Contro l’arte sequenziale (1)

Delle tante etichette con cui si tende a nominare il fumetto, uso raramente quella di “arte sequenziale”. Come la più nota graphic novel, si tratta di una formula linguistica resa celebre da Will Eisner, ripresa anche da Scott McCloud e molto in voga nella stampa specializzata e nella fumettologia contemporanea.

Tuttavia, come l’altra, arte sequenziale continua a portare con sè i segni di una “ragione storica” che è evidentemente di tipo tattico: per gli attori del sistema-fumetto, il suo uso è stato volto a contrastare retoricamente le implicazioni simboliche di termini troppo connotati (comics o historieta) o parziali (quelle a noi care sineddoche che sono fumetto e bande dessinée). In modo anche più forte dell’altra, arte sequenziale ha poi un altro limite: offre un mix troppo ambiguo tra la generalizzazione (astrazione: “tutti i tipi di fumetto sono…”) e la spinta ad una stringente definizione (diciamo ‘ontologica’ per capirci: “sono davvero fumetti quelli che…”).

Non nascondo, e anzi tengo a ribadire l’importante valore “politico” che va riconosciuto a un simile termine. Che qualche utilità la ha avuta – e può ancora avere – nell’eludere alcune implicazioni “stereotipizzanti”, e soprattutto derivative (letteratura disegnata, cinema tascabile, …) spesso associate al fumetto. Eppure questo non basta, a mio modo di vedere, per ritenerla un’espressione di assoluta utilità o urgenza. Anzi, una parola come questa mi pare, spesso, del tutto inutile rispetto al termine Fumetto, più consolidato dall’uso. Dico di più: la parola arte sequenziale può persino essere ritenuta pericolosamente fuorviante.

Insomma: Arte Sequenziale non basta e non funziona. Non basta, perché non è con artifici retorici che si conquistano nuovi e solidi traguardi di legittimazione nell’arena sociale; non funziona, perché si fonda su un’idea parziale e ideologica dell’identità del fumetto come linguaggio.

La faccio breve solo per comodità: ritengo che la sequenza sia, dal mio punto di vista, solo una delle caratteristiche della grammatica del fumetto. Una proprietà che viene spesso confusa e sovrapposta ad un altro concetto, quello di vettorialità. Già, perché una serie ordinata di cose (una sequenza di immagini, giustapposte), non giustifica e non spiega di per sè lo spazio della pagina e i percorsi di costruzione dello sguardo che la percorre.

Mettiamola in termini ‘pratici’: l’occhio del lettore davanti a un fumetto non si comporta come un proiettore cinematografico con una pellicola. L’occhio non “srotola” un fotogramma dopo l’altro, ma piuttosto percorre lo spazio/pagina in direzioni che possono o non possono essere governate da un senso di tipo vettoriale. Si tratta di un principio basilare legato alla percezione delle immagini – e se vale per immagini “singole” come quadri o fotografie, figuriamoci per immagini dalle relazioni reciproche già piuttosto complesse come quelle di una tavola di fumetto, composita per sua natura (inciso: altro è una pagina di picture book, per esempio).

Esempi. Le daily strip sono certo una forma di sequenza (vignette-giustapposte), e che presenta una chiara vettorialità (sguardo-in-catena-ordinata-e-univoca); le sunday pages di Little Nemo o Krazy Kat, per dire due banali classici, non funzionano così: lo sguardo le percorre in più direzioni, anche contraddittorie, simultanee e non pienamente gerarchizzabili in modo vettoriale (per esempio: centripete, centrifughe, a macchia di leopardo, ecc.). E non serve tirare in ballo l’adorato (almeno da me) Gianni De Luca, forse il più consapevole ed estremo interprete del problematico policentrismo dello sguardo fumettistico. Basta ripensare a Crepax o Fred, ma anche Toppi o Chris Ware per capire che il fumetto si può leggere a volte come “strettamente sequenziale”, e altre volte no. Il punto – il fumetto – sta nel prosperare all’interno di un regime percettivo fatto delle tante sfumature di queste ambigua e peculiare esperienza che – non a caso – è difficile ritenere che si possa spiegare come leggere piuttosto che come guardare.

