Il mercato USA del fumetto: anno 1869 (e rotti)

Tra i dibattiti ricorrenti (ed estenuanti) del comicdom internazionale, uno spicca su tutti: a quando si dovrebbe far risalire una – più o meno convenzionale – “data di nascita” del fumetto? Non nascondo che un simile dibattito non mi appassiona un granché, se l’idea che ci sta dietro – come (quasi) sempre accade – è di tipo filogenetico: trovare un “punto” di origine mi pare un’ossessione davvero poco utile.

Capitemi: su questo punto, i poveri fumettologi ne hanno sentite di tutti i colori, nel corso dei decenni. Giusto per ricordarlo ai meno avvezzi, la vecchia vulgata su Yellow Kid [anni fa considerato, per errore di una fonte americana tradotta a lungo senza verifiche, il “primo fumetto” della storia] ha prodotto discussioni sul sesso degli angeli che ve le raccomando: “consideriamo ‘primo fumetto’ quando nasce il personaggio, o solo quando arriva il balloon? Ma se il balloon esce dal giradischi e non da un bocca…vale lo stesso? Ma se il testo parlato è scritto sulla maglietta invece che in un balloon…vale lo stesso?”. E via di arrampicamenti sugli specchi. Manco Yellow Kid fosse un UFO giunto a ‘indicare la via’ ad una civiltà pre-fumettistica, che non aveva visto nulla di simile: non dico William Hogarth o Thomas Rowlandson, Casimiro Teja o Hermann Vogel, ma nemmeno Wilhelm Busch o Rodolphe Topffer.

E vabbè, la pagina Wikipedia italiana sulla Storia del fumetto è ancora vittima di questa vulgata, a differenza di quelle francesi o inglesi: no, non ditemi che gli USA e la Francia sono rock, e l’Italia è lenta.

Su questo dibattito, quindi, mi interessa ritornare periodicamente solo per ricordare un dato. Uno di quelli che ancora fatica a depositarsi, in Italia, tra le conoscenze di base di troppi autori, molti editori, e persino alcuni critici e studiosi. Ovvero: il fumetto, alla metà dell’Ottocento, era un medium già maturo e largamente diffuso. Non solo: lo scenario non era certo quello di sparuti, isolati ed eccentrici sperimentatori. Era già un mercato – magari non enorme – nel quadro della nascente cultura industriale.

L’occasione per ribadirlo viene da un recente post di John Adcock (instancabile documentalista che gestisce uno dei più noti blog dedicati al fumetto pre- e primo-novecentesco), che ha recuperato alcuni dati della seconda metà dell’Ottocento – tra il 1869 e il 1877 – relativi alla diffusione di numerosi periodici (satirici, illustrati, politici, fumettistici, per bambini) che, tra i loro contenuti più caratterizzanti, presentavano fumetti. Immaginate una raccolta di dati da fonti analoghe all’odierna ADS – Accertamenti Diffusione Stampa, che monitora tirature e vendite dei quotidiani e periodici nazionali. I dati raccolti da John ci dicono di un mercato già vasto, alimentato dai bisogni di intrattenimento delle numerose comunità di immigrati stranieri, sebbene lontano dalle cifre che arriverà a toccare con il boom della stampa popolare tra Otto e Novecento.

E prima che qualcuno lo ri-chieda, lo ri-ripeto: in quei periodici no, non c’erano solo fumetti. Ma la presenza del disegno non era confinata a illustrazioni, ‘scenette illustrate’ o ‘vignette’, e quindi sì: in quella metà XIX secolo, negli Stati Uniti dei centri urbani, circolavano già numerosi fumetti, sia di produzione locale sia come traduzioni dei blockbuster europei (le pagine di Wilhelm Busch, Joseph Ferdinand Keppler, Henri Daumier, Cham). E se volete divertirvi a scavare tra le scansioni e i dettagli, il blog di John ha anche qualche buona tag, per autori (ma non per periodi o testate – che sia dannato).

Questo elenco di testate lo riporto qui suddiviso, come fa Adcock, secondo le fonti (cinque Rapporti annuali di diverse società di monitoraggio). Tanto per farvi un’idea, inoltre, ho lasciato l’indicazione della periodicità e della lingua (già: non tutti erano in inglese, ma in tedesco, francese, ‘irlandese’, boemo… E no: niente in italiano). Un’idea di quantità e varietà di offerta che, al di là dei giudizi di merito sui prodotti e gli autori, spero aiuti a ribadire il concetto: a metà Ottocento, il fumetto c’era già – ed era un mercato, anche negli USA.

Monitorate da Rowell’s American Newspaper Directory 1869:

  • Comic News, NY; monthly;
  • Comic Monthly, NY; monthly;
  • Phunny Phellow, NY; monthly
  • Jolly Joker, NY; monthly;
  • Spottvogel, Indianapolis; every Sundays; language: German
  • Le Charivari Canadien, Quebec; Fridays; French

Monitorate da Rowell’s American Newspaper Directory 1870:

  • Chip Basket, NY; monthly;
  • Nick-Nax, NY; monthly;
  • Frank Leslie’s Budget of Fun, NY; monthly;
  • Spottvogel, Indianapolis; Sundays; German;
  • Yankee Notions, NY; monthly;
  • Punchinello, NY; Saturdays;
  • The Yankee Peddler; monthly

Monitorate da Rowell’s American Newspaper Directory 1872:

  • The Elephant, Cincinnati, Ohio; monthly;
  • Nick-Nax, NY; monthly;
  • Comic Monthly, NY; monthly;
  • Frank Leslie’s Comic Almanac, NY;
  • Yankee Notions, NY; monthly;
  • Wild Oats, NY; bi-weekly;
  • Puck, St. Louis; German;

Monitorate da Pettingell’s Newspaper Directory, 1877:

  • Eulenspiegel, Chicago; Sundays; German;
  • Merry Masker, NY, monthly;
  • Wild Oats, NY; Wednesdays;
  • Brooklyn Anzeiger, NY; Saturdays; German
  • Y Pwnch Cymreig, Pennsylvania; semi-monthly; Welsh;
  • Frank Leslie’s Budget of Fun, NY; monthly;
  • Kikeriki, Cincinnati; Saturdays; German;
  • Comic Monthly, NY; monthly;
  • Spottvogel, Indianapolis; Sundays; German;
  • Grip, Toronto, Ontario, Canada; Saturdays;
  • Puck, NY; Wednesdays; German;
  • Comic Chronicle, Potsdam; monthly;

Monitorate da Geo. P. Rowell & Co.’s American Newspaper Directory, 1879:

