[Boomfest 2010]: foto (2)

Appunti dal festival Boomfest. Qui la parte1 e la parte3.

Metti che una mattina d’autunno, con il cielo grigio e qualche lieve goccia di pioggia, ti trovi in Piazza Dvortsovaya. E’ il punto più autenticamente centrale della città, luogo di eventi storici come a Domenica di sangue del 1905, così come punto focale della Rivoluzione d’Ottobre nel 1917. Nel mezzo della piazza, ci trovo la partenza di una classica maratona – probabilmente, la ‘stracittadina’ di S.Pietroburgo.

Il buon Yuichi Yokoyama, che pure mi dice di essere passato quella mattina, mi racconta il suo entusiasmo per gli enormi scivoli gonfiabili per bambini. Da parte mia, più banalmente, resto affascinato dalla magnificenza del Palazzo d’Inverno (a sinistra, in azzurro), sede del museo Hermitage (del cui interno non dico: varrebbe da solo una intera vacanza):

Il festival prosegue bene, e la mostra “Nouvelle vague”, dedicata a giovani autori francesi, è sia interessante che ben allestita:

La mostra “Nordicomics”, organizzata con l’Istituto di Cultura Finlandese, è pieno di talenti notevoli. Fra questi, anche la vincitrice del Premio Boomfest dell’anno scorso, la russa Julia Grigorieva:

Passeggiando in città, resto colpito dalla quantità di militari (giovanissimi) in libera uscita nel weekend:

Nel frattempo prosegue, nelle sale del Museo Anna Achmatova, la performance di produzione di stampe nere “Black is black is black” dei bravi Olivier Deprez e Miles O’Shea:

A cena, Florent Ruppert e io cerchiamo di comunicare con Yuichi Yokoyama. Senza inteprete dal giapponese, l’esperienza si rivela più complicata del previsto. Ma ce la caviamo: Yuichi inizia a scrivere sul suo bloc notes con i suoi tipici pennarelli fluorescenti. E ne viene fuori una bella discussione sul suo lavoro, le sue passioni, i suoi riferimenti artistici.

Yokoyama realizza dei manga (googlate il suo nome o cercate l’editore Picturebox, please) che sono così intensamente manga da sembrare manga condensati. Con un effetto quasi di astrazione: i tratti visivi del fumetto giapponese sono radicalizzati, e il suo lavoro pare una sorta di calligrafia visiva fondata sul manga. Una pratica del manga che è straniante, ossessiva e labirintica, che crea una ritmica grafica e spaziale stupefacente e ipnotica. Quando gli chiediamo di raccontarci quali artisti ama, Yuichi inizia da Henri Michaux, Yves Klein e Anselm Kiefer. E tutto torna.

Florent gli chiede quali manga ama, per esempio cosa ne pensa di Jiro Taniguchi. Ma Yuichi dice di non conoscere Taniguchi, e di non essere un gran lettore di manga. Provo allora a buttarla sul gekiga manga, mentre Florent rilancia con l’americano Geoff Darrow. Niente. In realtà non deve stupire: per Yokoyama il manga è più un “brodo di coltura” che un fine: un insieme di grammatiche estetiche da attraversare secondo un gusto per l’effetto (calli)grafico del tutto visuale e percettivo. Dopo anni dedicati a fare tele a olio, poi acquerelli, poi racconti, poi illustrazioni, Yuichi pare avere scelto da qualche anno il manga – mi dice – “because are many seeings”: molte immagini, molti ‘colpi d’occhio’.

Gli chiedo allora qualcosa sull’arte italiana. Mi dice di amare un musicista come Luigi Nono, Piero Manzoni, e soprattutto Lucio Fontana e i suoi concetti spaziali:

Troppe foto, per ora. Terminiamo stasera.

(continua…)

Una Risposta

  1. […] Yokoyama ho scritto da queste parti qualche tempo fa, sottolineando come per l’autore il manga sia più un “brodo di coltura” che uno scopo. […]

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