Vita media del prodotto seriale (il caso Vertigo)

L’infografica è un linguaggio poderoso. Da non sottovalutare.

Tra le questioni che permette di cogliere, sul blog di Heidi (niente battute: è il suo nome) ne trovo una di interesse fumettologico: il ciclo di vita del prodotto seriale. A partire da un caso specifico: le serie lanciate negli USA dal marchio Vertigo (DC Comics). Un grafico elaborato da Funnybook Babylon prende in considerazione i prodotti seriali dell’ultimo decennio, e parla chiaro:

Almeno due dati emergono:

  • la gran parte delle serie Vertigo vive circa due anni
  • solo una parte minoritaria (sotto il 40%) prosegue o raggiunge la sua “naturale conclusione”, ovvero come da progetto narrativo del team creativo.

Da questi fatti si possono abbozzare diverse considerazioni. Una riguarda il marchio Vertigo, che pare lasciarsi alle spalle un decennio non proprio esaltante. Un’altra è che il mercato del fumetto seriale è evidentemente molto maturo (e saturo): la concorrenza elevata genera comunemente l’effetto di dover “interrompere il cammino” prima del previsto, come evidente anche nel mercato del prodotto tv. Un’altra è che, riguardo alla lunghezza media delle serie “non interrotte”, è sempre più evidente il peso della serialità limitata rispetto al concetto noto in Italia come serie regolare (senza finale programmato). Infine, la durata media di una serie prima della cancellazione è molto più lunga di quanto non accada in tv: quasi due anni. E molte altre cose potrebbero essere dette.

Non c’è più la serialità di una volta. Le trasformazioni delle forme e dei meccanismi seriali, si sa, sono ormai tali e di tale profondità da porre questioni (rischi&opportunità) sempre più complesse all’industria del fumetto, così come a quelle di tv, cinema, libri.

Il successo della serialità ristretta e la riduzione delle finestre temporali, per esempio, sono figli di processi sia creativi che – soprattutto – organizzativi ed economici, legati a vari fattori tra loro intrecciati. La necessità di pianificare l’investimento (i mesi entro cui si deve andare a break even), il desiderio di molti autori, ma anche dei responsabili marketing, di strutturazione romanzesca e/o per segmenti (mini-serie o archi narrativi per soddisfare il bisogno di ‘intensità’ dei lettori, e per frenare la volatilità dei pubblici; ma anche una tecnica per facilitare il repackaging in volumi o… graphic novel), l’equilibrio economico tra piattaforme e canali (si può andare in rosso sugli ‘albi’ mensili per pareggiare con le raccolte; oppure per tenere vivo un brand profittevole grazie al licensing).

Vertigo non è che un minuscolo esempio per ragionare di questi aspetti (vi immaginate uno stesso grafico applicato all’intera gamma prodotti DC o Marvel?). Un esempiuccio pur sempre utile grazie alle sue specificità: resta sempre tra i marchi che più hanno creduto nell’opportunità di progettare una serialità più “finita” e strutturata, da Sandman a Y The Last Man.

Pensierino finale. Mi piacerebbe vedere applicati gli stessi criteri di analisi infografica ai fumetti Disney e Bonelli, per verificare come anche in terra nostrana siano cambiati i cicli di vita dei prodotti seriali. Chissà se ci sono volontari disponibili … ?

via The Beat

2 Risposte

  1. Interessantissimo post. Necessario, addirittura. Sono cose su cui bisogna riflettere.

    Mi sembra che comunque il discorso sia arrivato in Bonelli (e sia stato capito) già da un po’. A prescindere dal giudizio qualitativo – non è questo il punto – le mini serie sono un fatto bonelliane, da ormai cinque anni.

    • @tito: ma certo. D’altro canto era inevitabile. Potremmo vederla anche così: “l’air du temps” della serialità che tutti noi respiriamo è questa, e tutti – chi prima o chi dopo, chi più chi meno – con questo abbiamo a che fare. Casa Bonelli inclusa. Che certamente ha incorporato il cambiamento con una quindicina di anni di ritardo (magari un giorno discutiamo di come periodizzare questa trasformazione…), ma che oggettivamente, oggi, ha acquisito nuova consapevolezza.

      Le questioni che ora emergono, per casa Bonelli, sono però altre. E ancora più complicate: quali limiti può avere una concezione rigidamente strutturata (18 mesi) della “serialità ristretta”? Quali sono le finestre temporali più “efficaci” per il pubblico italiano? Cosa tocca modificare nella progettazione di personaggi e generi, nel momento in cui si “accorcia” il classico respiro dell’epopea dell’eroe bonelliano? Eccetera eccetera.

      Il dibattito è aperto.

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