  • Comic Monthly;
  • Spottvogel; Sundays; German;
  • Grip; Saturdays;
  • Wild Oats; Wednesdays;
  • Kikeriki; Fridays; German;
  • Thistleton’s Illustrated Jolly Giant; Saturdays;
  • Puck; Wednesdays; German;
  • Puck; Wednesdays;
  • Duch Casu; Thursdays; Bohemian;
  • Diblik; Sundays; Bohemian;
  • Jester; Fridays;

via Yesterday’s Papers

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27 Risposte

  1. Matteo, il davvero fantastico elenco che tu proponi non dimostra che “alla metà dell’Ottocento il fumetto era un medium già maturo e largamente diffuso”, ma che in quell’epoca c’era già una grande produzione di una narrativa per immagini da cui sarebbe naturalmente uscito il fumetto qualche anno dopo. Ne abbiamo discusso fino alla nausea qualche mese fa (i miei post in merito sono qui): io credo che si faccia solo confusione a usare la parola fumetto per quelle cose.
    Sarebbe come pretendere di chiamare “uomo” le scimmie antropomorfe da cui discendiamo. Il fatto che siamo entrambi primati e che noi discendiamo da loro non ci autorizza a pensare che siamo la stessa cosa. O no?
    Ciao
    db

    • daniele, so bene che abbiamo già discusso – e che continueremo a farlo, per fortuna – di alcune questioni storiche. E come sai, condivido da tempo, con te, l’idea di una distinzione tra fumetto e narrativa per immagini.

      Ma le “cose” di cui stiamo parlando sono, per esempio (vai a vedere questi periodici, o almeno il blog), lavori di Wilhelm Busch e cloni buschiani; Cham e vari cloni Topfferiani. Ovvero, fumetti. Come riconoscono sempre più facilmente, e senza troppi distinguo, i nostri colleghi stranieri – anche se certo, non c’è ancora un accordo assoluto: è solo un “quasi-mainstream” della recente ricerca storiografica sul fumetto. Se invece stessimo discutendo solo di opere di un William Hogarth (altro oggetto, magari studiato dagli stessi studiosi), allora richiamerei in causa la tua/nostra distinzione – e allora sì, non avrei parlato di fumetto.

      Dunque no: qui si stava parlando di uomini, non di primati!

      E poi ci sono i tempi dell’archeologia. Quella storico-biologica, che su primati, homo erectus o australopitechi lavora almeno dall’Ottocento. Mentre la più modesta archeologia del fumetto, invece, è materia nata tra Francia e USA poco più di 20 anni fa (nel silenzio quasi assoluto della fumettologia italiana).

      In Italia siamo ancora fermi a Yellow Kid, daniele. Scambiato per “primo fumetto” dall’errore di un americano (Coulton Waugh) che, non avendo a disposizione molte fonti IN LINGUA INGLESE negli anni ’40, “incorniciò” il ruolo di quello che fu, semplicemente, il primo di una lunga serie di blockbuster statunitensi, in un Paese che di fumetti ne aveva già visti molti, ma di minore successo commerciale.

      E se qualcuno scambia Topffer e Busch per “scimmie”, dunque, dovremmo darci da fare di più – insieme – per evitare che si riproducano stereotipi rimasti forti solo in Italia. Non confondiamo, perciò, degli opportuni distinguo generali con questi casi.

      Contro-battuta: più che al dibatito sui primati, mi pare che siamo nella situazione di quello sui PACS o i DICO: assunti ovvi e scontati nell’Europa civilizzata, oggetto di incredibili e ‘pelosi’ (vedi che tornano, ‘sti primati?) scontri ideologici in Italia.
      Ciao

  2. intervengo solo per dire che wikipedia si basa sui contributi degli utenti, quindi se la pagina di fumetto italiana è parziale, la responsabilità non è di berlusconi, ma mia, tua, di Barbieri, di chiunque altro potrebbe metterla a posto con un’ora di tempo e un po’ di copia incolla. Iscriversi è molto semplice, sono riuscito a farlo pure io che mi incarto nei forum, e ho corretto giusto quelle due cose che sapevo, che poi esperti tabulatori wikipediani hanno sistemato dal punto di vista tecnico, quindi nessuno sbatto di form… ma mi mancano le competenze specifiche, le fonti, i riferimenti storici. dai ragazzi, mettiamo a posto sta pagina.

    • giorgio: hai ragione a dire che la responsabilità di quella pagina di wikipedia è (anche) nostra, che non ci siamo “sporcati le mani”. Si sa: gli accademici italiani – idem il sottoscritto – tendono a snobbare wikipedia più degli altri.

      Confesso di avere provato a scrivere qualcosa su wikipedia, in passato (una voce: un paesello a me caro). Ma sul fumetto ho solo corretto due voci minori. Quindi hai ragione: è ora di darsi da fare. Giurin giuretta.

      Per fortuna leggono questo blog anche degli amministratori wikipediani. Speriamo ci tengano d’occhio senza cazziarci troppo 😉

      • Ma che siete matti? Spesso, quando qualche studioso serio, fonti alla mano, cerca di aggiornare voci di Wikipedia, arrivano i wikkies e rompono le balle, perche’ pensano di essere proprietari di quello spazio. Democrazia reticolare di Wikipedia? Fino a un certo punto. Quindi il fatto che gli studiosi disertino Wikipedia spesso e’ solo un’apparenza, in realtà alcuni ci hanno provato ma sono stati cacciati e i loro aggiornamenti cancellati, le versioni errate ripristinate. Vi risparmio qualsiasi altro commento, ma questa di Wikipedia e’ una situazione che andrebbe governata, migliorata, risolta. Le voci in italiano relative ad animazione e fumetti di Wikipedia fanno quasi sempre pena, in confronto a quelle in inglese e tedesco.

        • marco, sì: sono matt(e)o 😉
          No, non mi pare che in Italia ci siano molti studiosi che mettono le mani in wikipedia, eccetto le voci di tecnologia e scienza. Così ho sentito da wikipediani e/o da ricercatori torinesi che hanno svolto una ricerca su wikipedia.

          Inoltre: le voci sul fumetto sono davvero di scarso valore, inferiore alle analoghe in altre lingue. Mi conforta che ad ammetterlo, e a sollecitarmi/ci a lavorarci, siano direttamente alcuni membri di Wikimedia Italia. E confido che con la loro presenza e supporto, i “troll” saranno contenuti (speranza illegittima?). E comunque la mia promessa è una sola: la voce “storia del fumetto”.

