L’editoria digitale (fumettistica) che pensa (poco) ai lettori

Qualche nota a margine di una interessante lettura sugli scenari dell’editoria digitale. Ovvero le riflessioni del brillante Richard Nash, intervistato da Giuseppe Granieri per La Stampa:

«Il digitale, per come la vedo io è il luogo della scoperta e del sampling, quindi non necessariamente un luogo per guadagni siginificativi. I compensi per chi crea contenuti (e per chi lavora per produrli e distribuirli) saranno nei prodotti fisici e nelle esperienze create intorno a questi prodotti (che siano sincrone, asincrone, in presenza, a distanza)».

Rispetto alla visione generale, mi pare che sia il dibattito sia le attuali iniziative del fumetto digitale (italiano in primis, ma non solo) siano ancora arretratissime. Al di là della fase iniziale di puro posizionamento (“esserci”), la strategia degli editori di fumetto sembra essere quella di vendere i fumetti – gli stessi fumetti (omotetici, direbbero i francesi) – solo su un altro canale/piattaforma.

Sampling: strategia ancora poco diffusa da noi (certamente non per Piemme/Stilton, Eura; un po’ – ma parliamo davvero di casi piccoli e parziali – presso BeccoGiallo online, Canemucco su iPad, Disney/Topolino online, e Tunué online – anche se quest’ultima ha inizialmente insistito sulla vendita di ‘pidieffoni’ di discutibile leggibilità).

Sorpresa/curiosità: fermi al palo, direi. Costruire siti web o apps come estensioni o espansioni narrative, booktrailer che non siano slideshow, forme testuali che non siano pidieffoni ma “altre” (mi vengono in mente solo qualche sito Disney, le apps di Pimpa, Canemucco e Pandalikes) richiedono naturalmente sforzi ideativi e competenze progettuali che stentano ad emergere.

Poi c’è la questione dei diritti digitali e degli autori che fanno a meno degli editori. «Io credo», argomenta Nash, «che la maggioranza degli scrittori dovrebbe cercare il partner giusto, quello in grado di mettere l’autore in contatto con più lettori. Se questo partner non è in grado di sfruttare al meglio i canali digitali, non è il partner giusto. […] più passa il tempo più gli scrittori dovrebbero imparare a scegliere compagni di viaggio non basandosi sul “contenitore del contenuto” ma basandosi sulla capacità di dare un “contesto” al contenuto.

Che gli editori di fumetto siano in grado di ragionare su un modello di business che non preveda solo la vendita di contenuti, ma la costruzione di contesti ed esperienze, beh, direi che (al di là dell’occuparsi spesso di mostre) siamo ancora lontani da una sensibilità del genere.

Poi c’è la questione del self-publishing digitale:

«La chiave per capire il loro successo [quello degli scrittori self-published digitali] non è molto diversa dai casi precedenti, dalla precedente generazione di autori che si sono autopubblicati. Innanzitutto il fatto stesso che ci abbiano provato, mentre molti rinunciavano. Poi, in seconda battuta, il fatto che sono autori che si focalizzano sui lettori a differenza di chi si siede e aspetta che il mondo scopra il loro genio. Terzo, ma questo si applica solo alla Hocking, sono stati fortunati.

Che gli editori siano ritenuti un attore ‘superabile’ con l’autoproduzione digitale, è una possibilità in alcuni casi, ma anche una grande illusione. Certo, direi che tranne il caso di Canemucco in Italia siamo a zero: ci ha forse provato qualcuno, in modo significativo? Esempio: esiste un caso anche solo vagamente analogo al francese Les Autres Gens?

Infine, riferendosi anche al suo progetto Cursor, Nash dice:

Noi crediamo che un editore sia una community di scrittori affini tra loro, lettori ed editor. E la piattaforma, a partire dalle sue web-app, dalle pratiche della community, dai processi di business, deve supportare questa collettività aiutandola a crescere, ad essere più felice e fare le cose in modo migliore».

Naturalmente una simile riflessione è complessa per tutti, e va ben oltre il perimetro del fumetto. Ma quel che il fumetto rischia di dovere fare, è uno sforzo di ripensamento in più: l’editoria fumettistica si è a lungo adagiata sugli allori pensando troppo a riprodurre modelli fortemente caratterizzati – “scuole” nazionali, formati standard, formule editoriali “di scuderia” – che hanno sclerotizzato l’offerta, non a caso ‘travolta’ già oltre 10 anni fa prima dal “fenomeno manga” e poi dal “fenomeno graphic novel” (con tutti i distinguo del caso).

Porsi “all’ascolto dei pubblici”, come dice Nash – che è cosa diversa dal “so già tutto quel che basta sui loro bisogni” – potrà venire solo ammettendo la premessa che essi cambiano. E sono cambiati eccome, quelli del (e intorno al) fumetto.

Poi certamente, del contesto digitale bisognerà comprendere le vecchie e nuove pratiche – non solo quindi i “gusti” nel senso degli immaginari. Per guardare ai lettori preparati per (continuare a) servirli, con contenuti ed esperienze.

3 Risposte

  1. Caro Matteo,
    la riflessione di Nash è condivisibile e alcuni cambiamenti auspicabili. La Tunué sta cercando di capire come affrontare questo divenire. Dai pidieffoni, come li chiami, a una piattaforma che guidi la community, lo sforzo è in ogni caso notevole perché presuppone un cambiamento di paradigma e un vero e proprio salto antropologico nello storytelling design. Quindi non solo gli editori devono essere pronti al nuovo, ma – soprattutto – gli autori.
    A presto

  2. Le riflessioni di Nash sono molto interessanti, come dice Max. Sicuramente.
    A questo punto, però, come già fatto sull’annuario di «Fumo di China», mi chiedo: ma quanto senso può avere un discorso di investimento così forte verso il digitale in un paese come l’Italia, in cui, al momento, device come l’iPad incidono sullo 0,5% del mercato editoriale?
    Certo, si deve «guardare avanti», ma… Non so…

    Oggi come oggi, penso sia sensato investire su pochi «grandi titoli» (penso a Piemme, che è partita con il best-seller del «Cacciatore di Aquiloni»), e bene (come fai giustamente notare tu, Matteo, pensare in digitale non significa soltanto rendere fruibili dei pidieffoni), piuttosto che «sparare nel mucchio».
    A mio avviso è emblematico il caso Disney: dopo che, con la presentazione dei Digicomics, sembrava fossero dei pionieri in un mondo nuovo, la versione 2.0 (compatibile anche con iPad) è sempre in stand by…
    E, per contro, è stata realizzata una bellissima app per l’evento Epick Mickey…

  3. mass: se capisco bene, avete deciso di cambiare strategia, almeno in parte: meno files da spippolare (per capirci) e più relazioni da alimentare. Bene. Poi però c’è l’altro pezzo del ragionamento di Nash: vendere servizi ed esperienze. E qui servono idee (e lavoro – buon lavoro).

    davidegg: il ragionamento su quanto penetrano oggi o dopodomani certi device lo capisco, ma conta poco. Qui oggi c’è un tema di modelli di relazione col consumatore: i budget per le azioni seguono poi. E il problema è proprio che temo non si possa ragionare su una relazione mediata dal singolo titolo (bestseller o nicchie che siano), come nella vecchia logica della “manifattura libraria” (il vecchio modello del libro “brick&mortar”). Se il punto è solo il singolo mattoncino/file, ci si trova a finire come l’industria della musica (la paura più diffusa nella libraria, ormai): dite ciaociao alle revenues sui files, una volta gettati nel mare della rete…

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