Dell’autore, del lavoro, e della lezione di Pekar

La blogosfera italiana ha molto parlato, in questo ultimo mese, del “lavoro” di fumettista. Un dibattito che ha dato spazio a temi come le condizioni (culturali e professionali), i diritti, le motivazioni di questo ‘mestiere’.

Credo che la scomparsa di Harvey Pekar, tra le cose che può averci lasciato in eredità, offra proprio una testimonianza utile per proseguire questo dibattito. La grande ondata di affetto che ha accompagnato la sua morte, infatti, è legata non tanto (non solo) al contributo artistico che ha offerto allo sviluppo del fumetto, quanto al modello culturale che ha incarnato, ovvero l’esempio che ha offerto rispetto alla esperienza concreta del vivere la condizione di “essere fumettista”.

L’autore e critico Frank Santoro ha offerto, in questi giorni, quella che mi pare la sintesi più brillante sul significato della traiettoria culturale di Pekar:

Ha saputo articolare la difficile posizione dell’artista come colletto blu

Artista/non-artista impegnato a testimoniare – con il fumetto – la condizione di un uomo dalle radici saldamente ancorate nella ‘media’ provincia urbana, Pekar ha vissuto la propria condizione di autore in modo autentico – e questo lo ha reso tanto amato e celebrato – perché consapevole dell’identità odierna del “lavoro di autore”. Senza troppa retorica né estetizzante né impiegatizia: un (raro) caso di lavoratore intellettuale che ha vissuto senza grande romanticismo la propria condizione di autore, distante com’era sia dal ricorrente bisogno di legittimazione sociale e culturale degli “artisti”, sia dall’alienazione economicista dei ‘creatori di successi’. Una visione lucida e coi piedi piantati per terra, ben rappresentata dalla sua lunga, ostinata e naturale propensione all’autoproduzione, come forma insieme espressiva (controllo su contenuti e linguaggi) e professionale (‘cura’ per la diffusione e circolazione del proprio lavoro; per capirci: parliamo di uno che si stampava 10mila copie da sè).

Harvey Pekar è stato allora ‘autentico’ in questo senso: ha saputo conciliare i propri bisogni espressivi con la consapevolezza di muoversi e vivere nel contesto storico di un’industria della cultura, in cui l’autore non è mai davvero né un artista, né una pura funzione di una catena di montaggio. Per chi lo ha incontrato, dentro e fuori dal mainstream (e non dimentichiamo quanto Pekar sia stato amato da entrambi questi ‘mondi’), Pekar è stato un ‘uomo libero’ anche e soprattutto per questo: un autore pienamente moderno, con i suoi limiti e le sue opportunità.

Resta vero che, nel suo interpretare questa condizione comune a tanti autori dell’ultimo secolo – certo non tutti, visti i numerosi ‘schiavi’ di modelli superati (l’idea romantica di artista) o le tante, inconsapevoli pedine della più standardizzata delle produzioni industriali (e sappiamo quanti mangaka ben rappresentino l’incarnazione fumettistica del più alienante work-for-hire creativo) – Pekar una sfumatura di senso personale l’ha impressa. Eccome.

“Artista-operaio” ha detto Santoro – e giustamente. Perché nel contesto standardizzato del comicdom industriale americano, il percorso di Pekar ha assunto i tratti di un modello ‘altro’ della condizione di fumettista, una “via d’uscita” dalle sfumature per certi versi politiche. Lo ha scritto con grande semplicità il buon Tom Spurgeon: “Non riesco a pensare a uno sceneggiatore con maggiore coscienza di classe di Pekar”.

Già. Una coscienza di classe testimoniata attraverso il racconto (e la pratica – anche produttiva) del proprio vissuto, e della propria specifica condizione: autore ‘normale’ nel contesto ‘normale’ di un oggi radicalmente diverso – per gli autori – dai secoli precedenti. L’alterità di Pekar fu allora quella di un modello diverso anche nel senso di alternativo al contesto – allora forse anche più di oggi – fortemente standardizzato dei comics USA. Un esempio di consapevolezza rispetto a una condizione sempre più alienata del fumettista, che richiedeva altre risposte per sopravvivere come autore dotato di voce, e non solo come elemento fungibile in un processo industriale ben avviato. Raccontarsi, disegnarsi, autoprodursi come “autori-operai” era quindi un tutt’uno, per Harvey, per dire di una possibilità più autentica per rendersi liberi, nell’età dell’industria culturale. Come autori, appunto. E forse, non solo.

Da qui la grande venerazione per Pekar sulla scena USA. La voglia di “dire” e di “fare” che comunicò fu anche d’impulso in un contesto impigrito. Una testimonianza che stimolò una generazione di autori impegnati – anche grazie al potersi rifare ad esempi come il suo – nel ripensarsi complessivamente, quasi come in un movimento culturale (ricordate cosa diceva Eddie Campbell?): mini-comics, autoproduzioni, la scena ‘indy’… Fino al complesso boom del graphic novel (ecco, appunto, Eddie Campbell) vissuto proprio non tanto come nuovo format, ma (soprattutto?) come forma di questa “presa di coscienza” della nuova identità dell’autore di fumetto.

Un blue collar artist consapevole, senza pregiudizi, ‘comune’ – e proprio per questo di grande esemplarità. Per i nostri tempi, un esempio a tutti gli effetti di un autore libero: in fondo, pur sempre uno dei modi più splendidi di essere uomini liberi.

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7 Risposte

  1. Ciao, Matteo.
    Sono lieto di aver scoperto fumettologicamente.
    Davvero un bellissimo blog da seguire. E infatti
    è proprio quello che farò 🙂

    Complimenti davvero!

  2. la lezione americana di pekar è di grande valore. Naturalmente avanzare paralleli con la situazione italiana mi sembra complicato, perché come sottolineavi negli usa è tutto molto standardizzato perfino l’eccezione e’autore. Mentre in italia è proprio la mancanza di standard produttivi omogenei a rendere ogni caso particolare, a far sentire alcuni autori troppo autori e altri troppo poco. O almeno questa è la mia impressione da appassionato.

  3. Matteo, condivido a pieno la tua analisi della mentalità di Harvey e dell’eredità che si porta dietro.
    Qualcosa di simile dico anche io nel mio modesto articolo:
    http://www.lospaziobianco.it/?p=15417
    ma forse in modo un po’ troppo commosso e confuso 🙂

    Rimanete sintonizzati perché nelle prossime ore dovrei finalmente riuscire a pubblicare un omaggio che sto mettendo insieme in questi giorni.

  4. @marcod: la “standardizzazione” italiana è molto diversa da quella USA. Perché il livello di industrializzazione è differente. Ma in realtà la questione è diversa più per la forma frammentata che ha il nostro mercato, che non per la diversa identità che la standardizzazione ha per gli autori. Mmmh, tema complicato. E ho poco tempo. Facciamo che ci torniamo sopra un’altra volta?

    @valerio: cosa dobbiamo intendere per ‘omaggio’? 😉

  5. intendo che io ci ho messo l’idea ma gente più brava di me ci ha messo le mani 😉
    spero arrivino tutti…

  6. Ecco cosa intendeva Valerio, a cui va tutto il merito per l’idea e per i contatti. Contiamo di aumentare gli autori partecipanti nei prossimi giorni, ma intanto ringraziamo vivamente coloro che hanno risposto in così poco tempo!

    http://www.lospaziobianco.it/?p=15432

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