Architettura e fumetto: una mostra (criticata)

In marcia verso Angouleme 2011, parliamo di mostre francesi. E di quella dedicata alle relazioni tra architettura e fumetto, “Archi & BD, la ville dessinée” (Cité de l’architecture et du patrimoine, Paris) volevo parlare da tempo.

Perché la mostra mi è piaciuta in diversi aspetti, da alcune scelte di allestimento ad altre relative ai materiali o alla ricostruzione genealogica (la centralità di Archigram). Ma devo dire che complessivamente non mi ha soddisfatto. Per due ordini di ragioni.

1. La superficialità delle categorie architettoniche messe a fuoco. L’ottica con cui i curatori hanno individuato gli snodi reciproci era quella della “divulgazione popolare” più che lo sguardo competente della museografia specializzata (in architettura): la città “immaginata” dal disegno, quella “raccontata” dal fumetto e quella “progettata” dalla pagina/palazzo. Tutte idee che vanno benissimo, ma vista la sede, ci si attende un sforzo ermeneutico che vada più in là: le categorie della progettazione architettonica sono qui inspiegabilmente assenti. E allora credo che la mostra abbia offerto un’importante rassegna di casi, ricca e variegata come mai si era visto finora; ma che tuttavia non abbia prodotto un vero contributo di riflessione e comprensione del fenomeno. Una mappatura del territorio archi-fumettistico, suggestiva come una grande wunderkammer, ma fondata su pigre “associazioni”, più che su appassionate esplorazioni di idee: l’indagine sulle radici concettuali e le implicazioni teoriche di questo rapporto, resta ancora ampiamente da svolgere. Condivido quindi diverse critiche francesi proprio su questo primo punto, ben sintetizzate – non senza ironia – dal pimpante Totoche Tannen, così:

mi ha dato più l’impressione di una collezione di un po’ tutto ciò che i curatori avevano in magazzino, più che un reale adattamento delle tavole al loro scopo, peraltro tutt’altro che minimo. […] Sì certo, il tema è molto vasto. Ah, ma sicuro: in tutti i fumetti alla fin fine troveremo un eroe che abita in una casa, situata in una via, magari in una città (e se vive in campagna, che si fa, si conta?). Tutte queste belle immagini hanno un interesse “architettonico” ? Non ne sono convinto.

2. La selezione pesantemente lacunosa, al punto da rendere poco credibile – o comunque indebolendone assai l’autorevolezza – lo scenario rappresentato. E proprio di alcune di queste lacune ha già scritto – mentre io tardavo a visitarla – Paolo Bacilieri sulle pagine di Domus (ottobre 2010).

la prima cosa che mi viene in mente – e uso la parola cosa, non immagine, di proposito – è il deposito di Zio Paperone. […] Paperone vive in un bellissimo edificio postmoderno (chi l’avrà progettato, con mezzo secolo di anticipo? Philip Johnson? No, sappiamo che tutto ciò che riguard Paperone lo dobbiamo al Bach dei fumetti Carl Barks). Subito dopo viene la cuccia di Snoopy. Un capolavoro di sobrietà e una sfida alla tridimensionalità. […] Ci sono due autori che metto strettamente in rapporto con la loro città. Sono il milanese Guido Crepax e il parigino Jacques Tardi. […] La Milano di Crepax è presente, prima ancora che nella rappresentazione, nel segno stesso di questo autore la cui assenza in questa mostra è la meno giustificabile in assoluto. […] Altre assenze pesanti: Art Spiegelman, non solo per Maus, ma almeno per la copertina del New Yorker del settembre 2001.

E sarebbe fin troppo facile rincarare la dose. Sul fronte degli oggetti architettonici – le costruzioni materiali – mancano, per dirne una, tutte le architetture disneyane, la cui influenza sull’architettura contemporanea è nota ed enorme: la stessa idea di non-luogo deve molto all’impulso dato dai “parchi tematici” disneyani o da esperimenti urbanistici come la città di Celebration. Sul fronte del fumetto (e pensando solo al Giappone) mancano le architetture decisive di Hayao Miyazaki o Leji Matsumoto, quelle radicali di Tsutomu Nihei o Yuichi Yokoyama; e giganti dell’immaginario popolare come Peyo o Uderzo (i Puffi e Astérix assenti: scherziamo?). Sul fronte del progetto, infine, mancano architetti di primo piano (e penso solo all’architettura Italiana) come Sottsass, Iosa Ghini, Mendini. Magra consolazione: la presenza di Gabriella Giandelli, col suo Interiorae, è quanto mai opportuna.

Insomma, l’idea era e resta non solo affascinante, ma quantomai opportuna. Lo dimostra anche l’architetto e fumettologo Andrea Alberghini, che da tempo, con pazienza e understatement, lavora sul tema. Ma il lavoro analitico da fare resta ancora molto – troppo – aperto.

PS – Oltre ad ospitare l’intervento di Bacilieri, lo stesso numero di Domus segnalava un’altra mostra parigina dedicata al fumetto, e di interesse architettonico: Moebius, Transeforme alla Fondation Cartier. E se tutto va bene, domani sarò lì. Poi, Angouleme (da cui proverò a postare tutti i giorni, ok?).

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