Il lavoro editoriale, con quel gonzo di Hunter T.

Il graphic novel Gonzo: a graphic biography of Hunter S. Thompson è parecchio piatto e noioso. Fine della recensione.

Eppure un motivo per leggerlo c’è. Si tratta della prefazione. Alan Rinzler non è certo una celebrity, ma è uno degli editor e consulenti editoriali più apprezzati dell’editoria americana contemporanea. Uno di quelli con fiuto e talento, metodo e sensibilità, in grado di scovare un talento e “lavorarlo” per renderlo forte, compiuto, efficace. Uno che ha lanciato autori come Bob Dylan o Robert Ludlum, e che ha ispirato o co-creato libri come The Index Book di Andy Warhol o Paura e disgusto di Hunter Thompson.

Dunque Hunter Thompson – proprio quello celebrato da Johnny Depp in Paura e delirio a Las Vegas. Ovvero uno degli scrittori che ha più contribuito alle trasformazioni del giornalismo moderno, contestando il “mito” dell’oggettività giornalistica. Un ‘fratello minore’ – per certi versi, più radicale – di quel movimento del New journalism che aveva iniziato a praticare un giornalismo più narrativo e in soggettiva già negli anni ’60 con Gay Talese, Tom Wolfe (il ‘teorico’ del gruppo), Norman Mailer, Truman Capote e poi Lester Bangs o Terry Southern e altri. A lui, che proprio in Fear and Loathing in LA si rappresentava sotto le spoglie di un certo Raoul Duke, è ispirato anche un fumetto tra più celebri: il personaggio di Zio Duke, nel grande Doonesbury di Garry Trudeau (Quesito ai più fumetto-geek: per lo Spider Jerusalem di Transmetropolitan, il buon Warren Ellis a chi credete abbia pensato?).

Ripensando ad Hunter T. come nuovo mito del giornalismo tardomoderno, scrive Rinzler nella prefazione:

è triste ed ironico che la tremenda potenza di Hunter come scrittore e giornalista sia stata largamente dimenticata, e quel che resta è più la mitologia adolescenziale del gonzo.

Gif animata dal film "Fear and loathing in LA"

E in effetti è impossibile non vedere la distanza tra la perfezione del mito e l’articolata imperfezione della realtà. Per esempio, perché Hunter Thompson non era un tipo facile. Come ha riconosciuto Rinzler:

Ebbene sì, Hunter fu un alcolizzato e un tossico stronzo, egoista e ossessivo, che si comportava orribilmente sia in privato che in pubblico. Ma fu anche un osservatore e critico della società – della politica e del giornalismo – incredibilmente sensibile e di un’acuta intelligenza.

Lavorare con lui, quindi, fu a dir poco complicato. E nella prefazione l’editor lo dimostra con schiettezza, restituendoci elementi relativi all’altra faccia della medaglia il cui lato A è il mito del gonzo di ZioDuke, di Spider Jerusalem, del film di Johnny Depp:

The curse of Lono fu l’ultima buona cosa cui lavorammo insieme. Ci vollero diverse visite alla Owl Farm [nomignolo di casa sua, in Colorado] in cui passammo giornate nella sua cucina a divagare e registrare. Le cose non andarono per niente lisce da lì in poi. L’abuso di sostanze di Hunter, il blocco dello scrittore e la ridotta capacità di concentrazione stavano aumentando esponenzialmente. Se ne uscì per andare dal suo spacciatore, e tornò così stordito che non fu più in grado di ragionare. Alla fine dovetti aspettare che gli passasse, e allora radunai tutte le registrazioni e le note scribacchiate su pezzi di carta che aveva lasciato in giro per tutta la casa. Me ne andai in punta di piedi, e portai il tutto con me sull’aereo di ritorno per New York, dove provai a tirarci fuori una versione finale del manoscritto, per rispettare la deadline di Bantam. Lono ne risultò un po’ caotico, ma ebbe anche alcune parti tra i suoi migliori pezzi di scrittura

Ecco allora l’elemento che ho trovato di vero interesse: la relazione tra l’artista e il suo editor. Raccontata nella sua intensità, e insieme nella sua esemplarità anti-romantica.

Da un lato l’Autore – Thompson, senza dubbio – come rappresentante di uno dei miti più antichi e resistenti, nell’industria della cultura: il “genio” (versione settecentesca dell’individuo ‘ispirato’..), qui mostrato e decostruito nella sua miseria e nella sua disillusa ‘verità’ produttiva (e qualcuno penserà a Carver o ai millemila scrittori ‘co-costruiti’ dagli editor). L’ Autore Geniale. Un ingrediente pre-moderno, poi rielaborato in epoca romantica, ormai socialmente radicato al punto da… farsi leva del marketing culturale. Una parola d’ordine assai standard, buona da sfruttare un po’ dappertutto per il pubblico della classe media (personality building, nel gergo degli spin doctor di relazioni pubbliche). E il fumetto lo sa bene: lo stigma dell’ Autore è ricercato affannosamente anche dai produttori più standardizzati, ed è spesso attribuito generosamente dal fandom più indulgente.

Eppure, dall’altro, il cuore del racconto di Rinzler non si offre tanto come insight “dal di dentro” sul cinico sfruttamento economico del talento. Piuttosto, si vede il pulsare di qualcos’altro: la partecipazione, il confronto tra due personalità della letteratura, lo scambio tra due ‘ideatori di libri’. Il che, paradossalmente, ripropone nel contesto dei media alcune prassi che qualcuno – sbagliando – tende a descrivere come scomparse, o superate: la collaborazione. Una condizione di scambio che è insieme emotiva e organizzata, in cui le routines dell’industria culturale – anche quella dei bestseller – non sono necessariamente, e non sono sufficienti a, spegnere l’accensione creativa che produce buone idee, buone opere, buone creazioni.

Scrive inoltre Rinzler, sintetizzando un ragionamento che è insieme la descrizione di uno sfondo e lo svelamento di una posizione:

Hunter ed io non eravamo degli amiconi. Non ci siamo mai trovati in giro insieme per andarci a divertire, o ci siamo trovati a ricordare le nostre storie dei tempi di guerra vissute insieme anni prima, come in quegli incontri da “recupero in 12 mosse” [durissima tradurre 12-step meeting]. Ero il suo editor. Avevamo una relazione strettamente professionale. Solitamente indossavo la cravatta, quando ci trovavamo a lavorare fianco-a-fianco. E ho sempre cercato di restare calmo e sobrio in tutte le occasioni, in gran parte riuscendoci, sebbene non completamente.

Hunter odiava gli editors ed è stato lo scrittore più difficile con cui io abbia mai lavorato. Inizialmente provò ad evitarmi, poi ha provato a procurarmi danni fisici, ha insultato sia la mia personalità che la mia origine etnica, e in generale posso dire che mi ha fatto passare momenti terribili. Tuttavia, da parte mia ho gradualmente insistito nell’irrompere nelle sue stanze in motel, e nell’invadere casa sua anche per intere settimane, tirandone fuori una successful working relationship.

Lavorare nell’industria della cultura è anche questo – e forse è questa la parte che più mi piace.

PS La rubrica/blog di Rinzler per Forbes – vivamente consigliata – è qua.

PPS E un grazie ad Ausonia, davvero

Una Risposta

  1. il blog di Rinzler è bellissimo, grazie per la segnalazione Matteo!🙂

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: