Grénoble conference (1): i lavori

[WARNING: post lunghissimo, verbosissimo, accademicissimo. Astenersi perditempo e fans privi di prefisso “aca-“]

Riprendiamo da dove eravamo rimasti. Ho trascorso buona parte della settimana scorsa a Grénoble, per un convegno. Tre giornate eccellenti, dal punto di vista del lavoro e non solo.

Qualche commento, per cominciare, sulla parte lavorativa. Vi parlerò allora delle relazioni più interessanti. Fra quelle cui ho assistito (non tutte: in ritardo per l’amico Harry Morgan, e il bravo storico Thierry Crépin era assente), mi piace ricordarne 3 o 4 davvero splendide, per lucidità (ergo: quando un intervento “ci piglia” in pieno) o per la presenza di elementi innovativi (ergo: quando un intervento riesce a stupire). Procedo in ordine di crescente sorpresa: un mediologo, un professore di filosofia al liceo, due pedagogiste della lingua inglese, due pedagogisti della lingua francese.

Philippe MARION (Université de Louvain-la-Neuve, Belgio) è da anni uno dei più brillanti studiosi di storia sociale del cinema e dei media, e tra i teorici più “creativi” della fumettologia internazionale, grazie anche alla sua nozione di graphiation (in gergo semiotico, suona più o meno così: è l’istanza enunciatrice propria del disegno/disegnatore). Nella relazione Marion ha lavorato sul rapporto tra fotografia e fumetto nel Photographe di Guibert e Lefèvre.

Nel generico blabla che spesso si legge sull’importanza di questo tema, Marion ha saputo mostrare perché in questa opera sia davvero così decisivo, tanto da reggere l’intero impianto narrativo (ed emotivo). Il fulcro del ragionamento di Marion ruotava intorno al significato dello sguardo (il “testimoniare” della foto, il “reinterpretare” soggettivo del disegno) messo in gioco e reso esplicito attraverso un attento lavoro sull’ocularizzazione del protagonista. Ovvero, la messa in scena del gesto di “vedere” da parte del fotografo, che non a caso arriva a ‘esplodere’ – prendendo il sopravvento sul fumetto – in alcuni momenti specifici, fino alla sequenza chiave della quasi-morte, in cui il linguaggio del fumetto (disegno&tavola) si sottomette alla fotografia per raccontare l’istante ‘finale’ della volontà di testimoniare la propria esperienza. A partire da questo caso, Marion ha sviluppato una splendida cavalcata storica lungo le sovrapposizioni tra fumetto e fotografia, soffermandosi in particolar modo sulle ‘origini’, da Nadar a Muybridge, per indicare alcuni aspetti di un rapporto tanto intenso quanto sottovalutato.

Mireille BAURENS e Fanny LIGNON (Université de Lyon 1, IUFM de Lyon) hanno presentato invece un’analisi delle relazioni uomo-donna in Lanfeust de Troy. Sia chiaro, non immaginate un generico raccontino su due o tre cosucce, ma un lavoro davvero approfondito, nato da una attenta lettura vignetta per vignetta, copertina per copertina, in grado di inquadrare episodi e dettagli alla luce di una intelligente visione d’insieme sia del tema che della serie.

Si potrebbe dire che la Baurens si è davvero “sporcata le mani” per studiare gli immaginari sulla donna là dove circolano davvero e agiscono sulle giovani generazioni (qui, nel fumetto: perché no?). Inoltre lo ha fatto scegliendo non un graphic novel sulla critica dei modelli di gender (Chantal Montellier?), ma una saga heroic fantasy strapopolare, affrontata senza snobismo né pulsioni nerd. In questa analisi ha messo a fuoco vari stereotipi patriarcali, sessisti, violenti ecc, per capire quali modelli sociali siano offerti in questa narrativa popolare. Modelli culturali pessimi, certo: l’uomo come sopraffattore della donna, la donna come oggetto sessuale, l’eroe come campione di virilità sanguinaria, la guerra come finalità ‘vuota’. Ma il bello – e qui la sorpresa – è che le due studiose hanno voluto mostrare che, in realtà, le cose non stanno esattamente così. La mascolinità di Lanfeust è diversa da quella dei suoi compari Troll, la sessualità rivendicata di Cixi si prende consapevolmente gioco degli uomini, l’autonomia decisionale di Ci’an mette in crisi l’autoritarismo patriarcale e guerriero, ecc. Infine, Lanfeust de Troy è chiaramente un fumetto caciarone e “eccessivo”, il cui eccesso è esplicitato dal disegno e spesso anche dai personaggi, con un ricorso frequente all’ironia che trasforma violenza e sesso in un intrattenimento ben diverso da come lo dipingono i suoi detrattori più ingenui. Lanfeust si dimostra un’avventura leggera in grado di suscitare persino nuove consapevolezze nei giovani lettori, come emerge anche dalle interviste (eh già, metodologia desk/field incrociata) svolte per verificare i vissuti e le percezioni dei vari temi emersi dall’analisi dei contenuti. Insomma: spesso dipinto come un fumetto buono solo a riprodurre valori da società arcaica e pre-moderna, Lanfeust si dimostra un prodotto perfettamente moderno, persino in grado di porre ai lettori ‘problemi’, come cogliere le contraddizioni delle relazioni di potere insiste nei rapporti sociali, inclusi quelli tra uomo e donna. In un contesto di avventura caciarona: ebbene sì. Una bella lezione di intelligenza, in grado di smarcare un bel po’ degli stereotipi ideologici tipici della più banale critica elitista francese (penso anche alle dure parole di Jean-Cristophe Menu contro Arleston e Boudjellal).