  3. Mah, io continuo ad avere la sensazione che francesi e inglesi mirino a sostenere che il fumetto è nato a casa loro. In Italia siamo (per fortuna) meno nazionalisti, e non abbiamo (purtroppo) degli antecedenti così fumettisticamente gloriosi; e quindi la questione non è sentita.
    Ma è facile litigare in materia: basta spostare l’accento su che cos’è che fa fumetto il fumetto, e la nascita si sposta immediatamente indietro o avanti di decenni. A me non sembra un’idea scema quella di farlo partire da Little Nemo, che è una vera incontrovertibile novità.
    Che Coulton Waugh fosswe poco documentato non è una prova che le sue affermazioni siano false. Si può dire il vero anche per sbaglio. Quello che io vedo – indipendentemente dagli errori di Coulton Waugh – è che sul finire del secolo in America succedono cose che prima non erano successe; e così innovative che gli inglesi e i francesi ci metteranno non meno di trenta anni trenta per recepirle, nonostante sapessero benissimo che cosa succedeva di là dall’oceano, e traducessero e riformulassero i fumetti americani.
    È questa innovazione che a me sembra sensato chiamare fumetto. È questo scarto improvviso sulla narrazione per immagini già così diffusa sui due lati dell’oceano, che poteva avvenire solo in America, per ragioni che ho spiegato. L’introduzione del balloon non è un fatto marginale, perché permette un passagio dal dominio narrativo della parola (sotto le vignette) a quello dell’immagine (le vignette stesse, che inglobano i dialoghi).
    Mi ritrovo – guarda guarda! – dalla parte di Boris Battaglia: i fumetti si guardano molto di più di quanto non si facesse con la precedente narrazione per immagini.
    E senza queste innovazioni non avremmo avuto McCay, e senza McCay nemmeno Jack Kirby e Philippe Druillet!
    Baci
    db

    • sui nazionalismi “impliciti” ti do’ ragione. Lo sai quanto trovo adorabile prendere in giro la presunzione dei colleghi francesi 😉
      Ma qui sgombriamo il campo: non mi interessa il “chi arriva prima”. Il punto è che Waugh, purtroppo, scrisse il falso. Questa “innovazione” che arriva a fine anni 1890, non ha nulla a che vedere col balloon. Il balloon era già presente in fumetti tedeschi, inglesi, svizzeri, francesi…

      Peraltro, che il fumetto sia così legato al balloon, è una fissazione molto italiana. Il che non mi stupisce, visto che siamo noi quelli che hanno chiamato questa forma proprio con il nome…”fumetto”! Per molti, non è che un riflesso condizionato di ordine culturale, quando la “vulgata” resta in primo piano e non messa in discussione per lungo tempo, consolidandosi in una percezione erronea.

      Anche io sono con Boris Battaglia, dunque! Certo che si “guardano”! Ma lo ribadisco: l’innovazione di Little Nemo è estetica e di interfaccia (il che merita tutta la considerazione e rilevanza che, per fortuna, molti colleghi e amici italiani gli hanno dedicato); quella di Yellow Kid, invece è solo commerciale: fu il primo blockbuster del fumetto USA, punto. Altri fumetti in USA (ed Europa) esistevano da tempo, sia di impianto ‘teatrale’ sia con mises en page più grafici, sia con balloon che senza.

      Quindi capisco i dubbi sulla collocabilità della tradizione xilografica o di quella delle “stampe in serie” alla Hogarth. Una collocabilità nel campo della “narrazione per immagini” che abbiamo affrontato (troppo poco) tempo fa, e che mi pare giustamente discutibile. Ma che in Topffer o in molte (non tutte!) images d’Epinal o della Maison Quantin ci fosse fumetto… è un dato assodato. E Yellow Kid, mi dispiace, ma sul piano delle innovazioni del linguaggio conta – grazie a 20 anni di risultati della ricerca storica internazionale – come il due di picche: la sua centralità è solo di natura industriale.

      Per fare un paragone con il cinema: Yellow Kid non è né Lumière né Griffith per il cinema. E’ solo il primo blockbuster, decenni dopo “i Lumière” o “i Griffith” del fumetto. Che poi i frqancesi si facciano belli dicendo che Topffer era il loro Griffith…chissenefrega, no? 😉

      Questa idea di Yellow Kidm, daniele, per me è smentita ormai da 20 anni. E non si torna più indietro. Solo che i testi e gli studi che l’hanno smentita non sono mai stati tradotti in italiano. Mi verrebbe da dire: editori, chi vuole aiutarci/mi a superare queste favolette, rilanciando il dibattito italiano al pari di quello internazionale, con un bel volume che faccia il punto della situazione, traduzioni incluse? 😉

      Abbracci (baci? addirittura? ^_- )

      • Sai che la Tunue’ e’ molto ricettiva in queste cose.

        Una volta Daniele (Barbieri) passando dallo stand Tunue’, quando Massimiliano ed Emanuele gli proposero di pubblicare qualcosa con Tunue’, rispose: “prima crescete”.

        Io sono disponibilissimo, ovviamente, a un’antologia di saggi scelti per esempio da me, Daniele e Matteo, italiani, francesi, tedeschi, inglesi, svizzeri, americani, giapponesi, argentini, una collezione di una trentina di saggi, sulla storia delle origini (o sulle origini della storia…) del fumetto. Saggi di accademici o anche di pozzi di scienza fattuale (come John Adcock) che mostrino documenti, non opinioni.

        Fatemi sapere
        Marco

        • marco: quel che disse daniele è la stessa cosa che dissi io. Dopo il saggio di Barrier e quello di Hajdu riconosco però schiettamente che sono stati fatti passi avanti non irrilevanti: da certi testi divulgativi piatti o superficiali, il catalogo Tunuè si è arricchito di alcuni volumi di saggistica (internazionale) di livello eccellente, pur nell’ottica della divulgazione culturale e non dell’analisi scientifica (e non sto facendo giudizi di merito, ma di metodo).
          Forse serve ancora qualche conferma, ma la strada mi pare buona.

          Magari è prematuro deciderlo qui. Ma l’importanza del dibattito (almeno per me), e la vivacità di questa discussione, mi spingono a dire: siccome sono stanco di attendere, o di fare questo lavoro non per l’Italia ma per l’estero (alcuni lavori sono in corso), forse è arrivato il momento di darsi da fare con un progetto ad hoc in italiano. Sfida accettata, dunque: mi metto al lavoro.