Insomma: la sequenzialità è un tratto parziale, se si riflette su questo linguaggio che talvolta (spesso?) procede per costruzioni compositive e plastiche che di sequenziale hanno davvero poco. Di quanto questa idea affondi le sue radici negli anni 60 e 70, nell’alveo di una certa “ideologia cinema-centrica” in voga nella prima semiotica non-letteraria (o almeno non solo) che si applicò al fumetto, ho detto anche in passato, per esempio qui. Ma il dibattito mi pare ancora molto vivo e aperto.

Domani, un paio di piccoli esempi (di fumetti digitali), per ribadire il concetto.

21 Risposte

  1. Di sicuro “arte sequenziale” è una definizione non sufficiente, però il concetto di sequenza è comunque condizione necessaria per l’esistenza di fumetto, giusto?
    Il “problema” del fumetto è che si muove, si evolve, a metà tra le arti di base temporale e quelle che invece si sviluppano a livello spaziale.

    Quindi il punto di Eisner credo fosse trovare un base ontologica forte e universalmente accettata, e a partire da questa creare una definizione nobilitante per il linguaggio. Che poi sia condizione necessaria e non sufficiente è un dato di fatto, ma almeno sono delle buone fondamenta su cui costruire.

    • emanuele: il problema però non va posto nei termini che dici.
      Ovvero: non mi convince l’assioma logico-formale “condizione necessaria ma non sufficiente”. La dimensione sequenziale è una di quelle rilevanti, ma non è determinante (domani presento anche un esempietto proprio per ribadirlo: mettere immagini in sequenza non è una proprietà specifica del fumetto). Le pagine e le vignette si leggono una dopo l’altra, ma anche una con all’altra. E se qualcuno vuole proporre “definizioni” o anche solo delle parole che enfatizzano un aspetto sull’altro, non mi trova daccordo. Al massimo simpatizzante 😉

  2. Evinco da quello che scrivi di movimento oculare e di sua direzione, Stefanelli carissimo, che hai, di che cosa sia una grandezza fisica vettoriale, un’idea alquanto confusa.
    Ma apprezzo che finalmente anche una voce sì autorevole nelle classifiche di chi vanvera di fumetti si levi, anche solo timidamente e con dovuta cautela, a solleticare il sospetto che forse per indagare quella cosa lì, il fumetto, occorrano strumenti un po’ meno logori e più attuali della semilogia. La fisica per esempio. Quella dei supereroi?

  3. Caro Matteo
    condivido la tua perplessità sull’espressione, che infatti non ho mai usato come alternativa a “fumetto”. Però credo che sia necessaria una precisazione, perché l’italiano “arte sequenziale”, nonostante sia l’unica traduzione sensata possibile, non rende affatto il senso dell’originale di Eisner “sequential art”.
    L’inglese “art”, nel giusto contesto, ha un significato molto più specifico dell’italiano “arte”. Non a caso nei credits dei fumetti americani, là dove noi scriveremmo “disegno: Pinco Pallino” loro scrivono “art: Pink Pallin”.
    L’arte, per noi, può essere sequenziale (come la musica o il romanzo) o non sequenziale (come la pittura e il disegno), per cui l’espressione “arte sequenziale” ha un segnificato univoco. Ma nell’uso di Eisner, dove l’arte è sostanzialmente il disegno, che è qualcosa di non sequenziale per natura, l’espressione “sequential art” si presenta come un interessante ossimoro! Come dire “disegno sequenziale”, ma con in più il fatto che è un’arte.
    In inglese, dunque, l’espressione ha una certa carica dirompente, che in italiano va del tutto persa.
    Diciamo che in inglese, quindi, è una trovata pubblicitaria molto migliore che in italiano. Eisner ha fatto quel mestiere (il pubblicitario) per metà della sua vita.
    Quanto a sostituire davvero “comics” o “fumetti”, a guardare il titolo del libro di Eisner, nemmeno lui ha avuto il coraggio!
    Ciao
    db

