un altro. Il fumetto, in Yokoyama, è un dispositivo che lavora sulla percezione: un moltiplicatore di movimenti oculari. Con effetti talvolta ubriacanti, in cui non si capisce più bene cosa stiamo vedendo; in cui peraltro – ah, l’antico artifizio del disegno – siamo sollecitati talvolta a immaginare sguardi impossibili (la metafora grafica di vedere volti ‘coperti’ da linee cinetiche), talaltra a usare il nostro (come nelle vignette-finestrino).

Nel manga Yokoyama trova, come diceva, “many seeings”: tante vedute, tanti movimenti oculari da sollecitare. Il manga (il fumetto) si presenta, nella sua pratica artistica, come una specie di ginnastica dell’occhio: una posizione che lo colloca certamente tra i principali sperimentatori della storia del fumetto.

Nonostante questo, la forza del suo fumetto non è del tutto nuova. I suoi manga, infatti, mi pare possano essere collocati sulla frontiera che separa, in termini fumettologici, la tradizione di certi disegnatori umoristici ottocenteschi o di Winsor McCay, dal mainstream del fumetto contemporaneo. Non a caso, tra i suoi referenti artistici, ci sono Henri Michaux o Lucio Fontana – e nessun mangaka in particolare. Nessuno snobismo, quindi: come abbiamo visto Yokoyama realizza “manga al 100%” (facciamo pure 200%), e ne legge e ne apprezza. Ma la sua resta una visione del fumetto diversa.

Yokoyama ci offre un’idea del fumetto distante da quella praticata all’interno della genealogia degli autori più narrativi: il fumetto, qui, prima ancora di ‘farsi intreccio’, è soprattutto un dispositivo per la visione.

Insomma: strambo, e abbastanza complicato, questo fumetto giapponese.

Molto interessante, però.

Dovrei quindi augurarvi buona lettura. Impossibile: buona visione.

8 Risposte

  1. questo giapponese sembra bravissimo, ma matto come un cavallo!😉

  2. meraviglia

  3. “stupefacente” yokoyama.
    l’ho scoperto con new engineering e da allora attendo con ansia ogni sua nuova pubblicazione. sarebbe fantastico se venisse a napoli l’anno prossimo…

  4. Grazie agli organizzatori lungimiranti del Far East Film Festival di Udine, ho avuto modo di vedere in mostra una selezione di tavole di questo volume. Quando nel programma del festival ho letto che ci sarebbe stata una mostra dedicata a Yokoyama, ho fatto di tutto per ritagliarmi un’oretta e andare al cinema Visionario a visionarla, per l’appunto. Conoscevo Yokoyama di sfuggita, come “sperimentatore” del fumetto jap, ma in effetti non mi sarei mai aspettata una cosa del genere. Da amante del fumetto narrativo e delle storie corpose, o in alternativa del disegno superdettagliato, non posso dire che un autore così rientri nei miei “standard”, ma l’analisi che ne hai fatto me lo mette di certo sotto una luce diversa. Il movimento è un elemento che il fumetto non finirà mai di esplorare, anzi è forse l’unico medium in grado di analizzarlo così a fondo, spostando sempre un passo avanti le sue infinite potenzialità.

  5. […] intiola Anteprima: IL VIAGGIO. Il fumetto come ginnastica per l’occhio, il post che Matteo Stefanelli sul suo blog Fumettologicamente, dedica a Il viaggio di Yuchi […]

  6. […] intiola Anteprima: IL VIAGGIO. Il fumetto come ginnastica per l’occhio, il post che Matteo Stefanelli sul suo blog Fumettologicamente, dedica a Il viaggio di Yuchi […]

  7. […] Ratigher ha pubblicato sul suo blog da un po’ l’origine di quel simpatico tipetto che è il Bimbo Fango, Paura oltre la morte, apparse su Hobby Comics 2 e leggibile on-line qui. Una manciata di tavole per una storia perfetta, che narra di desideri malsani, di colpe incancellabili, di irruzioni nel mondo adulto e di impossibili redenzioni. Alcune tavole hanno attratto la mia attenzione, suggerendomi delle assonanze imperfette.  Il movimento ostinato e parallelo di queste due tavole ha la stessa tensione ansiogena di quelle di Yokoyama e nello specifico del silenzioso e velocissimo Travel. […]

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