  4. dalla parte di Battaglia ci stà Battaglia in splendida solitudine. Il fumetto nasce quando qualcuno, so mica perchè e quando e soprattuto me ne frega niente, trova il modo di rappresentare graficamente la quarta dimensione. Il tempo, il modo della sua rappresentazione, è quello che fa la differenza.
    Ne trovo esempi ogni giorno, ovunque.
    Di questa mia convinzione ne ho parlato, non esauativamente come avrei voluto, qui

  5. In effetti, dalla parte di Battaglia c’ero un po’, ma non troppo. Pensare che basti la rappresentazione grafica del tempo per avere il fumetto vuol dire mettere assieme cani e porci, e fare del fumetto una categoria universale, perché le immagini, da Altamira in poi, hanno sempre coinvolto, implicitamente o esplicitamente, la dimensione temporale.
    Invece è proprio la definizione di questo confine sottile che – mi pare – segna la differenza tra Matteo e me. Mi verrebbe da dire che se Yellow Kid ha avuto il solo merito di dare il via all’esplosione commerciale, qualche ragione doveva pur averla. E se non l’aveva lui (o il suo davvero non brillantissimo autore) magari l’aveva il mutato contesto culturale in cui si poneva, per cui le stesse cose che prima erano normali ora diventano esplosive. In ogni caso, non si può liquidare quel momento come scarsamente rilevante perché tutto “era già successo”.
    Di filatteri ne vediamo parecchi sin nel medioevo, e ce ne sono certamente nella produzione dell’Ottocento; ma una rondine non fa primavera. Perché la primavera ci sia, bisogna che le rondini si presentino in maniera sistematica, come succede in America dagli ultimi anni dell’Ottocento in poi.
    A me non risulta (ma forse sono davvero ignorante) che ci fosse questo normale uso di nuvolette, prima del 1896.
    Che poi non è nemmeno la nuvoletta il punto. La nuvoletta è semplicemente quello che permette, o favorisce, la scomparsa delle didascalie: ed è questo a trasformare una narrazione in cui l’immagine ha un forte ruolo in una vera e propria “narrazione per immagini”.
    Sì, Caran d’Ache le faceva già, le storielle senza dida. Ma quanto erano diffuse? E come se la cavavano se si doveva far dire qualcosa a qualcuno? Intendo, in generale; non nel lavoro di qualcuno più astuto, ma isolato.
    Lo so. A portare questo discorso fino in fondo, il fumetto in Italia non l’ha iniziato il Corriere dei Piccoli, ma la Nerbini oltre vent’anni dopo. Ma è solo questione di definizioni. Non è che la storia cambi per questo.
    Abbracci (magari i baci sono un po’ troppo)
    db

    • anche a me, boris, se la metti in questi termini non sono troppo d’accordo: condivido quel che dice daniele. La tua prospettiva materialista (se posso sintetizzarla così) mi pareva più promettente: la rappresentazione del tempo è roba che non spiega il fumetto (spiega sì molto, ma è materia più vasta e più antica).

      A daniele dico invece che sì, anche per me la questione del filatterio non è decisiva. Simpatico, carino, divertente negli anni ’60 e ’70 – ma un dibattito da allora superato, grazie al cielo. E comunque assicuro che di fumetti pre-Yellow Kid, anche con filatteri, ce ne sono eccome (basti spulciare nelle raccolte, pur discutibili per altri versi, di Kunzle, Martìn, Smolderen o http://www.bugpowder.com/andy/earlycomics.html).

      Ah: la parola fumetto io non la disprezzo, ma non dimentichiamo che siamo i soli a insistere su ‘sto benedetto balloon… Ricordo tre “parole” per dire fumetto in diverse lingue: “strisce disegnate”, “storie comiche illustrate”, “nuvolette/fumetti”: indovinate quale di queste 3 è la lingua che mette al centro l’ossessione per la centralità del balloon? 😉

      La sottile differenza tra noi è, credo, nel significato che attribuiamo a Yellow Kid: per me l’avere “incarnato” il primo successo USA [peraltro: ma perché di Ally Sloper, mega-successo in UK precedente a Yellow Kid, allora ci dimentichiamo sempre?] è una questione di rilevanza sociologica, certo, ma che non ha a che vedere con la strutturazione del fumetto come ‘forma storica’.
      Anche io intendo quel caso come cruciale – e non smetterò mai di ringraziare quegli studiosi, da Abruzzese a Bukatman a Frezza e Brancato che per primi me l’hanno mostrato: ma un conto è la riflessione sul ruolo e il significato socioculturale del suo successo (cruciale: o non ne avremmo parlato a lungo), altro è la sua identità come forma testuale e linguistica. Che tutto è tranne un unicum o una “novità”. E su cui gli studi hanno lavorato poco (mentre sulla prima dimensione hanno ben lavorato, come dicevo, già nei ’70).

      Se mi si permette una battuta, non vorremo certo intendere che la “forma storica” della tv “nasce” quando diventa di massa, negli anni ’70? Non vorremo dire che il cinema “nasce” storicamente con i primi successi della serialità industriale pre-studios – e ci dimentichiamo dei tanti film dell’epoca degli Edison ecc a fine anni 1890s?
      Perdonate l’esempio grezzo, e solo sull’Italia, ma la tv c’era già da prima (anni 30 là, ’40 su, ’50 qua) dei tardi anni ’60: il suo più ampio radicamento sociale implicò un processo di poderosa trasformazione dei comportamenti, e generò effetti simbolici profondi, ma nulla di tutto questo va confuso con l’identità della forma (e tecnologia) televisiva, già consolidata da qualche tempo, prima di diventare “di massa”.
      Insomma, un conto è la forma storica, un altro il radicamento sociale (simbolico e non): i due aspetti sono legati, ma hanno una loro autonomia relativa. Con il “mito” di Yellow Kid, qualcuno (i seguaci acritici di quel nazionalista di Waugh…) ha invece mescolato i due aspetti, e con il secondo ha provato spiegato il primo.

      E allora torniamo al mio post. Che non ho scritto per dire di quando il fumetto “nasce” (boris: pare che tu tenda a vederla sempre così…sarai mica tu, quello ossessionato dalla ‘nascita’, perché non te la vuoi ‘spiegare’?). Anche perché – lo ammetto serenamente – attualmente non ho molte certezze (solo qualche ipotesi), visto che gli studi mi paiono ancora in corso. So per certo solo, estremizzando un po’, 2 banalità: 1) nel pre-moderno, nel medioevo o nel rinascimento il fumetto non c’era (trovo ormai ridicoli i riferimenti a graffiti e biblia pauperum medievali), 2) nel 1800 era invece già sulla scena.
      Ed ecco spiegato il mio accento sul “mercato USA nel 1869”: una forma storica che c’era, dei prodotti che circolavano, un mercato (piccolo? forse sì – ma non ne sarei troppo certo, considerando l’alfabetizzazione media) che era già strutturato decenni prima di Yellow Kid.

      D’altra parte, non è una novità: Topffer (balloons o meno) e le sue decine di cloni avevano ormai un mercato, già negli anni ’30 e ’40 dell’Ottocento (conoscete il boom dei fumetti di Cham e altri pubblicati da Aubert?). I francesi, belgi e svizzeri (ma anche alcuni americani), per ovvia familiarità con queste opere, non lo hanno mai dimenticato (nemmeno nei testi di storia del fumetto degli anni 70). In Italia, invece, sì: da noi Topffer non è ancora una ovvietà. E spesso pare di essere i soli rimasti fermi a Yellow Kid (faccio notare che anche gli spagnoli sono messi meglio, grazie ai libri di Antonio Martìn).