    • puntualizzazione utile, daniele (poi mi racconti delle opere di Pink Pallin ^_- ). Apprezzo molto il cenno al profilo culturale di Eisner, che condivido al 100%: è stato il più grande PR manager del fumetto, oltre che un ottimo autore.
      Resta il fatto che l’uso di “sequential art”, anche nella fumettologia anglofona, tende ormai a indicare il fumetto in toto, e non solo il disegno, purtroppo. Ciao

  4. boris: lo so che siamo daccordo sul rifiutare certe gabbie interpretative che sono servite, ma non servono più.
    Però il problema delle parole per arrivare a “capirci meglio” è sia mio che tuo. E quindi sono in parte daccordo (certo, anche io parlo di movimento oculare, ma dal punto di vista della pagina: la vettorializzazione è l’operativizzazione – scusa l’orrenda parola – grafica dell’occhio, ma visto dal puto di vista della pagina, e non dell’occhio stesso..). Ma in parte no: la fisica secondo me – ma se mi spieghi, lo sai che ti ascolto – non serve a nulla.
    Sai invece cosa servirebbe di più? E che ci interesserebbe vedere discusso? Le scienze cognitive. Quelle che studiano le immagini e le interfacce. Su quello, se abbiamo voglia di studiarle meglio (io ho ancora molto da studiare: tu invece, sai già tutto?), proseguiamo, ok?

    • Tutto? Io so un bel tocco di niente.
      Però.
      La fisica non servirebbe a nulla? E allora:
      1) come cazzo sta in piedi questo mondo? come cazzo stanno attacate le pagine dei fumetti? come cazzo fa il tuo occhio a muoversi e seguirne le storielle?
      2) perchè, se serve a niente, tiri in ballo la meccanica delle grandezze vettoriali?
      ‘tento, lì.
      Che se butti via il mondo materiale, nonostante tutta la buona volonta e tutto il tuo studiare, fai come Putnam e resti lì, a reincollare la mente lal cervello con una qualche metafisica.

      • boris: al di là delle battute e dei ping-pong da blog, queste sì che sono discussioni che mi entusiasmano. E guarda che vi ho visti, tu e daniele, sul tuo blog, a sviluppare chiacchiere tra le più stimolanti degli ultimi tempi..
        La fisica c’entra eccome, e c’entra sempre se non ci dimentichiamo che anche i media e il fumetto sono – provo a dirlo in sociologhese, pardon – “cultura materiale”. Però il problema che mi poni, è molto semplice: il problema non è che la fisica non serva, ma come da essa si passi alle sue “conseguenze” che sono su altri piani, come quello (qui) della pagina, del disegno, della ‘sequenza’, del libro. Che si spiegano con la fisica solo li prendi moooolto alla lontana.
        Ecco perché insisto – e ti stuzzico un po’ – a lasciare la fisica sullo sfondo, e piuttosto a guardare a “oggetti fisici” più limitati e specifici come libro, pagina, disegno, ecc…
        Mi sono capito? 😉

  5. Caro Matteo, interessante la tua disamina del termine arte sequenziale (come pure la chiosa di Barbieri). Sul tema rifletto anch’io da un po’ di tempo e domani, nel corso di una mia conferenza a Romics (nell’ambito dell’Università del fumetto) vi accenno. Guarda caso parto proprio da Crepax, tocco Eisner, attraverso Blow up e Blade Runner, l’arte fiamminga e molto altro. Ti ho segnalato a parte il mio articolo su «l’Unità», dedicato al «fumetto» di Burroughs e ne approfitto per dirti che i refusi perseguitano noi giornalisti. Graphic novel l’ho scritto sempre in maniera corretta ma nell’articolo è uscito un improbabile editore: Phantagraphics Book invece del corretto Fantagraphics Books. Ciao e grazie.

