Jack Kirby, in California, al massimo splendore

In un articolo scritto per Vice Magazine (tradotto qui), Dan Nadel racconta l’esperienza di lavoro e di vita in California di Jack Kirby, principale immaginatore del fumetto americano di supereroi:

Da Long Island, Kirby si era trasferito [nel 1969] sulla costa ovest principalmente a causa dei problemi d’asma di sua figlia Lisa, ma anche per il sogno americano e il fascino di Hollywood. Fatta eccezione per gli anni prestati in servizio durante la Seconda Guerra Mondiale, Kirby aveva passato la maggior parte della sua vita intorno a New York.

Naturalmente Nadel descrive quel periodo come turning point, sofferto e decisivo, per la carriera di Kirby:

Un uomo con la sua attitudine, combinata a un forte senso di lealtà e al bisogno di provvedere alla moglie e ai tre figli, non poteva che vivere tempi duri. Tempi sofferti. Kirby, che era cresciuto nella comunità povera degli ebrei del Lower East Side, era davvero divino nel suo talento. Sapeva di essere in grado di costruire dei miti. Ma dal punto di vista pratico era impotente. E quando gli accordi cinematografici vennero annunciati e i cartoni animati andarono in onda e gli altri artisti cominciarono a copiargli i personaggi, Kirby si arrabbiò. Tutto quello che poteva fare era licenziarsi. Lasciò la Marvel nel 1970, e accettò un contratto di tre anni (con l’opzione di estenderlo per altri due) presso la DC Comics, la quale gli concedeva completo—più o meno—controllo creativo, e i diritti.

Il passaggio più interessante arriva, dal mio punto di vista, con la saggia analisi di una delle serie create in quei primi anni ’70, Kamandi:
Kamandi inizia come una specie di copia de Il pianeta delle scimmie. La DC non fu in grado di ottenere i permessi per un adattamento cinematografico, quindi chiesero a Kirby di inventarsi qualcosa per incuriosire una parte dell’audience de Il pianeta delle scimmie. Kirby riciclò un’idea che aveva avuto per una striscia di fumetti nel 1956 e si mise al lavoro. Kamandi è un ragazzo alla deriva in un mondo post-apocalittico regnato da leoni umanoidi. Come ogni cosa che fece Kirby, la storia era piena di umanità e intensità.
Il numero 6 non è solo il migliore della serie, ma anche il momento di massimo splendore dell’intera carriera di Kirby. Mentre sono fuori per un giro su un buggy, Kamandi e la sua ragazza Flower (un’hippie in topless), vengono molestati da alcuni leoni motociclisti […]. I due si devono nascondere. Flower è una ragazza formosa, bella, forte e libera come i migliori personaggi femminili di Kirby. La nostra coppia di eroi trova rifugio in una casa diroccata, dove Kamandi fa solennemente la guardia durante la notte anche se Flower lo invita a raggiungerlo. Mentre si guarda attorno, il ragazzo selvaggio pensa: “Pare che abbiamo tutte le comodità. Un uomo potrebbe trattenersi qui a lungo con provviste e un rifugio.” Kirby era stato un membro della fanteria, e questa scena viene menzionata in molte interviste come una descrizione della sua esperienza della guerra: starsene seduti sulle macerie di qualche castello in attesa dei rinforzi o che la fazione opposta alzi la bandiera bianca. Un uomo può starsene nascosto—Kirby-Kamandi—sotto la coperta con l’arma pronta in mano. Ma il mattino porta un nuovo attacco, e Flower, subito catturata, riesce a liberarsi giusto in tempo per scagliare il suo meraviglioso corpo contro il proiettile di un fucile, sacrificando la sua vita per salvare quella dell’amante. Silenziosamente, Kamandi la porta fuori dal rifugio per piangerne la morte.
Mi pare che Nadel riesca a cogliere bene lo spirito del lavoro di Kirby, con lucidità anche superiore a quella che ho trovato, recentemente, in Michael Chabon:
Mettiamola così: Kirby era un visionario con intensi ricordi della madre, un’immigrata austro-ebrea; un uomo che mantenne la sua famiglia disegnando nonostante la Depressione; un uomo che ha co-creato Capitan America e che poi ha combattuto nel teatro europeo della Seconda Guerra Mondiale. E che ancora, da una casa di Long Island, osservava il secolo svolgersi. Capì quanto le cose erano cambiate e che lui aveva stabilito un incredibile spartiacque. Questa sensazione si riflette nel suo lavoro, in particolare in quello degli anni ’70. Attraversata la prosperità della cultura pop, intuì che era venuto il momento di tornare alle sue radici degli anni ’40, utilizzando i più classici schemi pulp per creare una visione del mondo che fosse divina nel suo fare storia e creare valori.
Un solo problema. Quell’episodio di Kamandi non l’ho mai letto. Dannati fumetti seriali.
Read the rest at Vice Magazine: JACK KIRBY IN CALIFORNIA – Vice Magazine
Thanks to Ratigher

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