  6. Beh, il paragono con la TV non vale. Per la TV (come per il cinema) c’è un punto di partenza inequivocabile: la sua invenzione. Nel fumetto non c’è nessuna invenzione rilevante, ma il progressivo combinarsi in una forma nuova di forme una per una già note. Da cui il presente irrisolvibile dibattito.
    Aggiungo solo una cosa. Il punto cruciale, per me, è quando l’immagine impone il proprio ruolo narrativo sul testo che l’accompagna, e lo fa a livello di consumo di massa – non come caso isolato. La comparsa del balloon ne è un discreto indizio (ma non ne è la prova). In ogni caso, gli esempi di Kunzle, Martìn, Smolderen ecc. mi mostrano che i filatteri c’erano, ma non che erano la norma – anzi, mi pare, semmai il contrario.
    Quando abbiamo discusso su McCay vs Rip e Job era piuttosto chiaro che cosa li distingueva, anche a prescindere dalla differenza di qualità. È di questo che parlo.
    Ciao
    db

    • Certo che il paragone con la tv era grezzo. Così come lo era quello coi primati? 😉

      Anche se l’idea che la tv sia “invenzione tecnologica”, e il fumetto no, la trovo fragile. Peraltro contestata dagli studi sui media e la tv (idem per gli studi sul cinema).

      E questo sia sul fronte del fumetto (siamo proprio convinti che non esista una dimensione tecnologica che ha impresso una svolta? Non dimentichiamo, qui, la storia della stampa e i suoi potenti e determinanti shift tecnologici? Non rischiamo di dimenticarci che per non dire che il fumetto “esiste da sempre”, forse serve mettere a fuoco meglio i fattori materiali, e non solo quelli immateriali?), che su quello della tv (anche le tecnologie non si “inventano”, ma si “formano” – vedi il vecchio dibattito sulle teorie “diffusioniste”, che pensano le tecnologie come invenzioni, e sulle teorie del “social shaping of technology”, che contestano questa visione. Non a caso gli studi sul cinema delle origini si sono spostati, negli ultimi 20 anni, a guardare meno alle prime e più alle seconde: parlare di “nascita” non è mai parlare solo di invenzioni tecnologiche, ma di processi sociali).

      Sono d’accordo che, nella storia della narrazione per immagini, a un certo punto accade – piano piano, e non dalla sera alla mattina (di certo non con Yellow Kid) – un “combinarsi in una forma nuova”. E questo qualcosa è importante capirlo, studiarlo, vederlo: questione di genealogia e di “serie storiche”, direbbe Gaudréault sul cinema.

      Ma questa “forma nuova” non è a mio avviso qualcosa di puramente astratto – ovvero un concetto linguistico – ma una configurazione di elementi concreti, socialmente e ‘materialmente’ (ecco che torna boris…) radicati. Come è stato per il cinema, o per la tv, che non nascono come “esperimenti di laboratorio in versione definitiva”, ma come tecnologie costantemente in “beta version”, che si inseriscono in contesti sociali e culturali – ma questi fattori sono TUTTI attivi e rilevanti, e non solo uno (il balloon) o due (la diffusione sociale – che peraltro così sarebbe ridotta a mera questione di penetrazione demografica; e sappiamo che non è solo nel “quanti” leggevano o vedevano cose…).

      Peraltro: la televisione aveva pochissimi spettatori, all’avvio (nel 1954, in Italia). Meno di quanti ne avessero i fumetti negli USA del 1869.

      La discussione su McCay e Rip e Job, invece, è altra cosa, rispetto alla questione storica (e teorica) del “social shaping del fumetto”. Lì c’era la questione della diversa complessità di McCay, dotato rispetto ai modelli (pur prossimi) di una maggiore consapevolezza sullo sguardo, l’occhio, il movimento, il design, la città, la folla e altri concetti chiave della modernità.

      Ma la questione della “forma storica” resta fuori da quel campo di discussione: per me, lì, si discuteva di modelli noti e non, esperienze linguistiche sofisticate e non, con l’obiettivo di riportare al centro il dibattito sulle fonti, l’influenza, ecc. in un caso specifico (McCay). Era l’importanza di conoscere la Storia, ché nel fumetto – e non solo – se la si dimentica poi ci si perde a “reinventare la ruota”, illudendosi per novità che novità non sono.

      Ma lì non si parlava non “origini”. Erano solo implicate, nell’implicita ammissione che prima di McCay il fumetto era già lì, e persino per una parte importante della sua specifica poetica. Il dato storico non deve essere scambiato per quello che non è: McCay copiò e plagiò altri fumetti, sì, ma questo non inficia la potenza del suo lavoro. Di certo, però, non lo colloca – nemmeno lui, grazie al cileo, nella posizione di essere l'”inventore” del fumetto. Come non lo fu Outcault, come non lo fu Topffer (checché ne dica il titolo del vecchio libro di Thierry e Benoit…).

  7. fiuuh,
    cominciavo a preoccuparmi

  8. Matteo (e forse Daniele),

    il motivo per cui io ogni tanto rilancio proponendo a studiosi bravi come voi di pubblicare con Tunué è perché sono fermamente orientato – e lo è anche la Tunué – a pubblicare materiali interessanti. Questo, al di là dei pareri anche gratuiti (e, soprattutto, errati) che possiate esprimere sul livello delle pubblicazioni di questo editore. Pareri che non stanno né in cielo né in terra.
    Sappiamo tutti benissimo che in anni recenti (o forse mai) non è emerso nessun altro editore italiano che abbia dedicato un’attenzione così sistematica, per giunta con una buona o alta continuità qualitativa, al dibattito e ai temi dello studio sul fumetto e a temi a esso limitrofi. Una ventina abbondante di libri in cinque anni significa oltre quattro libri all’anno da parte di un solo editore, su una gamma di temi assai specifica, tutt’altro che mainstream, con saggi e antologie dove l’attenzione primaria è alla cura editoriale, alla controllabilità delle notizie e delle riflessioni critiche, al rigore argomentativo.
    Più di quanto abbia fatto qualunque altro editore italiano (o forse europeo), a mia memoria.
    Il livello dei saggi della Tunué era alto anche prima della pubblicazione dei due libri di Barrier e Hajdu. Anzi, questi due libri di autori americani spiccano solo per ricchezza informativa, non certo per spessore critico, men che mai per ampiezza di visione storica. Però l’esterofilia italiana emerge subito e infatti, Matteo, citi questi due libri, che abbiamo pubblicato più per ampliarci ad autorevoli e influenti sguardi stranieri che convinti che essi siano testi migliori di quanto non abbiano fatto autori europei (penso ad esempio Jean-Paul Gabilliet e al suo “Des comics et des hommes”, fra i testi nel mio mirino). Sono due bei libri, ovviamente, e si meritavano lo sforzo che abbiamo dedicato loro; vorrei solo notare che la Tunué sarebbe la Tunué anche senza questi due libri. Di recente abbiamo venduto i diritti del libro di Marco Arnaudo “Il fumetto supereroico” alla Johns Hopkins, e il mio “Il Drago e la Saetta” è stato premiato dalla Japan Foundation con due sovvenzioni per un valore di 12mila euro.