    • renato: grazie per avere condiviso qua un problemaccio professionale banale, ma pur sempre reale. La “cucina redazionale” a volte è a volte fonte di coltellate alla schiena. Mannaggia. Mi spiace per Gary Grotta e la sua “Phantagraphics”.
      En passant, all’Hermitage di San Pietroburgo – che per l’arte fiamminga ha una raccolta pazzesca, credo la più vasta al mondo – ho trovato un quadro “sequenziale” di Paulus Potter, intitolato (in inglese) “Punishment of a hunter”. Molto bellino 😉

  6. ciao matteos, mi godo questa serie dl post e i commenti in santa pace, e non avrei voluto commentare, ma secondo me dovete mettervi d’accordo su quali fumetti vi piacerebbe leggere.

    Con simpatia vi chiedo: avete intenzione di appassionarvi a storie, e identificarvi in personaggi e allo stesso tempo mandare completamente, sottolineo completamente, in vacca la sequenzialità?

    fra parentesi, anche una forza centripeta è vettoriale, la direzione del vettore è il centro della circonferenza descritta dalla traiettoria.

    seconda domanda: dov’è che sarebbe “sequenziale” il quadro di paulus potter?
    http://www.arthermitage.org/Paulus-Potter/Punishment-of-a-Hunter.big.html

    grazie, ciao

    • ciao giacomo, non sono daccordo con la tua idea di “disaccordo su diverse idee di fumetto”. Per niente. Alla tua domanda rispondo con schiettezza: sì, voglio entrambe le cose, narrazione e non sequenzialità. Perché sono convinto che il fumetto le tenga insieme. Costitutivamente.

      Lancio lì un altro ‘sasso’, che viene da altri media e campi di studio: l’idea di “retraceability”, percorribilità ecc. Analogamente ai videogiochi, nel fumetto, con lo sguardo “si va avanti e si torna indietro”. Naturalmente a volte di più, altre di meno, ma resta una pratica normale e “implicita” nella lettura. Tutto ben diverso dalla televisione o dal cinema, per capirci (l’arcaico concetto di “flusso televisivo” ecc, ricordate?).

      Chiedo scusa, ma sto ripartendo. E proseguire solo nei commenti mi pare troppo poco (e io stesso non posso che semplificare un tanto al chilo). Incluse le tue puntualizzazioni su vettorialità o Potter.
      Prometto allora che la pross settimana posterò un breve saggio di un annetto fa che contiene un paio di spunti (e riferimenti bibliografici) meno buttati lì e – si spera – ulteriormente utili.

      • >sì, voglio entrambe le cose, narrazione e non sequenzialità. Perché sono convinto che il fumetto le tenga insieme. Costitutivamente.

        ok, benissimo, ma io non ho detto “narrazione”, ho detto “appassionarsi a storia e identificarsi con personaggi”, insomma partecipazione emotiva, mi sembrava chiaro, altrimenti le istruzioni dell’ikea sono fumetto.

        Detto questo, tornare indietro con gli occhi non implica necessariamente non-sequenzialità, anche perchè altrimenti potremmo cominciare a leggere un fumetto dall’ultima pagina, dai…

        insomma piacerebbe anche a me trovare un bell’esempio di fumetto totalmente non-sequenziale, è che faccio una fatica.
        buona partenza

  7. Nanni cogli perfettamente, a mio avviso, il punto debole del ragionamento di Matteo. Gliel’ho già detto io che fa un’esiziale confusione tra sequenzialità e vettorialità. Sovrapposizione che mina il suo ragionamento alla base. Epperò guarda che ha comunque ragione lui.
    Poi per quel che riguarda il quadro di potter, non ti ha risposto proprio a causa di quella confusione, ma il quadro è o non è una successione di eventi? Mi sembra di si, quindi è sequenziale quanto è più di un fumetto. Come lo è qualsiasi via crucis, come lo sono le tavole dei sette peccati di Bosch. Come lo è la maggior parte dei dipinti di Guttuso.

