Popolare cosa, popolare quando?

Andrea Mazzotta (editor NPE) pone una domanda, tra il serio e il faceto: Francesca Schiavone vince il Roland Garros OVVERO e il fumetto sportivo in Italia?

Una domanda semplice semplice. Ma anche importante, perchè tocca un tema delicato e centrale : la specificità degli immaginari del fumetto italiano. Un buono spunto, dunque, per riflettere sull’identità “italiana” del nostro fumetto popolare.

La questione potrebbe essere posta così: Italia, paese di santi, poeti, navigatori…e sportivi. I Mondiali di Calcio sono qui a testimoniarlo (tra poche ore: strade vuote, silenzio diffuso, amici riuniti: entra in scena la Nazionale). Eppure, nonostante tutto lo spazio che lo sport ha nella vita e nei simboli degli italiani – imprescindibile rito laico della modernità nostrana – esso sembra essere del tutto marginale nei territori della fiction fumettistica. Un bene? Un male? Un fatto, innanzitutto.

Una reazione comune è attribuire la “responsabilità” di questa assenza ai grandi produttori di fumetto popolare italiano, Bonelli in primis. Può darsi. Gianluigi Bonelli, peraltro, fu uno sportivo appassionato, sebbene più di boxe che di calcio. Eppure non credo che sia un argomento azzeccato. L’immaginario di casa Bonelli – e in particolare la ‘bonellità’ contemporanea, dal secondo dopoguerra ad oggi – mi pare chiaramente rivolto a un modello di racconto popolare presso cui lo sport non svolge una funzione rilevante.

Quando mi capita di spiegare che il fumetto Bonelli è ancorato a un’idea ottocentesca della serialità, intendo proprio (anche) questo: l’immaginario bonelliano è legato a un universo “dell’avventura” che si fonda su una specifica strategia culturale, ovvero quella del romanzesco. Questo romanzesco attinge soprattutto all’esotismo ottocentesco (spesso secondo la cifra dell’epopea della frontiera: Tex, Zagor, MisterNo, Ken Parker, Magico Vento..ma anche Nathan Never), mettendo al centro una rappresentazione di mondi e contesti lontani; oppure insiste sul radicamento territoriale (Londra, New York..ma anche Garden City). In entrambe i casi lo fa con intensità verso la credibilità psicologica e delle ambientazioni, con grande attenzione per la ricostruzione di ambienti storici e geografici in un sistema coerente di riferimenti agli immaginari. Una matrice letteraria ‘tradizionale’, dunque, radicata nei riti e nei miti della paraletteratura, del romanzo d’avventura, del cinema hollywoodiano ‘classico’, declinata poi (spesso) in chiave fantastica. In questo modello gli immaginari sono i territori da esplorare, e gli eroi sono i viaggiatori: l’avventura consiste proprio nel viaggio all’interno di questi luoghi, contesti e casi ‘altri’ da sè, da esplorare, osservare, conoscere.

Al di là di Bonelli, quindi, trovo più sorprendente l’assenza di proposte da parte di altri editori, meno devoti a un modello romanzesco e ottocentesco così definito. Mentre il Giappone ha sviluppato intorno allo sport un segmento di offerta vasto e articolato – da Ashita no Joe (il nostro Rocky Joe) a Capitan Tsubasa (Holly e Benji) – e mentre Francia e Stati Uniti non mancano di sfruttarlo in varie forme, persino usando lo strumento della celebrity (notizia fresca: i media francesi straparlano del recente fumetto sulla vita di David Beckham prodotto dall’americana Bluewater Comics), per non dire della tradizione messicana dei comics sui luchadores – i numerosi editori italiani di fumetto popolare non si dedicano allo sport.

Tra le rare eccezioni recenti, oltre a Topolino – ma la produzione Disney meriterebbe un discorso a parte – ci sono due graphic novel prodotti da Becco Giallo e dedicati a Fausto Coppi e Gigi Meroni. Eppure questi casi non colmano certo da soli un simile vuoto. Restano così inesplorati non solo temi ed episodi della cronaca sportiva da instant book (le vittorie dell’Inter…?) ma anche le grandi vicende ‘letterarie’ come le carriere dei protagonisti, le vicende esemplari e le grandi sconfitte, gli ambienti o le questioni sociali che molte discipline sollevano: dal tema del ‘superamento di sè’ alle specificità tecniche, dalle sfide psicologiche a quelle culturali.