    Quindi ripeto, buon lavoro con chi volete voi, sapendo che la Tunué vi aspetta sempre a braccia aperte perché quel che ci interessa è pubblicare autori e contributi innovativi e di qualità. Certo, se riuscite a pubblicare un saggio Tunué-style con Rizzoli o con qualche altro di questi editori grossi (ma tutt’altro che grandi editori), auguri, sapete bene che questi editori sono accentratori che non fanno emergere gli autori ma solo il loro “marchio”, e uso la parola volutamente, perché una ragazzetta della Rizzoli-Lizard, sul palco dei Gran Guinigi qualche giorno fa, parlava di come fossero tutti contenti alla Rizzoli-Lizard del successo del loro “marchio”, invece di parlare di un “editore” e dei suoi autori.

    Saluti
    MP

    • marco: non so a quali “pareri errati” ti riferisci. Dire “crescere” non mi pare né errato né…un parere. Semmai un invito – magari snob, magari affettuoso: ma è un invito. A lavorare, a non fermarsi.

      Se invece ti dispiaci perché ho fatto solo quei due esempi, ti dico che è perché:
      1) Hajdu è il più recente; Barrier è un classico “da catalogo” come nessun altro libro tunuè
      2) guardare fuori Italia è sintomo di curiosità, aggiornamento e competenza (esterofilìa?? Trovala tu una biografia su Disney o una storia della “comics scare” di pari qualità – sia documentazione che analisi – di autori italiani). Perché mai dispiacersene?
      3) perché i saggi stranieri tradotti sono stati tutti dei buoni libri, mentre quelli italiani no: a volte sì, a volte no (e se ne discute quando vuoi). Ma la qualità, come ho scritto, è andata aumentando col tempo. Anche qui: perché mai dispiacersi di una simile considerazione?
      4) infine: citare in esempio il più corposo e ambizioso libro italiano tunuè, non mi pareva elegante, in questa sede: è un tuo lavoro, ricordi?
      5) perché “i fatti mi cosano” 😉

      Battute sciocchine a parte, marco, davvero: i libri Tunué sono ormai un discreto numero. E non sono tutti uguali. Ergo: alcuni meritevoli, altri no. Vale per molti di noi: non tutta l’analisi che produciamo ha la stessa qualità.
      All’inizio ne ho trovati alcuni anche sotto la sufficienza (non mi nascondo dietro a un dito, e ne cito uno: La storia della linea: una bella idea, sviluppata poco e male, alla faccia della buona documentazione…). Oggi invece vedo una selezione più attenta, più curiosa, meno rivolta a un bacino di autori con il baricentro troppo nel fandom (pur con tutta la mia propensione a stimare gli aca-fans), e non posso che esserne felice. Dopo 5 anni, forse – lo dico e lo ripeto – quel catalogo è effettivamente cresciuto: una buona notizia.

      Sarà mica un dispiacere riconoscere che prima di raccogliere, si è dovuto stare un po’ a seminare – anche provando varie sementi, non sempre troppo fertili. Non trovi?

  9. Prosegue l’OT. Chiedo scusa. Ma la conversazione è per me molto importante per capire alcuni punti di vista e anche per comunicare i miei, ovviamente. Rimane il fatto che tutto è partito dalla necessità percepita da noi studiosi di pubblicare in italiano un bel testo sul dibattito internazionale circa il problema delle origini, dello sviluppo e delle definizioni teoriche e operative del fumetto come forma espressiva, come linguaggio, come narrativa popolare. Un testo che troverebbe sede perfetta come volume Tunué, a mio (parzialissimo) avviso.

    Certamente la qualità dei testi (dunque della selezione) Tunué è cresciuta e sono contento che si noti. So anche io che abbiamo commesso alcuni errori di valutazione. Devo anche dire che a mano a mano che pubblicavamo/pubblichiamo testi di valore, cresce anche il numero di proposte interessanti che ci pervengono.
    Ci sono dei testi che non ti piacciono molto è questo è normale, ciascuno formula le sue sacrosante valutazioni (io stesso ho supervisionato libri che per un motivo o per l’altro mi convincevano meno di quanto avrei voluto).

    È che quando si dice, in sostanza, “cresci bene che ritorno” a una casa editrice il cui catalogo saggistico nell’ambito del fumetto è oggi di tutto rispetto, a me dispiace perché fatti due calcoli mi rendo conto che è una valutazione errata. Nel settore delle case editrici che si occupano filologicamente di fumetto, la Tunué è un caso a parte, sta sopra le altre per sistematicità, catalogo, qualità complessiva delle proposte. I libri Tunué nelle librerie e fumetterie si vedono. Altri libri sul fumetto (non Tunué), di alta qualità in linea di principio (ma isolati, non pubblicizzati, sconosciuti), sono realizzati per esempio a mo’ di one man show e risultano invisibili. Magari vincono anche premi. Però vendono sei copie perché nessuno sa che esistono e in libreria non arrivano.

    Se poi “crescete e ne riparliamo” significa che dobbiamo ampliare ancora di più la produzione, be’, questo è difficile nell’immediato, perché preferiamo avere una produzione contenuta di testi ben curati, visto che il personale di responsabilità scientifica (per la saggistica sono io e basta, con l’aiuto redazionale di Fabio Bartoli su alcuni titoli e il co-coordinamento sulla decisione dei titoli fra me e Massimiliano Clemente) rimane quel che è e non si possono produrre più di tot libri all’anno senza ridurre la cura dedicata a ciascun volume.

