Kirsten Dunst vs. Gwen Stefani: Japanization of (videomusic) culture

Uno dei più profondi – drammatici, entusiasmanti, contraddittori – fenomeni che hanno attraversato il fumetto contemporaneo è stato l’incontro/scontro con gli immaginari e i linguaggi della cultura orientale.

Quella che i giornalisti americani amano chiamare japanization del fumetto e, più ampiamente, degli immaginari giovanili, è ormai un dato di fatto. Ciò che sta accadendo oggi – mentre il mercato del manga in Asia è in crisi (e in Occidente ristagna) – è che intorno alla japanization sembrano prendere forma nuovi simboli. E nuovi stereotipi. In prima linea, la (video)musica pop continua a offrircene esempi.

Il primo esempio è noto. La cantante pop Gwen Stefani col suo primo album solista aveva realizzato, nel 2004, un progetto pienamente in linea con un’idea di japanization come risorsa di “stile”. Un visione così nitida e strategica da comprendere la costruzione di un vero brand di moda e accessori, Harajuku Lovers, nella cui definizione era visibile il peso di una estetizzazione del manga e del j-pop, filtrato dal gusto grafico e barocco dell’artista Takashi Murakami. Già, lo stilosissimo Mr. Murakami, il “Neo- Andy Warhol giapponese”: un riferimento di stile implicitamente evocato in diverse soluzioni visive, ipercromatiche, tondeggianti e flat della campagna promozionale (uno degli spot lo vedete nella videogallery di questo sito).

A qualche anno anno di distanza, oggi, l’attrice Kirsten Dunst è il nuovo arrivo in questo filone. Come cantante, compare in un recente video – prodotto proprio dal buon Murakami per la recente mostra alla Tate London “Pop Life” – in cui interpreta una majokko [magic girl] (confessate: preferite Creamy o Sailor Moon?) agghindata in perfetto stile da cosplayer. Ed ecco un nuovo simbolo: il cosplay. Una pratica espressiva pienamente appropriata dall’industria dei contenuti, mostrata qui come metafora di un modo di intendere l’Oriente che del Giappone prende solo alcuni tratti spettacolari. Un bel gioco sexy, in fin dei conti. La natura partecipativa del cosplay, ‘invenzione’ creativa di appassionati lettori hardcore, sparisce dall’orizzonte, e lascia spazio solo al racconto di una specie di guida turistica (la Dunst versione majokko) al pop giapponese, ammiccante e colorata.

Se un tempo erano il sesso, la violenza, il radicale technocentrismo, la pervasività dei consumi, oggi tocca all’alienazione (otaku e hikikomori), al fashion e alle forme di “consumo spettacolare” calcare la scena della nuova riproduzione sociale degli stereotipi sulla pop culture asiatica, e giapponese in particolare. Nient’altro che nuove forme di esotismo, mascherate (come sempre…) da ingredienti cool della società dello spettacolo.

In un Occidente affascinato e insieme spaventato dall’incontro con l’Oriente, il fumetto degli “altri” continua ad essere interpretato secondo lo sguardo stereotipico dell’esotismo. Niente di nuovo sotto il sol (levante).

4 Risposte

  1. Condivido quasi tutto (e ne ho ben donde, ovviamente…).
    Solo una cosina: il nostro sguardo di occidentali (specie degli europei e, da quel che noto, soprattutto degli italiani, per ragioni complesse) è fin troppo essenzialista, anche inconsapevolmente, e generalizzante. Intendiamo spesso «Oriente» e «Giappone» come sinonimi, quando invece non lo sono. E il «Giappone» come agenzia immanente che produce manifestazioni pop che, vuoi non vuoi, «devono» essere rappresentazioni simboliche di una cultura indissolubilmente legata, nello sguardo occidentale, a una presunta «specificità» giapponese intesa come astorica, o meglio destoricizzata, reificata. Confesso io stesso questo peccato, ne sono stato vittima in passato (anche recente: su «Il Drago e la Saetta» aleggia questo bias); e tendiamo a parlare del Giappone in termini culturalistici che possono anche andare benissimo, ma solo se abbiamo anche la consapevolezza che il Giappone è un paese «normale» nella sua «normale alterità», del quale però vengono eurocentricamente evidenziati quasi sempre e solo gli aspetti che noi etichettiamo come «eccentrici» o addirittura «devianti», comunque «a-normali».
    Marco

  2. @marco: per chi non è un antropologo (e penso all’ antropologia ‘tradizionale’), come il 90% di chi ha studiato la pop culture asiatica negli ultimi 20 anni, resta un problema che gli studi (anche) di manga e anime dovranno affrontare. Distinguere quell’essenzialismo che fa parte delle retoriche esotizzanti (e l’esotismo è anche questo: ridurre a una supposta essenza ‘tipica’), dall’essenzialismo “culturologico” che dici tu. Perché la differenza culturale del Giappone resta forte, anche se è ben altra cosa rispetto alle etichette di ‘eccentricità’ che giustamente si fermano a “idealtipi” che sono delle identità spesso più costruite che reali. Mmmh. Ce n’è, da discutere, fuori dai blog 😉

  3. ottimo matteo, i tuoi articoli sono sempre densissimi di citazioni e mille riferimenti. Una profondità che è tipica degli studi universitari, che non rimpiango di aver terminato, ma che è un piacere riprendere con questi piccoli saggi. Leggerti sarà un bell’ esercizio di fitness intellettuale.

  4. […] con gli immaginari e i linguaggi della cultura orientale. blog: Fumettologicamente | leggi l'articolo Per help e visualizzare le immagini abilitare javascript. Scrivi un commento […]

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