    • boris: rispondo, rispondo. Non sono mica un parlamentare 😉

      Il quadro di Potter è una sequenza di eventi narrati per immagini. Fumetto? Ritengo di no. Ma centri il punto: lo stesso varrebbe per le via crucis, colonne traiane ecc.
      Il che mi pare una ulteriore dimostrazione che non basta dire “sequenza” per parlare di fumetto.

      Sulla sovrapposizione sequenzialità/vettorialità: questa sovrapposizione è per me costitutiva di certo fumetto. Le strip, per fare l’esempio più banale. Ma non di tutto. McCay o Chris Ware invece lavorano costruendo vettori multipli, che sequenziali non sono: sono insieme sequenze, vettori centrifughi, e vettori centripeti. Ricordo a tutti che il CdP, quando adattò Little Nemo, lo trasformò e ritoccò molto. E come? Rendendolo una sequenza di vignette. Ma il risultato, mi sia permesso, è un lavoro che non è più Little Nemo, ma più una sua ‘cover version’ [Gadducci: mettiamo le immagini di questo caso, che dici?]

      Non vorrei riesumare un’ulteriore banalità, ma ricordo a tutti che un nuovo/vecchio strumentino di analisi delle interfacce (ma applicato anche alla pittura) lavora proprio su questo aspetto: l’eye-tracking. Guarda caso, applicato al fumetto, ha svelato che talvolta in una pagina l’impostazione “sequenziale” non è ciò che l’occhio segue. Lo ripeto: guardare immagini non è come srotolare fotogrammi.

      Dopodiché, boris, non fermiamoci alla questione della pura vettorialità grafica (e dei rapporti causa-effetto che implica). Nè tu né io, dico. Perché nel fumetto c’è un dispositivo che si spiega con altri concetti, e che nessuno analizza mai “in sè”: la pagina, e le relazioni tra pagine. Il buon Groensteen è uno dei due o tre che ci ha provato, ma si è limitato a usare strumenti semiotici, e il risultato mi pare un po’ rigido e, in definitiva, parziale. La pagina / le pagine: su questo credo ci sia ancora molto da capire e da discutere. Aiutiamoci 😉

    • Ci penserò. Per me quelli son tanti quadretti uno accanto all’altro che raccontano diversi momenti di un unica storia, non c’è sceneggiatura, solo l’idea di mettere al centro l’episodio della punizione, ma i quadretti che formano la cornice potrebbero essere letti in qualunque sequenza.
      grazie della risposta
      chiudo

  8. Comunque che gente che i fumetti non è capace nè di scriverli nè di disegnarli abbia l’arroganza di spiegare agli autori come si fa è troppo divertente

  9. Quella gente è gente che li legge quegli autori e che ogni tanto racconta il perchè e il percome della propria lettura. Se gli autori che li fanno si divertono, buon per loro. Cioè, quella gente lì che i fumetti li legge non pensa di spiegare a quegli autori che si divertono come fare i loro fumetti, ma pensa di aver tratto da quelle letture delle linee e dei dati di fatto (di quel fare) che in alcuni casi trova interessante sistematizzare.
    Nessuno, credo, vuole insegnare il mestiere a nessuno: a parte quefgli autori che insegnano a poveri aspiranti tali in quelle cose paradossali che sono le scuole di fumetto.
    salud
    y
    libertad

  10. […] Di tutt’altra natura è il discorso “vettorialità”. In merito, Matteo Stefanelli notò un aspetto prezioso in un suo vecchio post: […]

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