    Se infine il “crescete” ha a che fare con altri criteri, di distribuzione e promozione, so che abbiamo ampi margini di crescita. Ma se si tratta di “voi siete giovani, io preferisco pubblicare con chi sta più su”, e solo perché pubblichiamo testi stranieri con una grafica cool adesso sembriamo un editore dai valori scientifici degni di considerazione, be’, anche questa è una valutazione errata, e snob. Anche perché si sa bene che la cura dedicata ai testi Tunué è più attenta e amorevole di quella che si può incontrare presso molti editori universitari. E questo voi lo avete visto sulla vostra pelle (e santa pazienza). 🙂

    Ecco, era un pomeriggio di piccole paturnie, in una vita grama di soddisfazioni 🙂 Ma penso che sia stata una discussione chiarificatrice sull’ampia e costante disponibilità mia e di Tunué a portare avanti un progetto come quello di cui abbiamo parlato, magari sulla collana accademica per eccellenza dell’editore, ma in questo caso dovete/dobbiamo parlarne con chi la dirige, cioè Sergio e Gino. 🙂

    • che dire, se non che siamo già pericolosamente scivolati OT?
      Snobismi, grafica cool, quantità di titoli… troppe paturnie, davvero! La conversazione su tunuè, a mio avviso, per ora finisce qua: proseguirà altrove.
      Forza, che forse è l’ultima settimana per dire “piove, governo ladro”. 😉

  10. […] rispuntata la polemica sulla data di nascita del fumetto, tra Matteo Stefanelli e me, qui. Ma non è di questo che voglio parlare, bensì di un tema correlato, ovvero l’annosa […]

  11. Vi dico come la vedo io. A me pare decisiva, nel discorso di Barbieri, l’intuizione sulla prevalenza delle immagini rispetto al testo, che nel fumetto è sostanzialmente ancillare rispetto alle vignette (tant’è vero che, come ben sappiamo, esistono fumetti fatti di sole immagini, senza le parole). Dirò di più: a differenza di quello che afferma Barbieri, a me non pare nemmeno che, quando presenti, le didascalie inglobino e inquadrino le vignette: sovente le didascalie sono puramente accessorie e talora, com’è noto, non sono state altro che un artificioso succedaneo dei balloons.
    A mio avviso occorre chiamare in causa il concetto di “percezione”. Un fenomeno, un’invenzione, un linguaggio acquisiscono una fisionomia e un’identità anche in base al modo in cui vengono percepiti e, quindi, all’utilizzo che, a seguito di questa mutata percezione, ne viene poi fatto. Azzardo un paragone con il cristianesimo. Il cristianesimo non è un’invenzione strictu sensu, è il portato e l’evoluzione di teorie, credenze e concetti già presenti all’interno dell’ebraismo, e sappiamo bene che, se è ovviamente imprescindibile, nel suo delinearsi, la figura di Cristo, non è meno importante quella di San Paolo, il quale ha contribuito in modo determinante, con la sua predicazione, a modificare radicalmente la percezione del cristianesimo, in particolare da parte dei non ebrei, rendendolo una religione non più legata a un popolo bensì universale (cattolicesimo) laddove prima (e lo sarebbe stato peraltro ancora a lungo, perché la visione paolina avrà bisogno di tempo per imporsi e dovrà contare sui Padri della Chiesa) era avvertito nel mondo pagano come una specie di scheggia estremistica dell’ebraismo. Con il fumetto accade qualcosa di similare. In tanti avranno (anzi, hanno) utilizzato delle immagini fisse per sviluppare una qualche narrazione ma questa era un’attività senza nome e senza norme, dunque non era un linguaggio. Il fattore discriminante, così come San Paolo per il cristianesimo, è stato a mio avviso proprio l’adozione di questa modalità espressiva – in cui l’immagine “pesa” più della parola, con cui pur convive – da parte della grande industria editoriale staunitense, la quale ha consentito la nascita, il codificarsi e il diffondersi di un linguaggio nonché la possibilità di dargli un nome (diverso a seconda dei Paesi ma indicante una medesima cosa).

    • giuseppe: certo, che il disegno (non ‘immagine’ in generale) sia prevalente è una questione chiave ineludibile. Anche se molta letteratura ‘amatoriale’ italiana (e americana) non se ne è a lungo accorta: una nozione che non si può non dare per assodata, oggi come oggi (ma grazie al cielo c’è una vasta letteratura a dimostrarlo).

      Più delicata la questione sulla percezione che sollevi. Al di là dell’esempio che fai, secondo me fuori luogo (ma intuisco la funzione di esempio operativo “per capirci”), sul cristianesimo non come fede “rivelata” ma come filone di pensiero socialmente determinato.
      Da un lato la mia riflessione sulla forma storica del fumetto va al di là del punto – pure importante – della sua “nominazione” (come per “cinema” o “romanzo”). Ma soprattutto, occhio a un rischio ideologico implicito: il “determinismo sociologico”: i discorsi sociali sono sempre un fattore rilevante, ma non solo i soli a influenzare l’emergere delle forme testuali, che si consolidano al di là della loro fase di appropriazione da parte dei pubblici. Ovvero – e perdona la sintesi brutale – la percezione delle cose non “fa”, da sola, le “cose” 😉

      Ciao

  12. Lungi da qualsiasi essenzialismo, vorrei tuttavia segnalare la possibilità, o, meglio dirlo chiaramente, a mio avviso la necessità di uno spostamento percettivo nel considerare il fumetto rispetto al momento, o periodo, della sua «invenzione».

    (Mi scuso per le «e’» con l’apostrofo anziche’ con l’accento, ho un problema alla tastiera.)

    Certo e’ vero che il fumetto e’ un medium, e’ un ambiente, e’ un’abitudine, e’ un «sistema», e’ una forma narrativa, e’ un settore dell’editoria e quant’altro. In tal senso, e’ corretto il pensare al fumetto come una forma espressiva che acquisisce uno statuto proprio nel momento in cui, appunto, «fa sistema», cioe’ in sostanza diviene riconoscibile come un tipo di prodotto, di forma narrativa-espressiva, in vario modo distinta e distinguibile da altre forme.

    (Metto fra parentesi una obiezione a Daniele Barbieri circa il suo esempio dell’ipotetica rivista a fumetti contenente una grande vignetta. L’opinione o percezione se quella vignettona sia o meno un fumetto non dipende dal contesto in cui appare, dipende da una percezione che assai spesso, o sempre, pre-esiste nei lettori rispetto al momento dell’apparizione di quella vignetta. Per esempio, nella rivista “Animals” della Coniglio, come in molte altre riviste dello stesso editore, ci sono fumetti e ci sono racconti illustrati, e non credo affatto che i loro lettori abbiano mai scambiato gli uni con gli altri; anzi molti si arrabbiano proprio perche’ i racconti illustrati non fanno, a loro avviso, che disturbare cervelloticamente la presenza dei fumetti. Al di là di questo, la percezione di cos’e’ fumetto e’ come le regole della lingua: secondo quel principio, reale e a noi tanto caro, per il quale tali regole sono descrittive ex post e non prescrittive ex ante: e’ l’uso collettivo che determina la regola, quindi la percezione e considerazione di «cos’e’ fumetto e cosa non lo e’»; non sono ne’ la fissazione normativa «dall’alto» ne’ tantomeno il trucco del posizionamento di un oggetto x all’interno di un contesto fumettistico, a meno che ciò non diventi sistematico e allora e’ proprio l’uso collettivo – nel senso, della collettività del sistema editoriale e degli autori, dunque anche, per proiezione, dei lettori – che *forse* lo renderà, a lungo andare, fumetto. Ciò e’ avvenuto nel passaggio dalle comic strips ai comic books, per esempio; c’e’ voluto del tempo perche’ si accettasse che si trattava dello stesso linguaggio ma espresso in formati semiotici, su supporti editoriali, e a pubblici, diversi.)

