Paura del Fumetto (4): Will Eisner e il tracollo dei comics

Ed ecco un ultimo brano da Maledetti fumetti! di David Hajdu:

Alla fine del 1953, durante le vacanze invernali, una sera Will Eisner si trovava a una festa a Manhattan e stava chiacchierando con un tipo in abito in tweed sul nuovo romanzo di Saul Bellow, Le avventure Augie March, pubblicato da poco. I due avevano quasi finito i loro bicchieri e una cameriera si avvicinò per una nuova mescita, proprio nel momento in cui l’uomo chiese ad Eisner che professione svolgesse. «Scrivo albi a fumetti», rispose Eisner. L’altro rispose «che cosa orribile» e si allontanò prima ancora che il bicchiere fosse pieno.

«Ne avevo avuto abbastanza», ricordò Eisner. «Era davvero deprimente. La gente ti trattava con disprezzo, se veniva a sapere che lavoro facevi. Durante tutti gli anni in cui avevo messo il cuore e l’anima su Spirit, avevo goduto di pochissima attenzione. Ricevevo pochissime lettere dai lettori e non esistevano le recensioni critiche degli albi a fumetti. Nessuno scriveva niente sull’argomento, se non per dire quanto fossero orribili, e io non ero il solo che stava cercando di fare qualcosa di buono: c’erano Harvey [Kurtzman] e un sacco di altre persone della EC, e altri ancora che erano pieni di creatività e prendevano sul serio il loro lavoro. Ma fuori dal mondo del fumetto non interessava a nessuno. Avevo la sensazione che nessuno stesse badando a noi, eccezion fatta per i lettori. E visto che questi ultimi erano per lo più ragazzini, nessuno li prendeva sul serio».

Il supplemento domenicale di The Spirit sui quotidiani, he era sempre stato un successo più dal punto di vista creativo che da quello commerciale, aveva iniziato a declinare in ambo i sensi nei primi anni Cinquanta, vittima della perdita d’interesse dei lettori, dei tagli ai giornali a causa dell’aumento del costo della carta e del calo d’entusiasmo di Eisner stesso nei suoi confronti. Nell’estate del 1952, Eisner aveva scaricato la maggior parte delle responsabilità sulla serie a Jules Feiffer e Wally Wood, che lavoravano rispettivamente come sceneggiatore ufficioso e disegnatore. In un tentativo ben scritto ma disperato di capitalizzare la moda per la fantascienza che stava appassionando l’era atomica, i due portarono Spirit fuori dalle strade cittadine fin sulla superficie lunare. A ottobre Eisner ne sospese la produzione e iniziò a dedicarsi completamente al disegno pubblicitario e commerciale per l’industria e l’esercito, un lavoro remunerativo che assicurava una duratura stabilità economica a lui e alla sua famiglia, che nel frattempo si era allargata con la nascita di due bambini. Alla fine dell’anno seguente Eisner aveva deciso di non disperdersi nel creare una nuova serie a fumetti. Aveva sostanzialmente scelto di abbandonare il sogno di suo padre, diventare un artista famoso, a favore dell’ambizione di sua madre, svolgere un lavoro più tradizionale.

Questa decisione però lo lasciava inquieto. «Per un po’ fui combattuto», ricordò, finché, un sabato pomeriggio della primavera del 1954, non vide in televisione Fredric Wertham intento a promuovere il suo nuovo libro, una critica degli albi a fumetti. «Quando il dottor Wertham fece uscire il suo nuovo libro [e] incominciò a pubblicizzarlo in televisione, sui giornali, praticamente ovunque, ebbi come la sensazione di star sentendo le voci di tutte le persone che odiavano i fumetti che avevo incontrate in vita mia ed ebbi la certezza di non poter più vivere in una simile atmosfera. Fui certo che lasciare era stata la scelta giusta e lo avevo fatto appena in tempo, anche perché avevo i mezzi per tirare avanti visto che la mia testa è sempre stata buona per gli affari. Sapevo di essere stato furbo a mollare in quel momento, perché il mondo stava iniziando a crollarci addosso».

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