Bernard SPEE (Collège Saint-Hadelin à Visé, Belgio) ha lasciato tutti con il sorriso, sorprendendo grazie a una relazione preparata la sera prima – per sostituire l’assente Crépin – eppure fantastica. Tema: il discusso albo Tintin in Congo, ormai sempre più citato dai media intorno al caso di una denuncia di razzismo da parte di un lettore africano (in cerca di celebrità, dicono i maligni).

Bernard ha presentato un’analisi documentale impressionante, ma diversa dalla maniacale tintinofilìa descrittiva alla Philippe Goddin, e anzi con una qualità quasi da filologo romanzo, con cui ha saputo dimostrare che non c’è nessuna intenzione razzista nell’Hergé di quel tempo, e che anzi: 1) il livello di competenza di Hergé sul Congo è evidente, ben lontano dalla sua supposta superficialità stereotipa e ‘razzista’, 2) i passaggi più discussi non sono che riferimenti voluti a “simboli chiave” dell’epoca coloniale, farina del sacco non di Hergé ma provenienti da specifici libri o articoli o…dal re Lepopoldo, 3) e la stessa precisione dei riferimenti (parole, cifre, immagini, sequenze, inside-jokes) è inserita in una catena di rimandi per il “lettore competente dell’epoca” tale da rivelarsi come una presa di distanza dal colonialismo invadente e stereotipo di re Leopoldo. Immaginatevi una relazione del genere tra un pubblico di francesi e belgi, smaliziati e fumettofili, in cerca di conferme per dimostrare che non ha senso proporre di “bandire” quell’albo di Tintin: scroscio di applausi. Mi sa che il buon Benoit Peeters potrebbe pentirsi di non avere accettato il progetto di libro su Tintin di Bernard 😉

Ma la più bella relazione è stata senza dubbio quella di una coppia di ricercatori e docenti canadesi: Jean-François BOUTIN e Michaël GREGOIRE, entrambi dell’Université du Québec à Rimouski. Titolo noiosissimo, ma svolgimento bello quanto un racconto: “L’apport de la recherche-développement dans l’exploitation de la bande dessinée en contexte scolaire”. Una relazione appassionata e appassionante, che ha mescolato splendidamente sia un quadro teorico (il filone della ricerca-azione) che la concreta esperienza sul campo (l’insegnamento a ragazzini), grazie alla perfetta collaborazione tra un giovane docente universitario di scienze dell’educazione e un brillante professore di liceo.
Il tema era quello dell’utilizzo del fumetto come metodo – e non come oggetto – di ricerca. Ovvero il suo utilizzo come risorsa per aiutare la comprensione e ri-appropriazione di alcuni meccanismi espressivi e linguistici, in classi di lingua francese. Non un oggetto insegnato quindi “in sè e per sè” attraverso una lista – fornita dal docente – di elementi e categorie. Bensì un oggetto su cui “lavorare insieme” tra docente e studente, leggendolo insieme, e cercando di trarre elementi con lentezza e con passione, partendo da quel che i lettori-allievi “sentono” in termini di piacere della lettura. In particolare Boutin e Grégoire sono riusciti a usare due libri di Michel Rabagliati per stimolare studenti pre-adolescenti ad appropriarsi della lingua francese, usando Paul à la campagne come guida per descrivere un campo di “scelte” possibili per la costruzione di un racconto, e per la sua – tutt’altro che scontata – organizzazione linguistica. Difficile restituirvi qua il racconto – quasi etnografico – di un’esperienza in presa diretta. Non immaginatevi niente di simile ai soliti “fumettofili evangelizzatori”, formatori ingenui del genere “ehi ragazzi, oggi divertiamoci: leggiamo un fumettino e ditemi un po’ quali verbi al passato remoto trovate”. Due educatori dolci e sicuri, come buoni maestri, in grado semplicemente di spendere la propria passione didattica e la propria creatività creando le condizioni per un efficace corso di lingua francese. Boutin aveva già lavorato a progetti di uso del fumetto in contesti ad elevato rischio di abbandono scolastico, usando la bédé come strumento per incidere sull’apprendimento (e con successo). Buoni maestri, con in più la capacità di riflettere sulle teorie e i metodi implicati nella propria pratica sul campo.

Sarò franco. Come ho detto a Grénoble – rispondendo alle domande alla mia relazione – quando si esce dalla “compagnia di giro” dei fumettologi (francesi in primis: désolé), di solito quel che si guadagna in apertura di idee può essere sorprendente.

Dunque un merci encore al bravo Nicolas Rouvière, che ha gettato il cuore oltre l’ostacolo mescolando un po’ le carte. E credo proprio che tra un anno, in occasione del convegno milanese cui stiamo (lentamente) lavorando, li ritroveremo tutti.

Prossimo post: meno parole, più immagini. Tema: “la gita dei convegnisti”.

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2 Risposte

  1. […] press reviewiPad comics from Italy: il debuttoIntercettazioni: l'editoriale di Donald SoffrittiGrénoble conference (1): i lavoriOnce upon a LIFEtime: comics e fotogiornalismo anni […]

  2. Ton compte-rendu du colloque nous invite à persévérer dans le travail engagé.
    Un tout grand merci

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