Paura del Fumetto (3): il senatore McCarthy e lo strambo Al Williamson

Terzo – e penultimo – brano da Maledetti Fumetti!:

I fumetti stavano peggiorando nel peggior momento possibile. Nelle stesse settimane in cui legislatori come Carlino e Moran tenevano discorsi nelle loro assemblee facendo pressione affinché venisse fatto qualcosa per proteggere i giovani dai nefasti effetti degli albi a fumetti – e, di conseguenza, per proteggere i genitori dai loro stessi figli – Joseph McCarthy stava sollevando il Congresso contro la sovversione comunista che immaginava fosse al cuore del governo degli Stati Uniti. Quando, nel gennaio del 1953, McCarthy chiamò i primi testimoni nelle udienze della sua Commissione sulle operazioni di governo, alcune persone che lavoravano nel mondo del fumetto iniziarono a temere che le udienze di Gathings delle settimane precedenti, il peggiorare dell’opinione pubblica sui fumetti e la paranoia di McCarthy fossero parte dello stesso grande disegno. «La psicosi della caccia alle streghe stava iniziando a diffondersi e gli albi a fumetti c’erano dentro fino al collo», ebbe a ricordare Howard Post, la cui dedizione a favore della libertà di espressione e dei diritti civili superava persino la sua antipatia verso il comunismo.

«McCarthy aveva un minimo di ragione, e lo stesso vale per le persone che criticavano i fumetti, Wertham incluso. I tipi di là [in URSS] erano macellai e alcuni albi erano assurdi. C’erano in giro delle cose davvero brutte. Ma McCarthy era un maniaco che fece solo danni e Wertham non fu da meno. Condannò tutti i tipi di albi a fumetti allo stesso modo, e noi iniziammo a sentirne le conseguenze. Ricordo di aver cominciato ad avvertire la pressione più o meno contemporaneamente a McCarthy. Cominciò così: se dicevi di essere un disegnatore di giornalini a fumetti la gente ti guardava in modo strano e si allontanava, [come se] avessi detto di essere un comunista».

Ad ogni modo, la polemica sui fumetti non fu né una conseguenza della Paura Rossa né un suo diretto parallelismo. Il maccartismo, un movimento nato nel centro del paese per purgare la nazione da modi di pensare associati all’intellighenzia nordorientale e al New Deal, era una forma sia di antielitismo sia di anticomunismo. La presa di posizione contro i fumetti era quasi il contrario, nonostante le origini newyorkesi del suo bersaglio; era una specie di anti-antielitismo, una campagna portata avanti dai difensori di una raffinata idea di letteratura, di raffinatezza e di virtù, per tenere sotto controllo i praticanti di una forma di espressione americana ritenuta selvaggia e volgare.

Obiettivo principale di molti critici della categoria non erano certo disegnatori come Marv Levy e Howard Post, che realizzavano gli innocenti e inattaccabili albi per bambini della Ziff-Davies; e non lo era nemmeno Janice Valleau Winkleman, che lasciò la Archie per lavorare su Toni Gayle, l’investigatrice modella; e nemmeno Al Jaffee, che disegnava il bislacco Inferior Man e storie umoristiche per ragazzini; o Jay Scott Pike (n. 1924), che scriveva insipidi albi rosa; o Ken Bald (Kenneth Bruce, n. 1920), che illustrava le storie di Pike; o il citato Nick Cardy, David Gantz (1922-2007), Don Perlin (n. 1929)… Eppure tutti loro, e tantissime altre centinaia di disegnatori e sceneggiatori che nel 1953 lavoravano nel mondo dei fumetti, iniziarono ad avvertire la crescente distanza tra le loro redazioni e il resto del mondo: in parte perché il loro lavoro consisteva nel fare disegni e nuvolette di testo, in parte perché l’intera categoria stava venendo infangata dal parossistico estremismo delle serie dell’orrore, e in parte a causa della crescente resistenza a qualsiasi forma di eterodossia che stava prendendo piede nel clima sociopolitico.

«Non era un bel momento per essere strambi», ha ricordato il disegnatore Al Williamson. «Eri o un comunista o un giovane delinquente». Williamson, che all’epoca parlava con una punta di accento spagnolo a causa dell’infanzia trascorsa a Bogotà e che indossava quasi soltanto blue jeans e t-shirt, ebbe modo di sentirsi particolarmente chiamato in causa da entrambe le accuse. Una volta, mentre lavorava a una memorabile storia della EC, la parabola di un viaggio nel tempo che alludeva alla Genesi («Un nuovo inizio», pubblicata nel numero di novembre-dicembre 1953 di Weird Science), decise di ridisegnare un elemento importante, un complesso macchinario, dopo aver già finito la maggior parte degli altri disegni. Voleva incollare un rattoppo sul foglio da disegno, ma aveva finito la colla. Quando andò in una cartoleria al centro di Manhattan, il negoziante lo squadrò con calma e si rifiutò di vendergli la colla pensando che gli servisse per sniffarla o per usarla in qualche attività illegale.

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