    E vengo al tema dello spostamento percettivo sul fumetto, che forse potrebbe aiutarci a individuare meglio i confini del tema sulle origini, sul momento di «invenzione» invece che su quello del «processo» che avrebbe portato a renderlo una consuetudine. Il processo esiste e non e’ in contrapposizione al momento dell’invenzione. Il problema dell’apparente contraddizione fra la visione del fumetto come (1) un medium/forma espressiva/ambiente che si forma nel tempo grazie alla crescita di un sistema editoriale, di una percezione condivisa e di consuetudini linguistiche ricorrenti, e (2) un linguaggio/oggetto che nasce in un momento preciso, a prescindere da un’acquisizione condivisa degli strumenti, delle convenzioni, della percezione di un pubblico, sta a mio avviso nel considerarlo una *tecnologia*.

    Quando altri in questi stessi nostri discorsi sui vostri blog hanno detto che la differenza fra media come la televisione o il cinema e altri media come il fumetto starebbe nel fatto che il primo tipo di media erano anche tecnologie, mentre il fumetto si basa su tecnologie preesistenti, ritengo che essi siano caduti in un fondamentale errore (epistemologico, teorico ed empirico) di definizione del fumetto e ancor prima della definizione di tecnologia. Soprattutto, su un attaccamento affettivo alla propria idea di fumetto che ha loro impedito di osservare con maggiori distacco e prospettiva la questione.
    La combinazione innovativa di linguaggi e tecniche dà forma a nuove tecnologie. In tal senso il fumetto e’ una tecnologia diversa da quelle che costituiscono il teatro, l’illustrazione a incisione, la stampa tipografica, il racconto per immagini a esso precedente. Non e’ solo la combinazione additiva, ma anche la commutazione/permutazione degli elementi, le aggiunte ex novo, la fusione inedita di fattori cartotecnici, linguistici, di sovrapposizione e compresenza di diversi piani comunicativi, che creano appunto una tecnologia – della visione, della comunicazione ecc. – diversa e nuova. Attenzione, dunque, a non intendere la tecnologia in termini non solo ristretti, ma addirittura restrittivi: il fatto che il fumetto appaia a mezzo stampa non vuol dire che la sua unica tecnologia sia la stampa (un’idea materiale e materialistica del concetto, ben più complesso, di tecnologia); infatti, come dico anche poco sotto, le tecnologie possono essere avvolte le une nelle altre, anche se a prima vista se ne scorge solo una.

    L’approccio in termini di storia delle tecnologie può anche mostrarci come tecnologie della comunicazione come quella della televisione, nata in forma elettromeccanica alla metà degli anni Venti in Inghilterra, fosse già un medium ben prima che ve ne fosse la pubblica consapevolezza, la consuetudine collettiva e la sistematizzazione territoriale; la tecnologia del tubo catodico, elettronica e non più elettromeccanica, era stata messa a punto già nella metà degli anni Trenta, ma non v’era assolutamente, nel pubblico, coscienza che si trattasse di un nuovo medium; infatti esso era tale solo in potenza; in effetti era ancora, a un primo esame, solo una tecnologia, un apparente residuato bellico (era usato in guerra e nelle scienze per oscilloscopii, radar ecc.). Le potenzialità comunicative furono espresse a partire da dopo la guerra, come tutti ben sappiamo.
    Il discorso e’ sostanzialmente lo stesso per la tecnologia comunicativa fumetto: la sua invenzione prescinde ed e’ del tutto indipendente dalla sua percezione pubblica. Si tratta semplicemente di discutere a posteriori, non in maniera prescrittiva ma con criteri appunto descrittivi, circa la possibilità di individuare i momenti o periodi e i luoghi (ovviamente più d’uno) in cui la tecnologia fumetto e’ stata inventata, in modo anche inconsapevole, senza che ne venisse minimamente prevista l’applicabilità sistematica come narrazione popolare, per bambini, per adulti, per famiglie, nei quotidiani, negli albetti, in forma di volume.

    Rimane da ricordare, come anticipavo sopra, che le tecnologie non sono a tenuta stagna: esistono tecnologie dentro a tecnologie dentro a tecnologie. E’ per questo che la tecnologia libro sta dentro alla tecnologia video che sta dentro alla tecnologia computer (e-reader). Non vorrei continuare a tediarvi con altri esempi.

    Marco

  13. Caro Marco
    sono in felice e radicale disaccordo con te – eccetto quando dici che mi sbaglio e poi sostieni la stessa cosa che ho detto io.
    Nell’obiezione che hai messo tra parentesi hai preso il mio esempio di contestualizzazione come se fosse l’intero discorso e non un semplice esempio, nonostante io chiudessi il tema con queste parole: “Diciamo che il confine tra ciò che è fumetto e ciò che non lo è sta nell’essere accettabile come tale o non esserlo, e il luogo di pubblicazione può anche costituire, a volte, l’elemento determinante.” C’è scritto “può anche”, non c’è scritto “è”; e la pubblica accettabilità è più o meno la stessa cosa dell”uso collettivo” che richiami tu.

    Sulla questione della tecnologia siamo invece proprio lontani. In questo rispondo un pochino anche a Matteo, di qualche giorno fa: ho tirato in ballo cinema e TV non perché ritenga che la loro storia debba iniziare dall’invenzione tecnica, ma perché il loro essere legati a un invenzione tecnica univoca rende banalmente impossibile farla iniziare prima di lì, e rende subito dopo piuttosto chiaro il campo in cui devo indagare per identificare il mio oggetto.
    Se parlo di tecnologia del fumetto, invece, a che cosa – specificamente – mi riferisco? Stampa? Stampa a colori? Migliore distribuzione? Oppure alla specifica tecnica di giustapporre parole e immagini? E se è quest’ultima, allora la dovrò definire con precisione, perché si tratta solo di una tecnica comunicativa, non di uno strumento materiale, cioè non di una macchina (che magari, a sua volta, permetterà lo sviluppo di tecniche comunicative). Ed eccomi ricaduto di nuovo nella spirale della definizione del fumetto: a seconda di come definirò questa tecnologia, il fumetto sarà nato nelle caverne di Altamira, sulla colonna Traiana o sui giornali americani di fine Ottocento.
    Mi dispiace Marco, ma non ci casco.
    Ciao
    db

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