Miyazaki is back in (digital) business

Mr. Hayao Miyazaki è da diversi mesi al lavoro su un nuovo progetto. Un lungometraggio di cui però non sarà il regista, ma semplicemente lo sceneggiatore. Un lavoro di factory, in cui Studio Ghibli promuove alla regia uno dei suoi migliori animatori.

Fin qui i fatti noti. Le notizie fresche (e curiosamente ancora non rilanciate in Italia) però ci sono, e sono due:

– le prime immagini e sequenze del nuovo lungometraggio sono online (e qui vedete la locandina)

– Miyazaki è ufficialmente impegnato in un lavoro in prima persona: un cortometraggio, progettato per il Ghibli Museum. E qui arriva un punto importante.

In passato Miyazaki aveva sempre impedito che i cortometraggi pensati per il proprio Museo avessero una diffusione commerciale (in sala o in dvd). Una caratteristica che ha naturalmente reso molto ricercati questi lavori. D’altro canto l’idea di museo che ha coltivato l’autore di Nausicaa è quella di un luogo “altro” rispetto al circuito dell’industria audiovisiva: una piccola oasi, in primis per i bambini, pensati come un target speciale e di cui curarsi evitando anche gli eccessi della pressione commerciale.

Oggi, in uno scenario diversissimo rispetto agli esordi del Museo Ghibli, tutto questo potrebbe cambiare. Miyazaki pavere accettato di buon grado l’idea (posta dal presidente di Studio Ghibli Kouichiro Tsujino) di rendere disponibile su YouTube questo corto, e successivamente gli altri. Anche Miyazaki, da molti considerato – e a ragione – un alfiere dell’animazione tradizionale e pre-digitale, si dimostra così aperto al digitale. Perché il nodo, nel nuovo scenario digitale, non è solo tecnico/estetico, ma è anche una questione di modelli distribuitivi e fruitivi. E su questo la natura diffusa e user-oriented del modello culturale della Rete rende il digitale un modello importante e positivo di relazione con il pubblico, al di là del linguaggio (2D o 3D) scelto.

Miyazaki dimostra, così, una visione per niente ideologica del rapporto tra animazione e digitalizzazione. E noi riusciremo a vedere questi piccoli gioielli. Anche queste, in fondo, sono piccole (buone) notizie.

PS: scrivo da Angouleme. Piove. Ed è un modo complicato per inziare a bloggare. Adoro gli inizi complicati (se resisto).

Fumetti Italiani of the Year – PG Tips 2009

Paul Gravett, affabile signore londoneer, è uno che di fumetto ne sa parecchio. Ha fondato la rivista Escape, ha scritto alcuni testi di brillante divulgazione storica, dirige il piccolo ma agguerrito festival Comica, e di fumetto continua a scrivere per diverse testate, dal compassato Times Literary Supplement al suo ricco sito personale.

Tra i critici di fumetto dei nostri tempi, Gravett è forse uno dei pochi autentici cosmopoliti. Coi piedi ben piantati in Europa, ma in grado di pensare il fumetto in chiave di complesso fenomeno globale (lucidissima la sua sintesi dei fatti rilevanti del 2009 fumettistico: non (solo) il merge Disney/Marvel, ma anche la condanna in Egitto dell’autore di un controverso graphic novel politico).

As usual, anche PG ha recentemente compilato una personale playlist dei migliori fumetti del 2009. Come sempre, accanto a questa ha però pensato anche ad uno sguardo cosmopolita: cosa si è letto/visto di notevole in Francia, Belgio, Germania, Australia, Spagna, Danimarca, Svezia, SudCorea…?

Anche quest’anno Paul mi ha chiesto di parlare di Italia. Ne ho scelti tre.

[Tre. Ma a Febbraio arrivano i Top 10]

Start

Iniziamo.

Cosa?

A scrivere di fumetto.

Cioè?

Non dei fumetti che leggo, direi. Magari anche, qualche volta. Soprattutto però scriverò di cultura del fumetto. Di quali caratteristiche presenti e di come si stia trasformando. Della sua storia remota e della sua evoluzione nel nuovo scenario digitale. Non solo opere/disegni/narrazioni, quindi, ma anche contesti, economia, istituzioni e politiche culturali, linguaggi e usi sociali. Eccetera eccetera.

Gulp.

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