Un vasto universo di possibilità, artistiche e industriali, letterarie e commerciali, pare dunque espunto dal corpo del fumetto nazionale. Anche per questo, senza dubbio, la differenza tra il fumetto popolare italiano e quelli francese o giapponese ci appare talvolta siderale. Una prova del fatto che il nostro fumetto, oggi, non ha la medesima apertura che hanno altre editorie nazionali. Insomma, osservare il rapporto con la rappresentazione dello sport ci aiuta a capire meglio l’identità complessiva del fumetto italiano: da un lato un’industria culturale deboluccia, carente nell’offerta di alcuni generi strategici; dall’altro, un settore che ha di fronte a sè alcune opportunità di sviluppo evidenti e, in qualche misura, piuttosto ‘naturali’.

Ma lo sport non è il solo tema utile per misurare le differenze tra Italia e altri paesi, né per verificare questa dialettica tra fragilità e potenzialità dell’offerta. Ci ritorneremo presto.

8 Risposte

  1. […] This post was mentioned on Twitter by LoSpazioBianco.it, Matteo Stefanelli. Matteo Stefanelli said: Popolare cosa, popolare quando?: http://wp.me/pzGWE-Bx […]

  2. E’ uno dei misteri dell’editoria italiana… Che però si applica anche alla fiction, alla letteratura e al cinema.
    Sarà un tassello di un rapporto poco “sano” con lo sport (e il calcio in particolare) che è divenuto un affare troppo “serio”, carico di significati extra-sportivi se non di violenze, per poter raccontarci sopra delle storie?
    Di una mancanza di educazione sportiva sia pratica, fin dalle scuole, con “educazione fisica” ridotta a sotto-materia scolastica, sia come modo di vivere la pratica o il tifo (vedere le partite di calcio fin dai ragazzini…).

    • ettore: fai bene a guardare la questione non solo in termini fumettistici. Anche se non mi sento in grado di trarre conclusioni generali, la vedo così: in Italia lo sport è sempre meno immaginario proiettivo e fantastico, e sempre più produzione industriale di status.

      Sul suo “uso scolastico” attuale non saprei, onestamente. Confesso però che non ho una buona opinione su come la scuola, in Italia, si impegna a ‘educare’ intorno a saperi diversi dalla cultura umanistica classica…

      • Beh, nei commenti mi permetto di esprimere opinioni “assolutistiche” magari eccessive 🙂

        A meno che in questi anni la scuola non abbia fatto cambiamenti epocali, l’educazione fisica è un po’ la matricola delle materie (e ora che religione farà media, rischia di occupare seriamente l’ultimo scalino nell’importanza scolastica). Mentre lo sport insegnato ai ragazzi (club di calcio, nuoto, basket) spesso tralascia il piacere di giocare, il divertimento e la sportività in favore della ricerca del risultato.

  3. […] Popolare cosa, popolare quando? […]

  4. Secondo me l’assenza di un genere sportivo consolidato è dovuto sì alla “mancanza di cultura sportiva” che avete notato ma è più dal lato dei produttori che non dai lettori. Quando le proposte vengono fatte, il pubblico le segue, come ad esempio la serie di libri per ragazzi (con all’interno pagine a fumetto) “GOL!” di Luigi Garlando [Battello a vapore – http://www.lecipolline.it] che, mi dicono, abbia avuto un successo notevole. Se poi vuoi metterre l’impatto culturale che hanno avuto gli anime sportivi? In Italia ci sono sei ragazze che giocano a pallavolo per ogni maschio, a me la “colpa” viene da darla a Mimì Hagiwara e Mila Hazuki… (ma loro sono telvisive, è diverso, lo so).
    Secondo me è più forte la paura dell’industria culturale di doversi “confrontare” con l’industria sportiva che non il pubblico.

    • lucavanz: lo scarso interesse degli editori è esattamente il problema che sollevavo.
      L’esempio che fai (Gol!) è perfettamente centrato: anche se mediocre (Garlando non è certo Mitsuru Adachi…), il Corriere della sera lo ha proprio di recente scelto come nuova collana di allegati al quotidiano. A testimonianza che ha visto in esso un prodotto con dei numeri interessanti, ottimo per una stagione estiva così calcio-centrica.
      Vanz: piacere ritrovarti qui.

  5. […] il fumetto sportivo e Davide Toffolo Pubblicato il 10/08/2010 da matteos Non molto tempo fa si parlava dell’assenza dello sport dal fumetto popolare italiano. Negli stessi toni ne parla di recente […]

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